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01 Marzo 2026 - 18:53
Sono circa 200 gli studenti italiani bloccati a Dubai mentre nello spazio aereo sopra la città risuonano boati e scattano gli allarmi. Tra loro c’è anche un ragazzo di un istituto scolastico di Torino, che racconta ore sospese tra attesa e preoccupazione.
«Aumenta la nostra preoccupazione per l’evolversi della situazione, soprattutto perché sta emergendo molta incertezza sulle modalità del nostro rientro in Italia. Stiamo comunque bene e siamo abbastanza tranquilli», spiega all’ANSA lo studente, minorenne. La tensione, però, si è fatta sentire. «Oggi si sono sentiti nel cielo almeno una decina di boati che, ci dicono, siano stati dei droni abbattuti».
Il gruppo si trovava negli Emirati Arabi per un’attività extrascolastica organizzata da Wsc Italia – World Student Connection Global Leaders, nell’ambito del progetto di simulazione delle assemblee Onu “L’ambasciatore del futuro”. Un’esperienza formativa trasformata in un imprevisto blocco forzato dopo la chiusura dello spazio aereo, decisa mentre missili diretti verso i Paesi del Golfo sorvolavano l’area.
I ragazzi sono ospitati in albergo e seguiti dai tutor. «Siamo tranquilli, anche se ci hanno nuovamente cambiato albergo. Con noi ci sono sempre i tutor», ribadisce lo studente torinese, cercando di rassicurare famiglie e compagni rimasti in Italia.
Tra i genitori c’è chi vive la situazione con il telefono sempre in mano. Alessandro Tristano, padre di Laura – una delle studentesse bloccate – racconta a SkyTg24 di contatti continui con la figlia: “la sento quotidianamente, anzi diverse volte al giorno, direi in continuazione”. La ragazza sarebbe dovuta rientrare a Roma proprio questa mattina, ma la chiusura dello spazio aereo ha fermato tutto.
Intanto il consolato si è attivato. «Stamattina hanno ricevuto la visita del console di Dubai, il quale ha provveduto a sistemare tutte le questioni burocratiche e anche di alloggio per i ragazzi», riferisce il padre. Le misure di sicurezza sono rigide: i ragazzi non possono uscire dall’hotel e, in caso di allarme, devono scendere nei seminterrati.
Un’esperienza nata per simulare la diplomazia internazionale si è trasformata in un confronto diretto con la fragilità degli equilibri globali. I ragazzi aspettano indicazioni per il rientro. Le famiglie aspettano notizie. Sopra Dubai, intanto, i boati ricordano che la geopolitica non è solo materia di studio.

La situazione — domenica 1 marzo 2026 — nel Medio Oriente è salita alle stelle la tensione militare e diplomatica, con un conflitto che ha già cambiato la geografia della sicurezza regionale e che continua a coinvolgere direttamente grandi potenze e paesi del Golfo.
Nelle ultime ore una operazione militare su larga scala condotta da Stati Uniti e Israele ha colpito obiettivi strategici in Iran, includendo siti militari, difese aeree e centri di comando, con l’obiettivo dichiarato di “dismantelare l’apparato di sicurezza iraniano”. In questo contesto è stata confermata la morte della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei, figura al vertice del regime da oltre tre decenni. La notizia della sua uccisione ha provocato reazioni immediate a Teheran e ampie proteste tra la popolazione iraniana, oltre a suscitare condanne e apprensione a livello internazionale.
Teheran ha risposto sparando missili e droni verso Israele e basi statunitensi nel Golfo, mentre le forze iraniane hanno anche colpito obiettivi militari negli Emirati Arabi Uniti e in altri stati della regione nel tentativo di estendere la pressione sull’avversario.
Il conflitto ha generato una massiccia interruzione dei trasporti aerei: spazi aerei sono stati chiusi o fortemente limitati in Iran, UAE, Qatar e altri Stati del Golfo, portando alla cancellazione e al blocco di migliaia di voli e lasciando a terra centinaia di migliaia di passeggeri. Questa paralisi ha colpito hub internazionali come Dubai, Abu Dhabi e Doha, con compagnie aeree costrette ad annullare partenze e riprogrammare rotte.
La situazione di sicurezza rimane fragile anche sul fronte interno di Israele, dove è in vigore uno stato di emergenza nazionale che ha portato alla chiusura di scuole, alla sospensione di eventi pubblici e alla mobilitazione di riservisti per fronteggiare una possibile intensificazione degli attacchi.
Dal punto di vista diplomatico, la morte di Khamenei e l’escalation bellica hanno spinto leader globali e istituzioni internazionali a chiedere un rapido ritorno alle trattative e a un cessate il fuoco, temendo un allargamento del conflitto ben oltre i confini attuali. Alcuni paesi, pur condividendo la critica verso il regime iraniano, hanno messo in guardia contro i rischi di una guerra prolungata e incontrollata.
Parallelamente, l’instabilità ha impatti economici globali: la chiusura effettiva o parziale di rotte commerciali chiave come lo Stretto di Hormuz — attraverso cui passa una quota significativa del petrolio mondiale — e gli attacchi alle infrastrutture di trasporto stanno spingendo i prezzi del greggio verso l’alto e provocando preoccupazioni sui mercati energetici.
In sintesi, la giornata di oggi nel Medio Oriente è dominata da una guerra su più fronti: gli attacchi contro Teheran delle ultime 72 ore hanno innescato una serie di ritorsioni e contro-ritorsioni, con implicazioni per la sicurezza civile, per il traffico internazionale e per l’equilibrio geopolitico regionale. Con fronti e reazioni incrociate, la crisi non mostra segnali chiari di de-escalation a breve termine, mentre la comunità internazionale si confronta con la prospettiva di ulteriori fasi di conflitto.
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