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28 Febbraio 2026 - 19:12
Barriere architettoniche, l’Italia in ritardo: solo un capoluogo su tre ha il Peba
A quarant’anni dall’approvazione della legge 41 del 1986, che impone ai Comuni l’adozione del Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche (Peba), l’Italia sconta ancora un ritardo profondo e strutturale sul fronte dell’accessibilità. I numeri raccontano una realtà che stride con i principi di inclusione e pari opportunità sanciti dalla normativa e ribaditi dalle convenzioni internazionali.
Secondo una ricerca condotta dall’Associazione Luca Coscioni, soltanto 43 capoluoghi di provincia su 118 – appena il 36,4% – si sono dotati del Peba, lo strumento di pianificazione che dovrebbe mappare gli ostacoli presenti negli spazi pubblici e programmare interventi concreti per rimuoverli. In altre parole, solo un Comune su tre ha adempiuto a un obbligo previsto da quattro decenni.
Il quadro si fa ancora più preoccupante se si osservano le altre percentuali: 16 amministrazioni (13,6%) hanno predisposto un piano che però non è stato ancora approvato; 25 (21,2%) risultano in fase di realizzazione; mentre ben 34 Comuni, pari al 28,8%, sono privi di Peba oppure non forniscono informazioni sufficienti a verificarne l’esistenza. Un dato che segnala non solo ritardi amministrativi, ma anche una carenza di trasparenza.
La ricerca non ha potuto includere il Comune di Roma, dove la competenza sui Peba è affidata ai 15 municipi. Di questi, solo quattro hanno risposto alla richiesta di informazioni e nessuno risulta essersi ancora adeguato. Un’assenza che pesa, considerando il ruolo della Capitale come modello e riferimento per il resto del Paese.

Guardando alla distribuzione territoriale, tra i 43 Comuni che hanno approvato il piano, sette si trovano in Toscana – tra cui Firenze – cinque in Emilia-Romagna e cinque in Lombardia, tra cui Milano. Nell’elenco figurano anche città come L’Aquila, Potenza, Campobasso, Trento e Venezia. Segnali positivi, che tuttavia restano isolati in un panorama complessivo ancora frammentato.
Sul versante opposto, tra i 34 Comuni senza Peba o con informazioni non reperibili, sette sono in Sardegna, compresa Cagliari; quattro in Calabria, tra cui Catanzaro; altri in Lombardia e in Sicilia. Nell’elenco delle amministrazioni inadempienti compaiono anche realtà di primo piano come Napoli e Bari. Un ritardo che attraversa Nord e Sud senza distinzioni nette, segno di una difficoltà sistemica.
«A quarant’anni dalla legge istitutiva dei Peba – dichiara Rocco Berardo, coordinatore delle iniziative dell’Associazione Luca Coscioni sui diritti delle persone con disabilità – l’Italia è ancora drammaticamente indietro nel rispetto dei diritti legati all’accessibilità e all’eliminazione delle barriere fisiche e sensoriali. Non stiamo parlando di un dettaglio tecnico, ma della possibilità concreta per milioni di persone di vivere, muoversi, studiare e lavorare in condizioni di pari dignità».
Il tema, sottolinea l’Associazione, non riguarda soltanto l’abbattimento di gradini o l’installazione di rampe e ascensori. È una questione di diritti fondamentali e di cittadinanza piena. «È impressionante constatare – aggiunge Berardo – come ancora oggi nuove costruzioni ignorino principi basilari di progettazione inclusiva. Ci auguriamo di non dover aspettare altri quarant’anni perché l’accessibilità diventi una realtà effettiva e non solo un obbligo scritto sulla carta».
Sul piano giuridico, la mancanza dei Peba non è più considerata una semplice omissione amministrativa. «In questi anni – spiega Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni e legale che segue le iniziative sull’accessibilità – abbiamo affrontato casi concreti di discriminazione. La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei Peba rappresenta una lesione di diritti».
Le iniziative legali promosse dall’Associazione hanno già prodotto risultati significativi: i Tribunali, sia in sede civile sia amministrativa, hanno condannato i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia ad adottare il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche entro tempi certi. «Possiamo dirlo con chiarezza – conclude Gerardi – grazie a queste azioni si è consolidato un vero e proprio diritto ai Peba».
A quattro decenni dalla legge, dunque, l’accessibilità resta una promessa incompiuta in troppe città italiane. E mentre il dibattito pubblico parla di rigenerazione urbana e smart city, milioni di cittadini continuano a fare i conti con marciapiedi impraticabili, edifici pubblici inaccessibili e servizi non fruibili. Il ritardo non è solo normativo: è culturale. E riguarda l’idea stessa di comunità inclusiva.
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