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Chiude la Champion dopo quasi trent’anni: “Venti giorni per spegnere una storia”

Dalla nascita come Giacomelli Sport nel 1999 all’insegna Champion dal 2007: domani l’ultimo giorno nella galleria del centro commerciale

Chiude la Champion dopo quasi trent’anni: “Venti giorni per spegnere una storia”

Chiude la Champion dopo quasi trent’anni: “Venti giorni per spegnere una storia”

Domani chiude la Champion di Ciriè. Dopo quasi trent’anni di presenza nella galleria del centro commerciale di corso dalla Chiesa Generale Carlo Alberto, la serranda si abbassa. Vent’anni di lavoro per alcune delle commesse, una storia iniziata nel 1999 come Giacomelli Sport, proseguita dal 2007 sotto l’insegna Champion. E poi venti giorni. Solo venti per comunicare la fine.

Non è soltanto una chiusura commerciale. È un altro tassello che si stacca dal tessuto di prossimità del Canavese, un’altra attività che saluta senza che nessuno – o quasi – abbia il tempo di capire, reagire, discutere. Si liquida tutto in poche settimane: contratti, relazioni, memoria.

A raccontare cosa significhi davvero questa chiusura è la lettera che segue, scritta da Elena Genco. Parole nate di getto, a casa, dopo aver visto una delle commesse piangere. È uno sfogo, sì. Ma è anche una domanda che riguarda tutti: che modello di commercio stiamo accettando? E cosa resta quando a chiudere non è solo un negozio, ma un pezzo di comunità?

Di seguito la sua lettera integrale.

Domani chiude. E non è solo una serranda che si abbassa.
Come tante altre volte, sono entrata per i miei acquisti sportivi. Oggi dovevo comprare una tuta per mia figlia. Quella giusta, non per forza “alla moda”, ma giusta per lei. Quelle che sanno consigliarti solo loro.

E invece ho trovato una spiacevole notizia:
domani si chiude.

Succede alla Champions, all’interno della galleria del centro commerciale di Ciriè.

Venti giorni. Venti giorni per dire a delle donne che lavorano lì da oltre vent’anni che è finita. Venti giorni per smontare quasi trent’anni di storia. Venti giorni per spegnere un pezzo di Canavese.

Non era solo un negozio di articoli sportivi, ma un luogo dove le commesse non erano “solo commesse”. Erano sguardi che ti riconoscono appena entri, e mani che ti porgono il modello giusto prima ancora che tu lo chieda. Erano consigli sinceri: “Questo no, non va bene per te...questo sì che ti sta bene!”. E tu ti fidavi perché non sbagliavano mai.

In un tempo in cui tutto è vendita aggressiva e vetrina brillante, lì c’era ancora il valore raro della competenza e dell’onestà. Uscivi con qualcosa di adatto e non con qualcosa di imposto.

Oggi ho pianto entrando per l’ultima volta.

Ho pianto per loro. Per quelle lavoratrici che non perdono solo il loro posto di lavoro, ma una famiglia costruita giorno dopo giorno dietro un bancone. Perdono i clienti affezionati, quelli che raccontano dei figli, degli acciacchi, delle maratone preparate a quarant’anni suonati. Perdono relazioni vere.

Ho pianto anche per noi.

Perché il Canavese perde un luogo dove si facevano acquisti belli. Non belli perché necessariamente costosi o di tendenza, ma belli perché pensati. Perché consigliati. Perché umani.

Siamo nell’epoca in cui non conta più chi sei, cosa fai, cosa hai costruito nel tempo per la tua comunità. Conta il margine. Conta il profitto. Contano le vetrine che fanno immagine più delle persone che lavorano con dedizione da una vita.

E allora, forse, la domanda non è solo perché chiude un negozio.

La domanda è che modello di commercio stiamo scegliendo. Che idea di territorio stiamo accettando. Che valore diamo all’esperienza, alla competenza, alle relazioni.

Se un’attività può essere spenta in venti giorni dopo quasi trent’anni, allora il problema non è la crisi. È la visione.

Domani chiude la Champions di Ciriè.
Ma a perdere non sono soltanto le sue lavoratrici.

Perdiamo tutti un pezzo di fiducia nel fatto che fare bene il proprio lavoro, per anni, possa ancora bastare.

E questa, più che una notizia, è una sconfitta collettiva.

Elena Genco

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