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26 Febbraio 2026 - 22:57
Corso Nigra a Ivrea, capitale del terzo mondo pendolare
Gli autobus arrivano a grappoli, quelli che vanno e vengono da Aosta, quelli che vanno e vengono da Chivasso. Si affiancano, si accostano, si studiano. L’autista guarda lo spazio. Lo spazio guarda l’autista. È un dialogo muto e drammatico. Poi uno si arrende e si infila dove può.
La fermata non è più un luogo: è un’ipotesi. Oggi qui, domani mezzo metro più avanti. Talvolta in diagonale, talvolta con una retromarcia che costringe i passeggeri a una rapida riflessione sul senso della vita. L’importante è caricare e partire. L’ordine è un dettaglio.

Nel frattempo la folla si muove come una corrente. C’è chi trascina un trolley, chi tiene lo zaino in spalla, chi controlla il telefono con l’aria di chi spera che l’app sappia più di quanto sappia lui. “È questo per Chivasso?” è la domanda di tanti. Ogni risposta genera uno spostamento collettivo di dieci, venti, cinquanta persone. Una piccola migrazione a vista.
Le retromarce sono parte integrante dello spettacolo con i pendolari che camminano accanto ai pullman in manovra, sfiorando le fiancate, attraversando davanti ai musi. E ogni mattina si compie il piccolo miracolo laico. Oggi non è successo nulla. E meno male!
Benvenuti a Ivrea. Se qualcuno sta cercando un’esperienza immersiva di “mobilità alternativa” la trova in corso Nigra alle prime luci dell'alba. Lì, davanti alla vecchia stazione, va in scena ogni giorno, una piccola allegoria all’italiana. Succede da quando i treni tra Ivrea e Chivasso sono stati sostituiti dai bus per i lavori alle stazioni di Montanaro e Strambino. Si aggiungono alle 100 corse istituite in sostituzione dei treni da e per Aosta. Morale? Il piazzale è diventato un esperimento sociale. Fino al 26 aprile il copione è questo. E, come tutti i copioni scritti male, si ripete identico.
La sensazione è quella di un grande gioco dell’oca. Tira il dado: se trovi spazio, parti. Se non lo trovi, aspetta. Se sbagli casella, perdi la coincidenza a Chivasso e guadagni mezz’ora di meditazione forzata.
E la cosa più eporediese – nel senso meno romantico del termine – è che a pochi passi c’è il Movicentro. Non una piazzetta nascosta, non un’area marginale. Un intero piazzale, largo, ordinato, progettato per fare esattamente questo: ospitare autobus. Epperò il sindaco Matteo Chiantore ha deciso: resta fuori partita. È una scelta dell’Amministrazione comunale. Un puntiglio, dicono in molti. Così tutto si concentra qui, in questo fazzoletto d’asfalto che nelle ore di punta diventa un imbuto. E l’imbuto, per definizione, serve a far passare poco alla volta ciò che vorrebbe passare tutto insieme.
Su questo interveniva ieri e interviene anche oggi il consigliere di minoranza Massimiliano De Stefano. Chiedeva e chiede di cambiare rotta prima che la cronaca si occupi di cose ben peggiori. Torna a indicare il Movicentro come soluzione naturale, coerente anche con la destinazione urbanistica dell’area. Propone lo spostamento di una delle linee per alleggerire la pressione su corso Nigra e chiede una valutazione immediata, concreta, non filosofica.
Nel frattempo il viaggio si è allungato. I bus partono prima rispetto ai vecchi treni, si arriva a Chivasso, si cambia per Torino o Novara. Un’ora diventa un’ora e mezza, quando la tabella di marcia regge. Quando non c’è traffico. Quando nessuna corsa salta. Quando la statale decide di collaborare.
Dentro la stazione, gli orari cartacei raccontano ancora la storia di treni che non partono più. I monitor aiutano a metà, come certi consigli non richiesti. Chi è abituato si affida all’app. Chi non lo è segue la folla, come si faceva nei mercati di una volta: se vanno tutti di là, sarà giusto.
Per ora il sistema tiene. Tiene grazie alla disciplina dei pendolari, alla pazienza che in questa terra non manca mai, e a un pizzico di fortuna. Ma l’immagine resta quella di un piazzale tirato al limite, dove ogni mattina si recita la stessa scena: autobus in cerca di fermata, fermate in cerca di senso, e il Movicentro lì accanto, grande, vuoto, silenzioso.
Come certe soluzioni semplici che nessuno vuole adottare.
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