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Dialisi a Ivrea. I lavori quando partono? Il sindacato scrive a Riboldi

Dopo il trasferimento dei 47 pazienti a Castellamonte, il sindacato scrive all’assessore Federico Riboldi e al direttore generale Luigi Vercellino: serve un cronoprogramma chiaro e garanzie sui finanziamenti per evitare che la chiusura diventi definitiva

Dialisi a Ivrea. I lavori quando partono? Il sindacato scrive a Riboldi

In primo piano Giuseppe Summa del Nursind

La dialisi chiude, i pazienti si spostano, il cantiere non ha una data. E adesso il NurSind chiede conto, nero su bianco, alla Regione Piemonte e alla direzione dell’Asl To4.

Non è un intervento estemporaneo. È una presa di posizione formale, protocollata, che arriva dopo mesi di segnalazioni e settimane di polemiche politiche. Il sindacato delle professioni infermieristiche ha inviato due lettere distinte: una all’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, l’altra al direttore generale dell’Asl To4 Luigi Vercellino. Il punto è semplice e insieme enorme: se la dialisi di Ivrea deve chiudere per essere ristrutturata, quando iniziano i lavori? E con quali soldi?

Nella lettera del 25 febbraio indirizzata all’assessore, il segretario territoriale Giuseppe Summa ricorda che il trasferimento dei pazienti a Castellamonte è motivato dalle critiche condizioni strutturali dell’attuale reparto e dalla necessità di interventi non più procrastinabili. Ma subito dopo mette il dito nella piaga: "manca la certezza dei finanziamenti e un progetto definito con un chiaro cronoprogramma". Per questo il NurSind chiede rassicurazioni sulla tempistica e sulle risorse per l’avvio del cantiere e sollecita la Regione a muoversi rapidamente per evitare ulteriori ritardi.

Il giorno prima era partita un’altra lettera, questa volta indirizzata a Luigi Vercellino. L’ultimo incontro ufficiale tra sindacato e direzione risale al 25 ottobre 2025. Da allora, nessun aggiornamento formale, mentre il trasferimento è diventato imminente. Il sindacato sottolinea che non si conosce la data di inizio dei lavori, anche a causa della mancata assegnazione dei finanziamenti provenienti dal Fondo Sviluppo e Coesione. Da qui la richiesta di calendarizzare un incontro specifico per verificare stato di avanzamento e modalità di gestione del trasferimento, con particolare attenzione al personale e ai cittadini.

Il sindacato non parla per slogan. Parla di sicurezza, di organizzazione del lavoro, di tutela dei pazienti. Ma dietro le formule istituzionali emerge una preoccupazione molto concreta: che il trasferimento, nato come soluzione temporanea, diventi una parentesi lunga e indefinita.

Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna tornare alla risposta fornita dall’assessore Federico Riboldi in Consiglio regionale all’interrogazione del consigliere Pd Alberto Avetta. “Saremo solerti”, aveva assicurato. Una parola che suona bene, ma che non contiene un calendario. E soprattutto non scioglie il nodo dei finanziamenti.

La Regione ha spiegato che il reparto potrà riaprire solo una volta effettuati i lavori di adeguamento normativo e funzionale. I fondi necessari – oltre 3 milioni e 600 mila euro – sono stati richiesti attraverso due istanze sui fondi FSC presentate nel settembre 2024, ma al momento non risultano ancora assegnati. L’eventuale via libera è previsto nel 2026. Significa che, oggi, l’Asl non ha in mano le risorse per avviare il cantiere.

dialisi

Nel frattempo la realtà è già cambiata. Da marzo, 47 pazienti dializzati dovranno recarsi a Castellamonte per sottoporsi a una terapia salvavita che dura circa quattro ore e che, nella maggior parte dei casi, va effettuata tre volte alla settimana. Non si tratta di una prestazione occasionale: è un trattamento che struttura la vita quotidiana, che impone orari rigidi, che coinvolge familiari e caregiver, che non ammette interruzioni.

Il trasferimento avverrà in due fasi, con lo spostamento progressivo delle apparecchiature e del personale. Una parte dei macchinari sarà trasferita nella prima settimana, la restante nei giorni successivi, così come i pazienti verranno redistribuiti in modo scaglionato. A Castellamonte è stata predisposta un’ambulanza dedicata ed è stato attivato un protocollo con il 118 per la gestione delle urgenze. Per i casi più fragili sono stati individuati posti letto alternativi a Ivrea o in altri presidi.

Dal punto di vista organizzativo, l’operazione è complessa ma pianificata. Dal punto di vista politico, però, resta una domanda aperta: quanto durerà?

Insommail sindacato teme che l’assenza di una data certa per l’avvio dei lavori possa tradursi in un rinvio di fatto. Che la dialisi resti a Castellamonte per mesi, magari fino a quando il nuovo ospedale di Ivrea – ancora lontano dall’inaugurazione – non diventerà operativo. Uno scenario che, se non smentito da un cronoprogramma preciso, resta sullo sfondo.

C’è poi un altro elemento che aggiunge tensione alla vicenda. In queste ore sono emerse segnalazioni di disagi per alcuni pazienti, ai quali sarebbero stati modificati i giorni di seduta dialitica. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Chi è in dialisi organizza la propria settimana attorno a quei giorni, spesso da anni. Cambiarli significa incidere su equilibri familiari, lavorativi, logistici già fragili.

La dialisi non è un reparto qualunque. È un servizio che garantisce la sopravvivenza a persone con insufficienza renale cronica. Ogni scelta che lo riguarda ha un impatto diretto e immediato sulla vita dei pazienti. Per questo le parole “temporaneo” e “solerzia” non bastano.

La situazione attuale è il risultato di una storia lunga. Le criticità strutturali del reparto di Ivrea sono note da tempo. Problemi agli impianti, spazi non più adeguati agli standard normativi, difficoltà logistiche. Per anni si è parlato di ristrutturazione. Per anni si è rinviato. Fino a quando si è arrivati al punto in cui non era più possibile aspettare: si chiude e si trasferisce.

Ma il paradosso è evidente: si chiude per sicurezza prima ancora che esista un cantiere con una data di apertura. Si spostano pazienti e operatori senza poter indicare quando torneranno. Si chiede fiducia, ma non si fornisce un calendario.

Il NurSind, che in passato aveva già denunciato le criticità del reparto, ora chiede che il passaggio successivo sia immediato: avviare i lavori subito dopo il trasferimento, senza pause, senza attese burocratiche. E pretende un confronto diretto con la direzione aziendale per monitorare ogni fase del trasloco e dell’organizzazione del personale.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tensione sulla sanità territoriale, tra liste d’attesa, carenza di personale e servizi che faticano a mantenere standard adeguati. La dialisi di Ivrea diventa così un caso emblematico: un reparto indispensabile che chiude per essere sistemato, ma senza la certezza che la sistemazione parta davvero.

Oggi la fotografia è questa: 47 pazienti pronti a spostarsi, personale che li seguirà, un presidio alternativo organizzato. E un cantiere che esiste solo nelle intenzioni. Finché non verrà indicata una data precisa di inizio lavori e finché i finanziamenti non saranno formalmente assegnati, l’interrogativo resterà sospeso.

La politica parla di impegno. Il sindacato chiede garanzie. I pazienti chiedono semplicemente di sapere quando potranno tornare a casa.

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