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26 Febbraio 2026 - 00:08
Sud Sudan, 1,9 milioni di sfollati a rischio: tagli agli aiuti, fame e colera mentre mancano 1,5 miliardi di dollari
Una sera qualunque, alla periferia di Malakal, la fila di taniche gialle è avanzata di pochi centimetri. Il generatore del punto d’acqua si è spento e ha ripreso a funzionare a intermittenza. Tre bambini hanno spinto una carriola mentre la madre ha stretto il tesserino dell’assistenza come un documento indispensabile. Intorno, capanne di plastica e teli consumati hanno segnato la riva del Nilo Bianco. Qui l’acqua scorre nel fiume ma non arriva nei rubinetti. Senza fondi, il serbatoio resta vuoto. E nel 2026, hanno avvertito le Nazioni Unite, rischiano di restare vuoti soprattutto i finanziamenti.
Secondo un’analisi riportata da alcune testate internazionali, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM) ha stimato che quasi 1,9 milioni di sfollati interni in Sud Sudan sono esposti a rischi immediati per la vita a causa della carenza di risorse. Il piano di risposta dell’agenzia per il 2026 ha registrato un deficit di circa 29 milioni di dollari. È una cifra che, letta accanto ai grandi appelli globali, può sembrare contenuta. Sul terreno significa meno gestione dei campi, meno servizi idrici e sanitari nelle aree isolate, meno monitoraggio dei movimenti di popolazione lungo un confine instabile come quello con il Sudan.
Il quadro generale conferma una pressione crescente. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) e i partner hanno lanciato per il 2026 un appello da circa 1,5 miliardi di dollari per raggiungere 4,3 milioni di persone tra le più vulnerabili. Il totale di chi necessita assistenza ha toccato i 10 milioni, quasi due terzi della popolazione. Oltre 7,5 milioni hanno rischiato l’insicurezza alimentare durante la stagione di magra tra aprile e luglio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) ha indicato 6,3 milioni di persone bisognose di cure in un sistema sanitario indebolito da anni di conflitto e inondazioni, mentre focolai di colera, morbillo e mpox si sono ripresentati in più Stati.
La crisi si è aggravata mentre il flusso degli aiuti internazionali si è ridotto. Nel 2025, diverse analisi indipendenti hanno documentato una contrazione dell’assistenza estera statunitense. Dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump il 20 gennaio 2025, Washington ha avviato una revisione dei programmi e ha introdotto tagli che hanno inciso sui bilanci delle agenzie delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative. A luglio 2025, sempre secondo Le Monde, il sostegno umanitario degli Stati Uniti al Sud Sudan è sceso a poco più di 124 milioni di dollari, a fronte di un fabbisogno di 1,7 miliardi. Diverse cliniche hanno chiuso e alcune organizzazioni hanno ridotto il personale.
Anche altri donatori europei hanno rivisto gli impegni. L’OCHA ha ridotto l’appello globale per il 2026 a 33 miliardi di dollari, rispetto agli oltre 47 miliardi dell’anno precedente. All’inizio del 2026 gli Stati Uniti hanno promesso 2 miliardi di dollari per programmi umanitari delle Nazioni Unite, una cifra inferiore ai livelli storici. Per un Paese come il Sud Sudan, dove la dipendenza dagli aiuti esterni è strutturale, la combinazione di bisogni crescenti e risorse in calo ha ampliato la distanza tra richieste e fondi disponibili.
Sul terreno, la violenza non si è fermata. Dalla fine di dicembre 2025, negli Stati di Jonglei, Upper Nile e Unity, scontri armati e bombardamenti hanno provocato fino a 280.000 nuovi sfollati, secondo briefing delle Nazioni Unite del 3 febbraio 2026. Le inondazioni ricorrenti hanno danneggiato strade e coltivazioni, rendendo più costoso e complesso l’accesso agli aiuti. Intanto la guerra nel vicino Sudan, che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha definito la più grande crisi di sfollamento al mondo, ha spinto rifugiati e rimpatriati oltre confine. Il 17 febbraio 2026 l’UNHCR e 123 partner hanno lanciato un appello regionale da 1,6 miliardi di dollari per assistere 5,9 milioni di persone in sette Paesi, incluso il Sud Sudan.
Il nodo più immediato resta il cibo. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha avvertito già nel luglio 2025 che milioni di persone rischiavano di perdere l’accesso alle razioni per il rallentamento dei finanziamenti. Nel 2025 fino a 7,7 milioni di persone hanno affrontato livelli severi di fame; 83.000 sono state classificate nella fase 5 della Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), quella definita catastrofica. Alcune aree dell’Upper Nilesono rimaste sull’orlo della carestia. Le proiezioni per la stagione di magra del 2026 hanno indicato un possibile peggioramento.
Il governo di Juba, insieme alle Nazioni Unite, ha confermato a gennaio 2026 l’intenzione di puntare su soluzioni durevoli: accesso alla terra, alloggi, servizi di base e mezzi di sussistenza. Un Comitato di Alto Livello ha fissato l’obiettivo di far uscire almeno 60.000 persone dalla condizione di sfollati entro il 31 dicembre 2026, concentrandosi su Unity, Upper Nile e Western Bahr el Ghazal. Il piano resta però legato alla disponibilità di finanziamenti regolari.
L’UNICEF ha stimato per il 2026 un fabbisogno di 196,8 milioni di dollari per raggiungere 3,5 milioni di persone, tra cui 2,6 milioni di bambini, con interventi in nutrizione, acqua e servizi igienici (Water, Sanitation and Hygiene, WASH), salute, protezione e istruzione. Tra gli obiettivi indicati figurano il trattamento di 550.000 bambini con malnutrizione acuta grave e l’accesso all’assistenza primaria per 720.000 donne e minori.
Secondo Oxfam, il 2025 è stato l’anno con il più basso livello di finanziamenti umanitari al Sud Sudan dalla sua indipendenza nel 2011: a fronte di un piano da 1,7 miliardi di dollari, meno del 41 per cento è stato coperto a un mese dalla fine dell’anno. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha registrato oltre 445.000 nuovi sfollati interni nel 2025 e ha descritto servizi essenziali prossimi al punto di rottura.
Il deficit di 29 milioni dell’OIM si inserisce in questo scenario. L’agenzia gestisce siti di sfollati, coordina campi, fornisce servizi idrici e sanitari in aree di transito e monitora i movimenti della popolazione. In un contesto in cui l’accesso è intermittente e i costi logistici sono elevati, la perdita di fondi si traduce in minore capacità operativa e in una risposta più lenta alle emergenze locali.
#SUDAN
— Asiablog.it (@Asiablog_it) February 18, 2026
La più grande crisi umanitaria al mondo:
♦️41% della popolazione soffre di fame acuta.
♦️12+ milioni di sfollati.
♦️Con il protrarsi della guerra civile, si prevede un peggioramento delle condizioni di vita dei 50 milioni di sudanesi.pic.twitter.com/gk5O66JODw
Il 2026 si è aperto con numeri che delineano una crisi strutturale: 1,9 milioni di sfollati interni a rischio per mancanza di fondi secondo stime di OIM; un appello da 1,5 miliardi di dollari per il Sud Sudan; 6,3 milioni di persone bisognose di assistenza sanitaria secondo l’OMS; milioni di persone esposte alla fame secondo il WFP; un appello regionale dell’UNHCR da 1,6 miliardi per chi fugge dal conflitto sudanese.
A Malakal, quando il generatore ha ripreso a funzionare, l’acqua è tornata a scorrere per qualche minuto. Il rumore del motore ha coperto le conversazioni sui milioni mancanti. Poi il ronzio si è abbassato di nuovo. In Sud Sudan, l’accesso ai servizi essenziali continua a dipendere dall’equilibrio tra bisogni e finanziamenti.
Fonti: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM); Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA); Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO); Programma Alimentare Mondiale (WFP); Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR); UNICEF; Oxfam; Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC).
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