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26 Febbraio 2026 - 00:02
Marocco, processo per un post: Zineb Kharroubi e la stretta sui giovani di GenZ 212
La scena non ha avuto la retorica dei cortei né il fragore delle piazze. È stata un corridoio del Tribunale di primo grado di Ain Sebaa, a Casablanca, con odore di carta e disinfettante, affollato di ragazzi in felpa e telefoni in tasca. Lunedì 23 febbraio 2026, la giovane attivista della diaspora Zineb Kharroubi ha atteso che venisse chiamato il suo nome. Poche ore prima era arrivata la notizia del rinvio al 9 marzo. L’accusa è quella che segna l’epoca dei social: avere “incitato” coetanei a manifestare attraverso post online. In Marocco, oggi, un messaggio può diventare un fascicolo.
Il collettivo GenZ 212 — “212” come il prefisso telefonico del Paese — è nato tra il 27 e il 29 settembre 2025. La mobilitazione, coordinata soprattutto su TikTok e Discord, ha portato in strada migliaia di giovani in oltre venti città. La protesta è esplosa dopo settimane di indignazione per la sanità pubblica, alimentata anche dalla morte di otto donne dopo un parto cesareo all’ospedale di Agadir, e dal confronto con gli investimenti annunciati per la Coppa d’Africa 2025 (Africa Cup of Nations) e per i Mondiali 2030. Le richieste hanno riguardato ospedali funzionanti, scuole finanziate, lavoro, trasparenza e contrasto alla corruzione.
Une activiste de la "Gen Z 212" Zineb El Kharroubi, âgée de 28 ans, qui habite et travaille à Paris est actuellement jugée au Maroc. Poursuivie pour incitation via les réseaux sociaux, l'activiste marocaine comparaissait libre ce lundi 23 février à Casa... https://t.co/B8ZA8Mfw0E
— Le journal Afrique TV5MONDE (@JTAtv5monde) February 24, 2026
Dopo quel fine settimana, le manifestazioni si sono estese a Casablanca, Rabat, Marrakech, Fès, Oujda. Dal 30 settembre in alcune aree si sono verificati scontri. A Lqliâa, periferia di Agadir, sono morti tre giovani. Decine di manifestanti e agenti sono rimasti feriti. Il Ministero dell’Interno ha parlato di legittima difesa; organizzazioni non governative hanno denunciato uso eccessivo della forza. La tensione si è spostata rapidamente dalle piazze alle aule.
Nei procedimenti contro gli attivisti è ricorso il reato di “incitamento a commettere delitti o contravvenzioni”, previsto dal Codice penale marocchino negli articoli della serie 299. La norma punisce l’incitamento pubblico, anche attraverso mezzi elettronici, con pene che possono arrivare fino a un anno di reclusione e multa, anche quando il reato non si è verificato. A questa si affianca la legge sulle riunioni pubbliche, il Dahir n. 1-58-377 e successive modifiche, che sanziona manifestazioni non dichiarate o vietate. In questo quadro, un post o una diretta possono essere acquisiti come prova.
Secondo fonti giudiziarie e della società civile, Zineb Kharroubi, 28 anni, residente a Parigi e attiva in GenZ 212 France, è stata fermata il 12 febbraio 2026 all’aeroporto di Marrakech-Menara. È stata interrogata e poi rimessa in libertà provvisoria. Le contestazioni hanno riguardato l’incitamento via Internet e, in una denuncia separata presentata da un privato, diffamazione e ingiuria online. Alcune testate avevano indicato un’udienza il 26 febbraio; il 23 febbraio la difesa ha ottenuto il rinvio al 9 marzo, segnalando difficoltà di accesso agli atti. L’avvocata Oumaima Boujaera ha definito il procedimento «fortemente simbolico» e ha parlato di compressione della libertà di espressione.
I numeri mostrano la dimensione della risposta giudiziaria. Tra fine settembre e fine ottobre 2025 le autorità hanno comunicato 2.480 persone perseguite e 1.473 in custodia cautelare. Al 27 ottobre risultavano 411 condanne, comprese quelle di 76 minori, con pene che in alcuni casi hanno raggiunto i 15 anni per reati legati a incendi e danneggiamenti. L’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) ha stimato, in una fase successiva, oltre 5.700 arresti collegati al movimento e circa 2.100 persone ancora detenute tra fine 2025 e inizio 2026. A Marrakech, 48 giovani sono stati condannati complessivamente a 106 anni e mezzo di carcere in un unico procedimento. Le cifre sono variate con l’avanzare dei processi, ma l’indirizzo è stato chiaro: la gestione del conflitto è passata per i tribunali.
Il terreno digitale è diventato centrale. Perizie informatiche, estrazione di chat, tracciamenti di indirizzi IP hanno costituito parte dell’impianto accusatorio. La legge sulle riunioni pubbliche richiede notifica preventiva; in un’organizzazione decentralizzata come quella descritta dagli attivisti, individuare un promotore è stato complesso. In diversi casi, l’accusa ha contestato anche la semplice condivisione di punti di ritrovo. Organizzazioni come Amnesty International e la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) hanno chiesto indagini indipendenti sui decessi di Lqliâa e sull’uso della forza, mentre il governo ha ribadito la necessità di tutelare l’ordine pubblico.
Nel frattempo, il dibattito si è intrecciato con la politica. Il governo ha annunciato nuove risorse per sanità ed educazione nel bilancio 2026. Il 10 ottobre 2025 il re Mohammed VI ha sollecitato un’accelerazione delle riforme sociali. Una parte dell’opinione pubblica ha letto queste mosse come risposte tardive rispetto alla mobilitazione. I cantieri legati ai Mondiali 2030 sono rimasti un punto di confronto, simbolo di una priorità percepita come distante dai servizi di base.
Il caso Kharroubi è diventato un passaggio osservato anche fuori dal Paese. Media internazionali come Le Monde Afrique, Associated Press (AP) e Le Parisien hanno seguito le udienze. Nella diaspora sono circolate petizioni e appelli. Per molti attivisti, processare una figura che vive all’estero ha rappresentato un messaggio: l’attività online può avere conseguenze giudiziarie anche oltre confine.
Tra il 26 febbraio indicato inizialmente da alcune testate e il 9 marzo fissato dal rinvio, il procedimento dirà quale spazio resta alla libertà di espressione quando passa per gli algoritmi. La vicenda di GenZ 212, nata su uno schermo e approdata in aula, ha messo in discussione il rapporto tra legalità formale e domanda sociale. Il tribunale di Ain Sebaanon sta giudicando soltanto un post, ma un conflitto generazionale che ha attraversato strade, università e quartieri popolari. La sentenza chiarirà se l’incitamento online sarà trattato come un reato isolato o come un precedente destinato a incidere su un’intera stagione di protesta.
Fonti: Codice penale marocchino; Dahir n. 1-58-377 sulle riunioni pubbliche; comunicati del Ministero dell’Interno; dati dell’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH); rapporti di Amnesty International; rapporti della Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH);
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