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Presidio davanti alla Rai di Torino: BDS e sindacati contro “censura, guerra ed economia del riarmo”

“Art washing” ed Eurovision, ma dal palco si parla anche di scioperi operai ed economia di guerra

Presidio davanti alla Rai di Torino: BDS e sindacati contro “censura, guerra ed economia del riarmo”

Presidio davanti alla Rai di Torino: BDS e sindacati contro “censura, guerra ed economia del riarmo”

Un presidio per denunciare e contestare la partecipazione italiana all’Eurovision in presenza di Israele. Ma anche un momento per allargare il discorso ai diritti dei lavoratori, agli scioperi in corso e ai decreti sicurezza. Si è svolta ieri davanti alla sede Rai di Torino l’iniziativa promossa da BDS Torino, insieme ad altre realtà attive sul territorio a sostegno della Palestina.

Nel testo di presentazione dell’evento gli organizzatori parlano di “censura preventiva” come di “un’arma comune in Italia quando si tratta di nascondere i crimini e ripulire l’immagine di Israele”. Un riferimento diretto alle polemiche che hanno coinvolto nei mesi scorsi artisti e trasmissioni televisive. Nel mirino anche alcune dichiarazioni attribuite ai vertici Rai in merito alla partecipazione degli artisti italiani all’Eurovision e alla possibilità di prendere posizione pubblicamente sul conflitto in corso.

Per questa Rai è più importante normalizzare l’immagine di uno Stato canaglia piuttosto che permettere agli artisti italiani di esprimersi liberamente”, si legge nel testo diffuso dagli attivisti. Da qui la scelta di scendere in piazza davanti alla sede dell’emittente pubblica, accusata di contribuire – attraverso la propria programmazione e le proprie scelte editoriali – a un’operazione di “art washing”, ossia di ripulitura dell’immagine di Israele attraverso eventi culturali e musicali.

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Durante il presidio si sono alternati diversi interventi. Un attivista di BDS Torino ha ribadito che la mobilitazione non si fermerà: “Rimaniamo e presidiamo, non ci diamo per vinti. Questo governo e questa Rai dimostrano ancora una volta come il nostro Paese sia disposto a essere complice dei crimini di genocidio”. Nel suo intervento ha collegato la partecipazione italiana all’Eurovision a un processo di normalizzazione dell’immagine di Israele: “Può sembrare meno importante della vendita di armi o della complicità di grandi aziende, ma la nostra partecipazione permette ai crimini di essere presentati con una faccia piacevole al resto del mondo. Noi non ci stiamo”.

L’iniziativa torinese si è inserita in una giornata di mobilitazione più ampia, con presidi analoghi annunciati anche in altre città italiane. Davanti alla Rai sono intervenute anche realtà come Global Movement Gaza in Piemonte, Non Una di Meno e il collettivo Torino per Gaza, in un tentativo di costruire un fronte unitario tra movimenti solidali con la Palestina e organizzazioni sindacali.

Proprio il collegamento tra la questione palestinese e le condizioni sociali interne è stato al centro dell’intervento di un rappresentante del Si Cobas. “Non soltanto il genocidio in Palestina non è notizia – ha affermato –. Questa economia di guerra viene portata avanti senza esclusione di colpi. In Italia bassi salari, precarietà, carovita, riarmo e decreti sicurezza sono pane quotidiano”. Il sindacalista ricorda che la mobilitazione per la Palestina non è un tema separato dalle lotte sul lavoro, ma parte di uno stesso quadro internazionale segnato da crisi e competizione economica.

Sono stati citati i dati sul mondo del lavoro italiano – milioni di operai e lavoratori salariati – e la necessità di trasformare quella che è stata definita “una fiammella di partecipazione” in un movimento più ampio. Il riferimento è andato anche agli scioperi in corso, come quello dei lavoratori della birra Peroni a Roma, dove nei giorni scorsi si è tentato lo sgombero di un picchetto. “La lotta per la Palestina ci insegna che quando il movimento operaio blocca le merci, fa male al profitto che muove sfruttamento e guerre”.

Un passaggio significativo è stato dedicato ai decreti sicurezza, strumenti che rafforzano uno “stato di polizia” e che colpiscono in particolare lavoratori e mobilitazioni sindacali. “Tutti i governi li hanno approvati, contro gli operai e contro i blocchi della produzione e della distribuzione delle merci”. Da qui l’invito a presidiare i luoghi di lavoro, i quartieri e le piazze, e a prepararsi alle prossime iniziative annunciate: una manifestazione regionale il 14 marzo, un presidio il 28 febbraio in Barriera di Milano e un’ulteriore mobilitazione il 2 marzo davanti alla Prefettura.

Il presidio davanti alla Rai si è così trasformato in un momento di convergenza tra diverse istanze: la denuncia della linea dell’emittente pubblica rispetto al conflitto israelo-palestinese, la critica all’economia di guerra e al riarmo, la difesa dei diritti dei lavoratori e l’opposizione ai decreti sicurezza. Un intreccio che gli organizzatori rivendicano come necessario per costruire un movimento capace di incidere sia sul piano internazionale sia su quello sociale interno.

La manifestazione si è conclusa con interventi musicali e con l’appello a proseguire la mobilitazione nelle prossime settimane. Per le realtà promotrici, il presidio di ieri rappresenta solo una tappa di un percorso più ampio che punta a unire lotte diverse sotto un’unica parola d’ordine: collegare la solidarietà alla Palestina alle battaglie contro precarietà, repressione e guerra.

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