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Sanità
24 Febbraio 2026 - 23:43
Disabato (M5s)
Tre mesi e venti giorni. Novantaquattro giorni, per essere pignoli. È il tempo trascorso dal 4 novembre 2025, da quando cioè il direttore generale Livio Tranchida ha firmato il bilancio consuntivo 2024 della Città della Salute e della Scienza di Torino, accompagnato dalle dichiarazioni entusiaste dell’assessore Federico Riboldi, felice di raccontare quel “risultato straordinario raggiunto in sei settimane” e di un'azienda finalmente riportata fuori da un “guado difficilissimo”.
Novantaquattro giorni dopo, quel guado è ancora lì. Perché manca una firma.Quella del direttore generale del settore Sanità della Regione Piemonte Antonio Sottile. E senza quella firma (non si tratta di una sottigliezza) il bilancio non è definitivamente approvato.
Il documento in questione non è un foglio Excel qualsiasi. Parliamo del consuntivo della più grande azienda sanitaria del Piemonte, un colosso che muove oltre 1 miliardo e 128 milioni di euro l’anno, con migliaia di dipendenti e una rete di presìdi che comprende le Molinette, il Sant’Anna, il Regina Margherita, il CTO. Il 2024 si è chiuso con un disavanzo di circa 51 milioni di euro. Non un buco improvviso, ma un rosso che si inserisce in una dinamica strutturale di costi crescenti, equilibrio fragile, margini ridotti all’osso.

L'assessore regionale Federico Riboldi è con il direttore generale Tranchida
Eppure, a novembre, il racconto era quello della svolta. La firma di Tranchida doveva segnare il ritorno alla normalità dopo mesi di paralisi. Perché prima di lui, quel bilancio era rimasto senza sottoscrizione. Thomas Schael, commissario straordinario, aveva scelto di non firmarlo. Non per distrazione. Non per un capriccio burocratico. Ma per la necessità, dichiarata, di approfondire alcune poste contabili e verificare partite ritenute critiche.
Il fatto che un commissario straordinario si rifiutasse di firmare il bilancio della più grande azienda sanitaria regionale non era un dettaglio folkloristico. Era un segnale. Significava che dentro quei numeri c’erano elementi che richiedevano chiarimenti.
Si è poi parlato di gestione dell’intramoenia, di crediti legati alla libera professione, di fondi derivanti dalla trattenuta del 5% sulle prestazioni, di somme contabilizzate e non incassate negli anni precedenti. Milioni di euro, non arrotondamenti.
Poi arriva novembre. Nuova guida, nuova firma, nuova narrazione. Il guado superato. La fase commissariale archiviata. L’azienda rimessa in carreggiata. Ma se tutto è stato chiarito, se le poste sono state sistemate, se il disavanzo da 51 milioni è stato inquadrato dentro un percorso di riequilibrio, perché la Regione non chiude l’istruttoria?
La risposta fornita in Consiglio regionale, su sollecitazione di Sarah Disabato, è una frase che potrebbe valere per qualunque pratica ferma in un ufficio pubblico: “Allo stato attuale risulta tuttora in corso, da parte dei competenti Settori della Direzione Sanità, l’istruttoria tecnica finalizzata all’approvazione del bilancio consuntivo”.
Nessuna data. Nessuna spiegazione sui rilievi. Nessun elemento che consenta di capire se si tratti di un controllo di routine o di una verifica sostanziale.
Il punto non è solo politico, è contabile. Senza la sottoscrizione del bilancio della Città della Salute, la Regione non può redigere il bilancio consolidato del Servizio sanitario regionale. E senza consolidato non esiste una fotografia completa degli equilibri economico-finanziari della sanità piemontese. In un sistema che vale miliardi di euro, la fotografia non è un optional.
Si potrebbe dire che quattro mesi non sono un dramma. Ma nel ciclo della finanza pubblica, quattro mesi sono un’anomalia. Soprattutto quando il documento è stato presentato come il simbolo della normalizzazione dopo una fase di incertezza. Se il commissario Schael non aveva firmato per prudenza, e il nuovo direttore generale ha firmato per responsabilità, perché tutto resta sospesa?
C’è un dato che resta sullo sfondo: 51 milioni di disavanzo su un bilancio da oltre 1,1 miliardi significano una perdita intorno al 4-5% del volume complessivo. Non è il tracollo di un’azienda privata, ma per un ente pubblico sanitario è un campanello. E quando i campanelli suonano, le istruttorie si allungano.
Nel frattempo, il racconto ufficiale resta quello della stabilità ritrovata. Ma la stabilità, in contabilità, si misura con atti chiusi, non con annunci. Un bilancio non è approvato finché non è approvato da tutti i livelli previsti. E qui un livello manca.
Disabato chiede trasparenza. Non è uno slogan particolarmente rivoluzionario quando si parla di oltre un miliardo di euro di risorse pubbliche. È una richiesta di base. Perché se l’istruttoria è ancora aperta dopo novantaquattro giorni, vuol dire che qualcosa non va. E se si sta verificando qualcosa, sarebbe utile sapere cosa.
Forse è solo prudenza amministrativa. Forse è un controllo scrupoloso su poste complesse. Forse è il tempo fisiologico di una macchina regionale lenta. Ma finché la firma non arriva, il bilancio celebrato come “straordinario” resta sospeso. E con lui resta sospesa la certezza sui conti della più grande azienda sanitaria del Piemonte.
Novantaquattro giorni non sono un’eternità. Ma nemmeno una formalità.
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