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Economia
24 Febbraio 2026 - 23:20
Lear, salta tutto: 374 lavoratori di nuovo nel vuoto
Oggi parliamo della Lear di Grugliasco. E' una di quelle vicende che raccontano molto più di una singola fabbrica. Raccontano una trasformazione industriale incompiuta, le fragilità dell’indotto automobilistico italiano e la distanza crescente tra le promesse dei piani di rilancio e la concretezza delle linee produttive. Per anni lo stabilimento alle porte di Torino ha rappresentato un tassello stabile della filiera automotive piemontese. Produceva sedili e componenti per modelli di fascia medio-alta, lavorava in stretta connessione con le produzioni legate a Maserati e ad altri marchi del gruppo Stellantis, garantiva occupazione a centinaia di famiglie. Poi, gradualmente, qualcosa ha iniziato a incrinarsi.
La crisi non è esplosa con un annuncio improvviso, ma si è costruita nel tempo. Prima la riduzione dei volumi, poi la perdita di alcune commesse strategiche, infine il progressivo svuotamento produttivo dello stabilimento.
Il passaggio verso l’elettrico, la riorganizzazione delle piattaforme industriali, la competizione globale sempre più aggressiva hanno inciso profondamente sull’indotto. Lear, come molti altri fornitori, ha subito le decisioni prese a monte. Quando i modelli cambiano o vengono spostati, quando le produzioni calano, la filiera paga immediatamente il prezzo.
A Grugliasco i numeri hanno iniziato a parlare chiaro: dai picchi occupazionali di oltre seicento addetti si è scesi progressivamente fino a poco meno di quattrocento lavoratori. La cassa integrazione è diventata una presenza costante, non più una misura temporanea ma una condizione strutturale.
In questo clima di incertezza si è fatta strada l’ipotesi peggiore, quella della chiusura definitiva. I sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno avviato mobilitazioni, presidi, richieste di convocazione ai tavoli ministeriali. La vertenza è approdata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con la Regione Piemonte impegnata a seguire da vicino la situazione. La ricerca di un investitore è diventata la parola chiave di ogni incontro. Serviva un progetto credibile, un piano industriale capace di trasformare un sito ormai svuotato di commesse in una nuova realtà produttiva. Per mesi, però, le prospettive sono rimaste nebulose.
La svolta è arrivata alla fine del 2025, quando è stata annunciata la nascita di una nuova società, FIPA – Fabbrica Italiana Produzione Autoveicoli, frutto di una partnership italo-cinese tra il gruppo ITB Auto, la famiglia Fassina e partner industriali cinesi legati al marchio Desner.
L’idea era ambiziosa e, per molti, sorprendente: riconvertire lo stabilimento dalla produzione di sedili all’assemblaggio di quadricicli elettrici destinati al mercato europeo. Un investimento stimato tra gli ottanta e i cento milioni di euro, una produzione prevista nell’ordine di decine di migliaia di veicoli all’anno, il riassorbimento di circa duecento lavoratori su poco meno di quattrocento ancora in forza.
Non era la salvezza per tutti, ma rappresentava comunque una prospettiva industriale concreta, almeno sulla carta.
Il 22 dicembre 2025 i lavoratori vengono chiamati a esprimersi sull’accordo sindacale. Il sì prevale con una maggioranza significativa.
L’intesa prevedeva l’attivazione della cassa integrazione straordinaria fino al 2027, percorsi di formazione per accompagnare la transizione verso la nuova produzione, meccanismi di riassunzione graduale nella newco e strumenti di uscita incentivata per chi non sarebbe rientrato nel nuovo progetto. Per qualche settimana, a Grugliasco, si è respirata una cauta speranza. Dopo anni di incertezza, sembrava delinearsi una seconda vita per il sito.
Tuttavia, fin dall’inizio, un elemento restava sospeso. L’accordo sindacale non coincideva con la formalizzazione definitiva dell’operazione industriale. Perché il piano partisse davvero serviva la firma degli atti commerciali tra Lear e FIPA, la definizione dei passaggi societari, la messa a terra concreta dell’investimento. Quelle firme, però, non sono mai arrivate. Le settimane sono diventate mesi. I sindacati hanno iniziato a denunciare uno stallo preoccupante, parlando di silenzi, di mancanza di chiarezza sui tempi e sulle condizioni economiche dell’operazione. Le aziende non hanno fornito scadenze precise.
Intanto, dietro i cancelli dello stabilimento, nulla cambiava. Nessuna nuova linea produttiva, nessun cantiere di riconversione, nessun segnale tangibile dell’arrivo dei quadricicli elettrici. La fabbrica restava in una sorta di limbo, sostenuta solo dagli ammortizzatori sociali. A febbraio 2026 la situazione è precipitata definitivamente. È emerso che il progetto di reindustrializzazione con FIPA è di fatto naufragato. Le condizioni per chiudere l’operazione non si sono realizzate e la prospettiva della newco si è dissolta. Per i circa 374 lavoratori rimasti la speranza di una riassunzione graduale si è trasformata in un nuovo punto interrogativo.
La notizia del venir meno dell’intesa è rimbalzata immediatamente nel dibattito regionale, trasformando la crisi industriale in terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.
Sarah Disabato e Alberto Unia, del Movimento 5 Stelle, denunciano l’ennesima fase di incertezza dopo anni di ammortizzatori sociali e vertenze. “È inaccettabile – dicono – che una trattativa presentata come definita si sia schiantata senza spiegazioni chiare, lasciando lavoratrici e lavoratori senza risposte”.
Chiedono che la Regione Piemonte eserciti fino in fondo il proprio ruolo di vigilanza e coordinamento, sottolineando che non si può procedere tra silenzi e mezze comunicazioni mentre centinaia di famiglie restano sospese. Nel mirino finisce anche l’ipotesi di un nuovo interessamento da parte del gruppo Zetronic, giudicata insufficiente se non accompagnata da un piano industriale credibile, investimenti concreti, tempi certi e garanzie occupazionali.
Per il Movimento 5 Stelle, il passaggio decisivo dovrà arrivare al tavolo ministeriale e all’incontro convocato per il 9 marzo al MIMIT, nella speranza che emerga una soluzione vera: “370 famiglie – ribadiscono – non possono vivere di sole ipotesi”.
Alla presa di posizione dell’opposizione ha fatto seguito la nota del vicepresidente e assessore al Lavoro della Regione Piemonte, Elena Chiorino, che ha confermato la volontà di Lear di interrompere le trattative sulla reindustrializzazione del sito di Grugliasco. Chiorino ha assicurato che la Regione è in contatto costante con Lear, FIPA, le rappresentanze sindacali e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e ha annunciato la convocazione di un tavolo ministeriale, sottolineando che sarà quella la sede in cui chiarire definitivamente il quadro industriale e assumere le necessarie responsabilità.
“L’obiettivo – afferma – resta la tutela piena di tutti i lavoratori coinvolti in questa fase di transizione. Su questa partita la Regione non arretrerà di un solo centimetro”.
Anche dal Partito Democratico arrivano critiche severe. Monica Canalis e Laura Pompeo ricordano come i timori espressi nei giorni precedenti sullo stallo dell’accordo tra Lear e FIPA si siano rivelati fondati.
“L’eventuale nuovo investitore, il gruppo Zetronic – commentano – dovrà essere valutato con la massima trasparenza e credibilità, perché non si possono ripetere annunci privi di solide garanzie industriali”.
Canalis e Pompeo chiedono un’informativa urgente in Commissione o in Aula dell’assessore regionale al Lavoro e sottolineano che la Regione deve esercitare fino in fondo il proprio ruolo di vigilanza e coordinamento, soprattutto in vista dell’incontro al MIMIT. “Non si possono lasciare soli i lavoratori – concludono – né accettare che il futuro di un sito industriale strategico per Torino venga gestito senza un confronto pubblico e responsabile”.
La vertenza Lear, dunque, non è più soltanto una questione industriale ma un banco di prova politico per la giunta regionale e per l’intero sistema istituzionale. L’opposizione accusa la maggioranza di aver inseguito annunci senza pretendere garanzie solide; la maggioranza rivendica un lavoro costante di mediazione e pressione sui soggetti industriali coinvolti. Sullo sfondo resta il nodo principale, che nessuna dichiarazione può sciogliere da sola: l’assenza di un progetto industriale operativo capace di restituire futuro allo stabilimento di Grugliasco.
Oggi la fabbrica resta sospesa. C’è un accordo sindacale formalmente in vigore, c’è la cassa integrazione che garantisce una copertura temporanea, ma manca un piano produttivo concreto, finanziato e cantierabile. I lavoratori vivono nell’incertezza, tra la speranza di un nuovo investitore e la paura di una chiusura definitiva.
Cos’è oggi la Lear di Grugliasco? È il racconto di un territorio che cerca di reinventarsi e di una filiera che fatica a trovare un equilibrio nella nuova geografia dell’auto, mentre la politica discute, promette e si confronta, ma deve ancora dimostrare di saper trasformare le parole in soluzioni reali.
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