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Ombre su Torino
25 Febbraio 2026 - 21:54
Enrico Ballor, il Martellatore.
Quando nel 1902 la città conobbe gli orrori perpetrati dal cosiddetto “Mostro di Piazza Savoia" ci fu un attimo nel quale uno dei primi accusati venne accostato a un altro incubo di quel periodo: un serial killer soprannominato “Il martellatore”.
La sua storia inizia il 1° novembre del 1899. Orsola Bocco fa la portinaia di uno stabile in via Magenta 5. Ha 59 anni e gli abitanti del palazzo la descrivono come una donna gentile e riservata. Sposata con un uomo abitante in provincia di Cuneo, conduce una vita austera e senza vizi che, in un momento in cui un affitto mensile di un’abitazione nel palazzo è di 8 lire, gli ha permesso di mettere via un discreto gruzzoletto: 250 lire.
È una donna metodica e precisa la signora Bocco e, quando la mattina di quel giorno gli inquilini trovano la guardiola chiusa a chiave e la luce accesa all’interno, viene subito chiamata la polizia. Gli agenti sfondano la porta e si trovano davanti a uno spettacolo raccapricciante.
Seguendo una traccia ematica che inizia all’ingresso del piccolo appartamento della signora, arrivano alla stanza da letto. Qui la trovano esanime, con la testa spaccata dalla quale esce materia cerebrale e schegge di cranio sul pavimento. Poco lontano trovano anche l’arma del delitto: un martello con sopra del sangue raggrumato.
Viene stabilito che l’omicidio è avvenuto la sera precedente, intorno alle 22,30. Dalla stanza non è stato portato via praticamente niente e ci sono tracce di qualcuno che abbia rovistato nella camera. Il “tesoretto” di Orsola è al suo posto celato nell’armadio in mezzo alla biancheria e mancano solo 40 lire che le aveva spedito il marito e altre 8, una quota di un affitto di uno degli inquilini che venivano da lei ritirati mensilmente. Nell’immediatezza dei fatti viene fermato un giovane che abita nel palazzo, ma viene rilasciato subito.
Passa quasi un mese.
27 novembre, corso Vittorio Emanuele 16. A quell’indirizzo c’è il circolo Caprissi. Frequentato da circa 20 soci, è in gestione ai coniugi Corona.
Intorno alle 15,20, un margaro che ogni giorno porta il latte alla struttura suona al cancello principale, che però è aperto.
Varcata la porta d’ingresso l’uomo caccia un urlo che viene sentito in tutto il quartiere. A terra ci sono Teresa Corona e la sua amica Erminia Lorenzone. Sono in un lago di sangue, morte, con le sottane e le camicie alzate a metà schiena e con il capo fratturato probabilmente da un martello. Questa volta le stanze sono a soqquadro ma all’appello mancano solo due catenelle di metallo e un anello. Valore totale 70 lire. Tipologia di vittime e modus operandi fanno collegare i due crimini: c’è un serial killer a Torino.
Un omicida seriale che, tuttavia, sembra un fantasma. Nonostante diversi arresti, un’indagine a tappeto e una campagna martellante de La Stampa, in mano agli inquirenti non resta nulla. Per quasi un anno le tenebre calano sul caso.
Poi, però, succede di nuovo.
Massimino Ballor è il custode/giardiniere della villa del Cavalier Meille, a Cavoretto, in collina. Nella notte tra il 25 e il 26 novembre 1900 viene trovato ucciso. È stato orrendamente sfigurato a colpi di martello alla fronte e poi finito con un colpo alla nuca.
Il corpo viene trovato nel cortile della proprietà e chi lo ha ammazzato lo conosceva. A una testimone, che lo incrocia mentre esce dalle mura della villa, la vittima racconta che un uomo lo ha fatto chiamare poiché sarebbe dovuto correre dalla figlia che si è ammalata. Tornato indietro (e avendo constatato di essere stato ingannato) lo sventurato cade sotto i colpi dell’assassino che gli porta via un orologio. Nell’abitazione non sparisce nulla, anche perché il responsabile del delitto non sa che la chiave della porta principale è celata nel vaso di una pianta.
In questo caso, però, seguendo la pista dell’orologio, la polizia arriva a un ragazzo. Questi, la sera stessa dell’omicidio, avrebbe dato in pegno il “cipollone” rubato a un cameriere di un locale li vicino per ottenere in prestito dallo stesso 2 lire. <<Se mi va bene un certo affare te ne ridò 4>> è la proposta che gli viene fatta.
Quando si arriva alle generalità del sospettato le indagini prendono una piega insospettata. Il personaggio in questione, infatti, non solo è legato all’ultimo omicidio, ma risulta abitare in via Magenta 5 e fino a qualche tempo prima lavorava per una ditta di acque minerali che riforniva regolarmente il Circolo Carpissi.
Ha ucciso una portinaia rubando circa 50 lire. Ha fatto fuori due donne per un anello da 70 lire. L’orologio del guardiano di Villa Meille vale 8 lire. L’uomo così alla disperata ricerca di danaro da arrivare a tanto ha un nome e cognome. Si chiama Enrico Ballor e non è un omonimo di Massimino, l’ultima vittima, è suo nipote.

Al momento dell’arresto ha 27 anni. Nasce a Moncalieri dove vive qualche anno. È intelligente ma svogliato e si distingue per essere un ladruncolo con una certa passione per la vita notturna e l’alcol. Presto diventa un piccolo criminale, venendo condannato per lesioni e per una serie di furti.
L’onta che colpisce una famiglia perbene come la sua fa sì che questa lo abbandoni completamente, poco dopo i 20 anni. Da quel momento si lega molto alla sorella Susanna che lo assume nel suo negozio di fiori. Qui sembra cambiato, risulta puntuale e laborioso, conosce nuovi amici e sembra ritornato a una vita normale. Fino a che, a metà 1899, improvvisamente, Susanna decide di suicidarsi, avvelenandosi.
Per Enrico è un trauma incredibile. Inizia a cambiare spesso lavoro, crea problemi ovunque venga assunto e passa da fare l’ortolano per le suore del Cottolengo a inventarsi facchino per una ditta di acque minerali fino a diventare commesso di corone mortuarie. Ogni centesimo che guadagna lo spende in unica attività: beve moltissimo, è praticamente diventato un alcolizzato.
Nell’aprile 1901 viene rinviato a giudizio per l’omicidio dello zio. Il processo viene fissato per il 4 giugno dello stesso anno.
Dopo due giorni di udienze in cui si mostra sicuro di sé e della sua innocenza, il 6 giugno prova a impiccarsi in carcere ma viene salvato da una guardia. Tornato in tribunale vede la sua posizione sgretolarsi. Aveva raccontato di avere comprato l’orologio anni prima, ma il cameriere a cui lo ha dato in pegno lo smentisce categoricamente.+
Si scopre che non andava a trovare lo zio da anni e che alla notizia dell’uccisione non mostrò alcuna emozione. Viene tirato fuori il suo passato turbolento, i suoi precedenti, il suo carattere litigioso. Il tentato suicidio suona come prova regina della sua colpevolezza. Il 12 giugno il verdetto è senza appello: ergastolo con isolamento per 7 anni.
In maniera incredibile, nello stesso giorno della prima condanna, a sera, Ballor torna in tribunale imputato dell’omicidio della portinaia di via Magenta. Sembra non importargli nulla. Parla solo per minacciare nuovamente il suicidio.
Durante il dibattimento viene confermato che l’imputato abita nello stesso stabile dove è stato trovato il cadavere della vittima. Si viene a sapere che fu proprio Ballor l’unico sospettato fermato e poi subito rilasciato, un tragico errore. A suo carico c’è la testimonianza del poliziotto che lo arresta al quale il giovane pare abbia detto: <<Venite perché hanno ucciso la mia portinaia?>> quando la notizia non era ancora pubblica.
Spunta fuori poi una donna che lo riconosce come l’uomo con cui si scontrò quella sera, intorno alle 22,30, uscendo dal palazzo. A incastrarlo c’è la confidenza che aveva con la morta (a cui faceva regolarmente visita) e il registro dove questa annotava il pagamento degli affitti degli alloggi del palazzo. Qui, in data 1° novembre, risulta il versamento effettuato da Ballor, ma la calligrafia risulterà la sua. Si ipotizza che l’uomo sia andato per pagare ma che poi abbia cambiato idea. Un successivo alterco con la Bocco avrebbe portato alla sua morte e alla sparizione delle 40 lire donatele dal marito e proprio delle 8 dell’affitto che l’omicida avrebbe dovuto corrispondere.
Il 17 giugno viene condannato a 30 anni e 10 di sorveglianza per omicidio e rapina ma senza la premeditazione.
Dopo un anno e due processi passati a dichiararsi completamente estraneo ai fatti, l’epilogo di questa storia è probabilmente ancora più incredibile del resto.
Arriva l’8 luglio e Ballor decide che ne ha abbastanza e confessa. Racconta nei minimi particolari dell’omicidio dello zio e della portinaia ma non si ferma li. Si, è stato lui a uccidere anche le due donne al circolo Carpissi. Riferisce che le ha fatte fuori non con un martello ma con una chiave inglese.
Lo hanno fatto entrare perché pensavano che fosse ancora il fattorino della ditta di acque minerali. Riporta di come le ha colpite, una dopo l’altra, sempre più furiosamente, fino a lasciarle senza vita. Scende nei particolari, fino a quelli più agghiaccianti, fino ad aver fatto sesso col cadavere della signora Corona. Giustifica l’azione con la necessità di rubare: bottino due catenelle di metallo di nessun valore e un anello da 70 lire che farà ritrovare agli inquirenti.
L’accusa stavolta è di omicidio premeditato e la condanna è all’ergastolo.
“Il martellatore” finirà i suoi giorni nel carcere di massima sicurezza di Porto Longone, sull’Isola D’Elba.
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