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Barolo tiene, Barbera soffre: il Piemonte del vino rallenta e fa i conti con le scorte

Produzione in calo nella regione mentre il resto d’Italia cresce. Denominazioni a due velocità, export più incerto e prezzi sotto pressione

Barolo tiene, Barbera soffre

Barolo tiene, Barbera soffre: il Piemonte del vino rallenta e fa i conti con le scorte

C’è un Piemonte che resiste e uno che fatica. Il primo parla il linguaggio del Barolo, il vino simbolo che continua a difendere posizione e reputazione. Il secondo ha il volto del Barbera, che sente il peso delle giacenze e di un mercato più nervoso. Nel mezzo, un sistema che prova a governare le scorte per evitare squilibri, mentre l’Italia del vino nel suo complesso torna a crescere.

Il quadro emerge dal Report 2025 del Wine Permanent Observer, presentato ad Alba nell’incontro annuale promosso da Confindustria Cuneo insieme ai consorzi di tutela. Ma più che le cifre, a colpire è la fotografia di una regione che va in direzione opposta rispetto al trend nazionale. Se a livello italiano la produzione è risalita, in Piemonte si registra un arretramento. Una frenata che, paradossalmente, diventa uno strumento di equilibrio: meno vino prodotto significa anche meno accumulo in cantina.

Il punto non è solo quanto si produce, ma quanto si riesce a vendere. E qui le differenze si fanno nette. Le denominazioni con un’identità forte, capaci di programmare gli imbottigliamenti e gestire lo stock, reggono meglio. Il Barolo, in particolare, mostra segnali di stabilità: imbottigliamenti leggermente ridotti, giacenze sotto controllo, una domanda che resta solida sia in Italia sia all’estero. Non è un’espansione euforica, ma un equilibrio sorvegliato.

Diversa la situazione del Barbaresco, meno brillante, e soprattutto quella delle denominazioni più “volumiche”, dove il mercato è più sensibile ai prezzi e alle oscillazioni dei vini sfusi. In questo segmento la pressione delle scorte si fa sentire. La Barbera d’Asti, per esempio, vive una fase delicata. L’ampiezza della base produttiva, unita a un contesto meno dinamico sul fronte dei vini sfusi, rende più complesso assorbire le quantità in cantina.

Il tema delle giacenze è centrale. Negli ultimi anni il settore ha imparato che produrre troppo, in un mercato che rallenta, può trasformarsi in un boomerang. Il Piemonte sembra aver scelto una linea prudente: contenere la produzione per evitare un eccesso di vino invenduto. Una strategia che tutela il valore nel medio periodo, ma che nel breve espone alcune denominazioni alle tensioni dei prezzi.

Anche sul fronte dei bianchi il quadro è articolato. Il Gavi mostra una buona tenuta, grazie a una produzione più contenuta nell’ultima annata e a una discreta rotazione sui mercati esteri. La sua vocazione internazionale continua a rappresentare un punto di forza. Più complessa la situazione del Moscato d’Asti e dell’Asti Spumante, che risentono maggiormente delle oscillazioni della domanda e adottano politiche di imbottigliamento più caute.

Il mercato interno racconta un’altra storia ancora. Nella grande distribuzione i vini piemontesi mantengono posizioni importanti, con Barolo e Barbaresco ai vertici delle fasce di prezzo. Ma negli ultimi dodici mesi qualcosa è cambiato. Dopo anni di crescita costante, alcune etichette hanno visto i listini ridursi o stabilizzarsi. Non si tratta di crolli, ma di segnali da non sottovalutare.

La Barbera, in particolare, è tra le denominazioni che hanno registrato i ribassi più evidenti sugli scaffali. Anche il Gavi e il Roero Arneis hanno mostrato un raffreddamento dei prezzi. Al contrario, Barolo e Barbaresco hanno segnato piccoli aumenti, pur senza tornare ai livelli più alti toccati in passato. È un mercato che si assesta, con consumatori più attenti alla spesa e una concorrenza internazionale sempre più agguerrita.

Un elemento interessante riguarda il confronto territoriale. Se fino a pochi anni fa i prezzi medi fuori regione, ad esempio in Lombardia, risultavano spesso più elevati, oggi in molti casi accade il contrario: in Piemonte alcune denominazioni costano leggermente di più rispetto ad altri mercati vicini. Un segnale che parla di radicamento locale, ma anche di una distribuzione che sta rivedendo le proprie strategie.

Sul fronte internazionale il clima è meno favorevole rispetto al passato. Nei primi nove mesi del 2025 l’export italiano ha rallentato. Alcuni mercati storici mostrano segni di stanchezza. Negli Stati Uniti, per esempio, si registra una contrazione in valore, pur con volumi che tengono. In Germania il quadro è misto. Ci sono però eccezioni positive: Canada e Brasile crescono e offrono spazi di opportunità.

Per il Piemonte, che esporta una quota significativa della propria produzione, questi movimenti pesano. Il Barolo continua ad avere un forte appeal internazionale, ma la competizione si è fatta più intensa. I vini francesi, spagnoli e del Nuovo Mondo presidiano le stesse fasce di mercato. In questo scenario la forza del marchio territoriale diventa decisiva.

La questione, in fondo, è tutta qui: valore contro volume. Il Piemonte ha costruito la propria reputazione su denominazioni riconoscibili, capaci di spuntare prezzi medi superiori alla media nazionale. Ma la sostenibilità del sistema passa dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra produzione, giacenze e domanda.

Le cantine lo sanno. Negli ultimi anni hanno investito in qualità, promozione, enoturismo. Alba e le Langhe sono diventate una meta internazionale. Tuttavia il mercato del vino non è immune dalle incertezze globali: inflazione, cambiamenti nei consumi, nuove abitudini tra i giovani. Il calo dei consumi interni in diversi Paesi europei è un dato strutturale, non episodico.

In questo contesto il Piemonte sceglie la prudenza. Ridurre leggermente la produzione, monitorare le scorte, evitare guerre di prezzo. Una linea che tutela le denominazioni di punta ma che mette sotto pressione quelle più esposte ai grandi numeri.

Il Barolo resta il simbolo di una tenuta possibile. Non cresce in modo esplosivo, ma conserva stabilità. La Barbera rappresenta invece la sfida: valorizzare un vino identitario, diffuso, accessibile, senza svilirne il prezzo. È una partita che si gioca sulla programmazione, sulla promozione e sulla capacità di intercettare nuovi mercati.

Il 2026 si apre dunque con un Piemonte del vino meno espansivo, ma più consapevole. Non è una crisi, ma una fase di assestamento. La differenza la faranno le scelte dei prossimi mesi: quanta produzione autorizzare, come gestire le giacenze, dove investire nella promozione estera.

Il vino piemontese ha dimostrato negli anni di saper reagire alle difficoltà. Oggi si trova davanti a un bivio meno spettacolare ma altrettanto decisivo: difendere il valore senza perdere competitività. Il Barolo osserva dall’alto, saldo. La Barbera chiede attenzione. Il sistema, nel suo complesso, è chiamato a una nuova prova di equilibrio.

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