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Chi è Victor Owen Schwartz, l’importatore di vino che ha fatto cadere i dazi di Trump

La sentenza del 20 febbraio 2026 stabilisce che il Presidente non può imporre dazi generalizzati con la legge sui poteri d’emergenza. A rischio rimborsi miliardari, mentre l’export italiano del vino prova a ripartire tra nuove minacce tariffarie.

Chi è Victor Owen Schwartz, l’importatore di vino che ha fatto cadere i dazi di Trump

Chi è Victor Owen Schwartz, l’importatore di vino che ha fatto cadere i dazi di Trump

Una cassa di Barolo rimasta a metà pallet, un ordine cancellato all’ultimo minuto, un container fermo in banchina a Livorno. Da qui è iniziata la vicenda di Victor Owen Schwartz, importatore newyorkese di vini artigianali e fondatore di VOS Selections. Nel 2025, quando l’Amministrazione Donald Trump ha annunciato i dazi ribattezzati “Liberation Day”, i conti della sua azienda non hanno più retto. I costi di importazione sono aumentati in poche settimane, le scorte si sono ridotte del 25 per cento e le spedizioni dall’Italia sono diventate incerte. Schwartz non ha scelto di aspettare. Con il sostegno del Liberty Justice Center ha fatto ricorso contro il provvedimento federale. Dieci mesi dopo, il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che quei dazi non potevano essere imposti sulla base dei poteri d’emergenza invocati dalla Casa Bianca.

VOS Selections è nata nel 1987. Opera tra New York, New Jersey e Philadelphia e importa vini, distillati e sakè da sedici Paesi. Dal 2019 accanto a Victor Owen Schwartz lavora la figlia Chloë Syrah Schwartz. L’azienda ha costruito la propria identità su piccole cantine europee, molte italiane, con produzioni limitate e margini contenuti. Quando ad aprile 2025 la Casa Bianca ha annunciato una tariffa base del 10 per cento su quasi tutte le importazioni, con aliquote più elevate verso alcuni Paesi, l’effetto è stato immediato. Il provvedimento è stato giustificato attraverso l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 (Legge sui poteri economici d’emergenza internazionale), uno strumento pensato per situazioni straordinarie.

Il vino europeo è entrato tra i prodotti colpiti. Molti importatori hanno sospeso gli ordini, temendo di dover pagare dazi imprevisti al momento dello sdoganamento. Alcuni container sono rimasti nei porti di partenza. Per il vino italiano, che nel 2024 ha esportato negli Stati Uniti circa 1,93 miliardi di euro, pari a un quarto dell’export complessivo del settore, la prospettiva è stata pesante. Unione Italiana Vini ha stimato perdite tra 317 e 460 milioni di euro nel primo anno con tariffe al 15 per cento, a seconda dell’andamento del cambio. Le denominazioni più esposte sono risultate Moscato d’Asti, Pinot Grigio, Chianti Classico, i rossi piemontesi e toscani e il Prosecco. Nella fascia di prezzo tra 12 e 15 dollari, la più diffusa sugli scaffali americani, anche un incremento limitato ha alterato l’equilibrio tra prezzo e qualità che aveva favorito il vino italiano negli ultimi anni.

Il 14 aprile 2025 il Liberty Justice Center ha depositato ricorso davanti alla U.S. Court of International Trade(Tribunale del commercio internazionale degli Stati Uniti). Tra i ricorrenti figurava VOS Selections insieme ad altre imprese. Il punto centrale era costituzionale: il potere di imporre dazi, assimilabili a imposte, spetta al Congresso, non al Presidente. Nel collegio legale sono entrati giuristi come Ilya Somin, Michael W. McConnell e Neal Katyal. A maggio 2025 il tribunale ha dato ragione ai ricorrenti, dichiarando illegittima l’applicazione dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre tariffe generalizzate. Il 29 agosto 2025 la Corte d’Appello del Federal Circuit ha confermato la decisione, sostenendo che quei dazi erano privi di un’autorizzazione esplicita nel testo della legge.

Il caso è arrivato alla Corte Suprema con il titolo “Trump v. V.O.S. Selections, Inc.”, collegato alla causa “Learning Resources v. Trump”. Con una maggioranza di sei giudici contro tre, la Corte ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act non autorizza il Presidente a imporre tariffe. La maggioranza ha richiamato la dottrina delle “major questions”, secondo cui per decisioni di grande impatto economico serve un mandato chiaro del legislatore. Due giudici nominati da Donald Trump hanno votato con la maggioranza. Restano in sospeso circa 133,5 miliardi di dollari già riscossi dall’amministrazione doganale, che potrebbero essere oggetto di richieste di rimborso.

La Casa Bianca ha reagito annunciando l’intenzione di ricorrere alla Trade Act del 1974, in particolare alla Sezione 122, che consente al Presidente di introdurre dazi fino al 15 per cento per un periodo massimo di 150 giorni in presenza di squilibri nella bilancia dei pagamenti. Si tratta di uno strumento diverso e temporalmente limitato, ma la prospettiva di nuove tariffe ha mantenuto alta l’incertezza per imprese e partner commerciali europei.

Per il vino italiano, l’instabilità ha avuto effetti concreti già nella primavera 2025. Molte cantine hanno ricevuto richieste di sospensione delle spedizioni. In alcune regioni, tra cui la Puglia, si sono registrate disdette. L’assenza di regole transitorie per i prodotti già in viaggio ha trasferito il rischio sui compratori americani. Un’analisi di settore ha evidenziato che un dazio del 15 per cento può tradursi in aumenti ben superiori sul prezzo finale, perché ogni passaggio della filiera – importatore, grossista, dettagliante – applica un margine sulla base già maggiorata. Il risultato è stato un calo della domanda nei ristoranti indipendenti e nelle enoteche specializzate, con un parziale spostamento verso vini provenienti da Cile, Argentina e Australia.

Per Victor Owen Schwartz, l’impatto è stato immediato. Ha spiegato in un’intervista a RaiNews che l’azienda ha visto ridursi le scorte e aumentare i costi in modo non programmabile. Per un operatore che lavora con piccoli produttori, l’impossibilità di garantire continuità nei prezzi e nelle consegne incide direttamente sui rapporti commerciali. Dopo la sentenza ha dichiarato che una piccola impresa può ottenere giustizia se il quadro normativo non è rispettato.

La decisione del 20 febbraio 2026 ha chiarito un limite: i poteri d’emergenza previsti dall’International Emergency Economic Powers Act non possono essere utilizzati per imporre dazi generalizzati. Questo ha fornito un riferimento giuridico stabile. Rimane però aperta la questione dei rimborsi e delle eventuali nuove misure adottate sulla base della Trade Act del 1974. Molte aziende hanno già avviato azioni per recuperare le somme versate.

Nei rapporti tra Italia e Stati Uniti il tema resta sensibile. Se venissero introdotte tariffe temporanee al 10 o 15 per cento, l’effetto sui prezzi al consumo sarebbe significativo soprattutto nei segmenti più competitivi. I produttori italiani stanno valutando come riorganizzare listini e spedizioni, mentre gli importatori devono ripristinare linee di credito e gestire eventuali rimborsi doganali. La vicenda di VOS Selections dimostra che una controversia commerciale può assumere rilievo istituzionale. La Corte Suprema ha ribadito che il potere di imporre dazi appartiene al Congresso e che le deleghe generiche non sono sufficienti. Per le imprese coinvolte non è stato solo un dibattito teorico, ma una questione che ha inciso sui bilanci, sui contratti e sulla stabilità dei flussi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico.

Fonti: Corte Suprema degli Stati Uniti, sentenza “Trump v. V.O.S. Selections, Inc.”; U.S. Court of International Trade; Federal Circuit Court of Appeals; International Emergency Economic Powers Act; Trade Act del 1974; Unione Italiana Vini; RaiNews; dati export vino italiano 2024.

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