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Stesso Stato, regole diverse: in Piemonte non si assume, al Sud sì. La denuncia del sindaco di Borgofranco

Il sindaco di Borgofranco Fausto Francisca denuncia le disparità tra territori: 12 dipendenti per oltre 3.700 abitanti, mentre in altre regioni i rapporti sono tripli. «Viviamo nell’Italia delle diversità»

Stesso Stato, regole diverse: in Piemonte non si assume, al Sud sì. La denuncia del sindaco di Borgofranco

Fausto Francisca

Il segretario comunale c’è. Ma il personale no. O meglio: c’è, ma è “ridotto”. Ridotto ai minimi termini. Ridotto all’osso. Ridotto a numeri che, messi in fila, raccontano molto più di qualsiasi convegno sulla “valorizzazione degli enti locali”.

A dirlo, senza troppi giri di parole, è il sindaco di Borgofranco d’Ivrea Fausto Francisca, che snocciola cifre come fossero sassi lanciati contro un muro. E i numeri, quando sono così crudi, fanno più rumore di tante dichiarazioni di circostanza.

Borgofranco oggi può contare su 12 dipendenti comunali. Dodici. Negli anni Ottanta erano 35. Non perché il paese fosse una capitale amministrativa, ma perché allora il Comune gestiva direttamente servizi che oggi sono stati esternalizzati o trasferiti: servizi scolastici, pre e post scuola, autisti degli scuolabus, assistenti sociali.

Nel 2013 il personale era già sceso a 15 unità. Nel 2019 era precipitato a 9, perché chi andava in pensione non veniva sostituito. Scelta obbligata, si disse, per non appesantire la spesa corrente.

Oggi il rapporto è spietato: un dipendente ogni 313 abitanti circa. Tradotto: un municipio che funziona con una struttura che, in proporzione, è tra le più leggere d'Italia.

E qui si apre il confronto che il sindaco non esita a definire “scomodo”.

«Se poi sei un Comune piemontese è ancora peggio», osserva. Perché basta attraversare il confine regionale per accorgersi che le regole cambiano. In Valle d’Aosta, Regione a Statuto Speciale, i Comuni – mediamente – hanno dotazioni organiche ben più consistenti. Francisca parla di un rapporto triplo rispetto al Piemonte. Triplo. Non qualche unità in più: tre volte tanto.

Non è solo una percezione. I dati nazionali confermano che negli ultimi quindici anni i Comuni italiani hanno perso una quota significativa di personale. Secondo elaborazioni IFEL e ANCI, dal 2007 al 2023 i dipendenti comunali sono diminuiti di quasi il 30%, con punte ancora più accentuate nei piccoli enti sotto i 5.000 abitanti. Oltre 130 mila unità in meno a livello nazionale. Una cura dimagrante che ha colpito soprattutto il Nord e i piccoli Comuni, dove i vincoli di bilancio e il blocco del turnover hanno fatto più danni.

E mentre a Borgofranco si lavora con 12 persone, c’è chi – anche al Nord – ha vissuto stagioni ben diverse. Alessandria, ad esempio, quando fu commissariata per disavanzo, aveva un dipendente ogni 33 abitanti. Dieci volte tanto rispetto al rapporto attuale di Borgofranco. Un paragone che il sindaco usa non per alimentare una guerra tra poveri, ma per evidenziare quella che definisce una profonda disomogeneità del sistema.

Se poi si guarda al meridione d'Italia, il quadro si fa ancora più spigoloso.

«Lì le assunzioni sono politicamente assistenziali», afferma Francisca, precisando che non è una regola universale. Ma gli esempi che circolano da anni sono noti: in Sicilia, fino a pochi anni fa, un Comune di circa 1.100 abitanti contava 140 dipendenti, oltre il 14% della popolazione impiegata in municipio. Un rapporto che nei piccoli Comuni piemontesi appare fantascienza.

Eppure, per un Comune definito “disastrato”, la normativa può tollerare una media di un dipendente ogni 100 abitanti. A Borgofranco si è a un terzo di quella soglia. Qui non si parla di eccessi, ma di sopravvivenza amministrativa.

«Viviamo nell’Italia delle diversità», sintetizza il sindaco. Diversità che non si limitano al numero dei residenti o al volume del bilancio. Perché due Comuni con popolazione simile possono avere carichi di lavoro radicalmente diversi. Uno può gestire 20 chilometri di strade, l’altro 70. Uno può avere 350 punti luce, l’altro mille. Uno può avere un territorio compatto, l’altro frazioni sparse, boschi, versanti montani, criticità idrogeologiche. Ma nei parametri ministeriali queste differenze pesano poco o nulla.

Il risultato? Uffici dove la stessa persona si occupa di anagrafe al mattino, di lavori pubblici al pomeriggio e di sociale quando serve. Dove le ferie diventano un problema organizzativo e le malattie un’emergenza. Dove ogni pensionamento è una ferita che difficilmente si rimargina.

Il tema è arrivato anche sui tavoli dell’ANCI, che nei giorni scorsi ha riunito i sindaci dei piccoli Comuni per discutere di capacità amministrativa e sostenibilità degli organici. "Ma – osserva Francisca le differenze vengono analizzate su “scala vasta”, senza entrare troppo nel dettaglio. Perché se si scende nel particolare, le incongruenze emergono con troppa evidenza...".

E così si continua a parlare di riforme, di revisione dei parametri, di nuove assunzioni legate ai fondi straordinari, mentre nei municipi più piccoli si tira avanti con quello che c’è. E spesso quello che c’è è poco.

Alla fine, il sindaco chiude con una citazione che è insieme cultura e disincanto: «Cambiare tutto, per non cambiare nulla». Parole di Tomasi di Lampedusa che sembrano cucite addosso alla pubblica amministrazione italiana.

Insomma, il segretario comunale c’è. Ma il resto è affidato a una manciata di dipendenti che tengono in piedi servizi, bilanci, manutenzioni e relazioni con i cittadini. In un’Italia dove le regole sono uguali per tutti, ma le condizioni di partenza no. E dove, a volte, fare il sindaco di un piccolo Comune piemontese significa soprattutto imparare l’arte del miracolo quotidiano.

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