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Insulti al gazebo di Fratelli d'Italia a Chieri, intervengono le forze dell'ordine: l'allarme di Davide Nicco

Fabrizio Bertot, segretario provinciale del partito, punta il dito contro «sinistra e fronte del no al referendum"

Insulti al gazebo di Fratelli d'Italia a Chieri, intervengono le forze dell'ordine: l'allarme di Davide Nicco

Il confine tra dissenso e intimidazione si è fatto sottile, troppo sottile, in un sabato mattina di campagna referendaria a Chieri. Un gazebo, qualche bandiera, volantini, un tavolino per raccogliere firme e distribuire materiale informativo. Una scena ordinaria di politica sul territorio. Poi i cartelli, le scritte offensive, la tensione che sale. E l’arrivo delle forze dell’ordine.

È accaduto davanti a un banchetto informativo di Fratelli d’Italia, in uno spazio dove il Comune aveva autorizzato anche un gruppo di ragazzi alla vendita di libri. Due attività diverse, legittime, affiancate nello stesso luogo. Fino a quando, secondo quanto riferito, davanti al gazebo politico sono comparsi cartelli con frasi giudicate gravemente offensive. La situazione è rapidamente degenerata, rendendo necessario l’intervento delle forze dell’ordine per riportare la calma e garantire il regolare svolgimento delle attività autorizzate.

Un episodio che, al di là dei dettagli ancora in parte da chiarire, ha acceso una reazione politica immediata.

Il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, parla senza mezzi termini di una soglia superata. «Il referendum è uno strumento alto di partecipazione popolare», afferma. Ma trasformarlo «in un terreno di aggressione verbale e di delegittimazione politica significa svilirne il senso».

Il punto, per Nicco, non è soltanto l’episodio in sé, ma il clima che lo rende possibile. «Si è superato il limite», avverte, parlando di una «strada pericolosa per la nostra democrazia». Il messaggio è chiaro: il dissenso è legittimo, anzi necessario; l’intimidazione no. «L’insulto non è mai militanza: è solo un segno di impoverimento del confronto pubblico».

E ancora: «Non possiamo accettare che il clima politico degeneri fino a richiedere l’intervento della forza pubblica per garantire la libertà di espressione. La democrazia si difende con il rispetto, non con l’odio organizzato».

Le parole pesano, perché chiamano in causa non solo chi ha esposto quei cartelli, ma l’intero modo in cui oggi si vive la contesa politica. Il referendum, per definizione, è la forma più diretta di partecipazione popolare: un sì o un no che passa dalla coscienza individuale, non dalla mediazione parlamentare. Ridurlo a un’arena di invettive è, in fondo, un autogol civile.

Sull’episodio interviene anche Fabrizio Bertot, segretario provinciale del partito, che punta il dito contro «sinistra e fronte del no al referendum», accusati di aver cercato di intimidire «gli amici di Fratelli d’Italia di Chieri imbrattando la zona del nostro gazebo con volantini abusivi ricchi dei soliti insulti e delle noiose minacce».

Il tono si fa identitario: «Nessun problema… loro sono loro e noi siamo dall’altra parte… da quella del popolo, da quella dello Stato, da quella dei cittadini onesti… e soprattutto da quella del “Sì” al referendum».

Parole che fotografano una polarizzazione ormai strutturale. Il rischio, però, è che la dinamica si autoalimenti: più si alza il volume, più si restringe lo spazio del confronto. E quando davanti a un gazebo serve la presenza della forza pubblica per garantire la libertà di espressione, il segnale non può essere banalizzato.

Dalle informazioni disponibili emergono con chiarezza i contorni essenziali: il luogo, il contesto autorizzato, l’esposizione di cartelli offensivi, l’intervento delle forze dell’ordine, la presa di posizione istituzionale. Restano sullo sfondo le motivazioni precise di chi ha scelto quella forma di protesta e l’eventuale organizzazione dell’iniziativa. Ma al di là delle responsabilità specifiche, il caso di Chieri interroga il sistema politico nel suo insieme.

La democrazia vive di conflitto regolato. Di differenze espresse, di idee contrapposte, di parole anche dure, purché non scivolino nella delegittimazione personale o nell’intimidazione. Quando la protesta diventa aggressione verbale e lo spazio pubblico si trasforma in terreno di scontro permanente, il rischio è la desertificazione del dibattito.

Il referendum dovrebbe essere il momento più alto della partecipazione civica: una scelta consapevole, maturata attraverso informazione, discussione, ascolto. Se diventa un campo di battaglia simbolico dove l’obiettivo non è convincere ma zittire, qualcosa si incrina.

Forse l’episodio di Chieri, più che chiudersi in una schermaglia di accuse incrociate, dovrebbe diventare un’occasione per rimettere al centro una domanda semplice: come vogliamo discutere? Con cartelli che offendono o con argomenti che persuadono?

Perché il confine tra dissenso e intimidazione è sottile. E quando si supera, non è solo un gazebo a essere messo in discussione, ma la qualità stessa della nostra convivenza democratica.

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