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21 Febbraio 2026 - 00:20
Tirana brucia: molotov contro il governo Rama, la piazza assedia il Parlamento e il caso Balluku infiamma l’Albania
Un razzo pirotecnico ha attraversato il viale Dëshmorët e Kombit e si è schiantato contro le vetrate dell’ufficio del primo ministro. Subito dopo sono arrivati i lacrimogeni, le sirene, l’acqua degli idranti. Nel centro di Tirana la manifestazione dell’opposizione si è trasformata in uno scontro diretto con la polizia. Migliaia di sostenitori del Partito Democratico, guidati dall’ex premier Sali Berisha, hanno raggiunto la sede del governo e il Parlamento lanciando molotov, pietre e fuochi d’artificio. Le forze dell’ordine hanno risposto con gas e mezzi antisommossa. Era venerdì 20 febbraio 2026 e la capitale è tornata a essere il teatro principale di una crisi politica che dura da settimane.
Non è stato un episodio isolato. Il 10 febbraio si erano già registrati almeno 16 feriti e 13 arresti, secondo i dati diffusi dalle autorità. In quell’occasione erano stati schierati oltre 1.300 agenti. L’opposizione aveva annunciato nuove mobilitazioni e il 20 febbraio ha mantenuto la promessa, con una partecipazione ancora più ampia e un livello di tensione più alto. Le immagini hanno mostrato transenne divelte, piccoli incendi lungo la strada e cordoni di polizia schierati davanti agli edifici istituzionali.
Tirana, tysiące zwolenników głównej albańskiej opozycji, Demokratycznej Partii, zgromadziło się w centrum stolicy, oskarżając rząd o korupcję i domagając się rezygnacji premiera Ediego Ramy pic.twitter.com/yCH4FjycAx
— Rob Ptaszewski (@Rob_Ptaszewski) February 20, 2026
Durante gli scontri, il fumo dei lacrimogeni ha raggiunto anche la Xhamia e Namazgjasë, la principale moschea della città, proprio mentre i fedeli erano riuniti per le preghiere del Ramadan. Diversi presenti hanno lasciato l’edificio in fretta per la difficoltà a respirare. I media locali hanno parlato di un’evacuazione improvvisa. L’episodio ha acceso ulteriori polemiche. L’opposizione ha accusato la polizia di avere colpito un luogo di culto, il governo ha sostenuto che l’uso della forza è stato proporzionato alla violenza registrata in strada. La vicinanza tra istituzioni e moschea ha reso inevitabile la sovrapposizione tra protesta politica e vita religiosa.
Alla base della mobilitazione c’è l’inchiesta che coinvolge Belinda Balluku, vicepremier e ministra delle Infrastrutture, considerata una delle figure più influenti del governo guidato da Edi Rama. La Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato (SPAK) ha contestato alla ministra presunte irregolarità in appalti pubblici legati a grandi opere, tra cui il tunnel di Llogara e tratti dell’Outer Ring di Tirana. I magistrati hanno chiesto la revoca dell’immunità parlamentare per procedere con l’arresto. In precedenza, i giudici avevano disposto una sospensione, poi temporaneamente superata da un intervento della Corte Costituzionale in attesa del giudizio definitivo. Balluku ha respinto le accuse e ha dichiarato di essere pronta a collaborare con la magistratura.
Per l’opposizione il caso rappresenta la prova di un sistema di potere che avrebbe favorito interessi ristretti nella gestione degli appalti pubblici. Il governo ha invece parlato di interferenze eccessive della magistratura nell’azione dell’esecutivo, soprattutto per quanto riguarda le misure cautelari prima della conclusione del processo. La vicenda si inserisce in un contesto più ampio: l’Albania ha avviato da anni il percorso di adesione all’Unione Europea e Bruxelles ha posto come condizione prioritaria il rafforzamento dello stato di diritto e il contrasto alla corruzione.
Le proteste sono state guidate in prima persona da Sali Berisha, figura centrale della politica albanese degli ultimi decenni. Dal palco allestito davanti agli edifici governativi ha chiesto le dimissioni di Rama e nuove elezioni anticipate. I manifestanti hanno scandito slogan contro il premier socialista, al potere dal 2013. Allo stesso tempo, Berisha è stato a sua volta oggetto di indagini per corruzione e negli anni scorsi ha subito restrizioni d’ingresso negli Stati Uniti e nel Regno Unito per presunti episodi di malaffare. La sfiducia verso la classe politica coinvolge quindi sia maggioranza sia opposizione.
La dinamica della notte del 20 febbraio ha seguito uno schema già visto. Dopo i comizi iniziali, gruppi di manifestanti hanno lanciato artifici pirotecnici verso i cordoni di sicurezza. La polizia ha risposto con getti d’acqua e lacrimogeni. Il fronte si è spostato verso il Parlamento, dove sono state lanciate pietre ricavate dal selciato. Alcuni veicoli sono stati danneggiati. Le autorità hanno segnalato diversi agenti contusi e problemi respiratori dovuti al fumo. I numeri dei feriti e degli arresti sono variati a seconda delle fonti, oscillando tra una dozzina e circa venti fermi nelle notti più tese.

Il Presidente Rama
La ministra dell’Interno Albana Koçiu ha condannato l’uso della violenza e la presenza di minorenni nelle prime file, sostenendo che le forze dell’ordine hanno agito con professionalità. Il governo ha parlato di proteste strumentalizzate. Rama ha più volte criticato l’uso esteso della custodia cautelare da parte della magistratura e ha invitato a rispettare la separazione dei poteri. Dall’altra parte, la SPAK, istituita nell’ambito della riforma giudiziaria sostenuta anche da Stati Uniti e Unione Europea, ha rivendicato la propria autonomia e la determinazione a perseguire casi di corruzione anche ai livelli più alti.
Il Parlamento ora ha un ruolo decisivo. Senza il voto per la revoca dell’immunità di Belinda Balluku, l’inchiesta non potrà proseguire con eventuali misure restrittive. La maggioranza socialista dispone dei numeri per influenzare l’esito, ma ogni scelta comporta un costo politico. Nel frattempo l’opposizione ha annunciato nuove mobilitazioni e ha cercato di estendere la protesta anche fuori dalla capitale.
Le immagini degli scontri hanno avuto risonanza internazionale. L’Unione Europea ha ribadito che il percorso di adesione dipende dalla stabilità istituzionale e dal rispetto dello stato di diritto. Le violenze in centro a Tirana non modificano formalmente il negoziato, ma incidono sulla percezione di affidabilità del Paese. L’obiettivo indicato da Tirana per l’ingresso nell’Unione resta il 2030, una scadenza legata alla capacità di garantire controlli efficaci sulla legalità senza conflitti permanenti tra poteri dello Stato.
"Tout le monde déteste la police." - Tirana Edition https://t.co/pLY6EtB4SI
— frontlinenews2024 (@frontline2024) February 20, 2026
La notte del 20 febbraio ha lasciato un segno concreto nelle strade della capitale e nel dibattito pubblico. Le parole utilizzate dai leader politici sono diventate sempre più dure. I numeri parlano di decine di feriti, arresti, centinaia di agenti mobilitati. La linea che separa protesta e scontro si è assottigliata. In un sistema segnato da forte polarizzazione, ogni nuova manifestazione rischia di riproporre lo stesso scenario. La soluzione non può essere solo giudiziaria. Servono decisioni politiche chiare sul caso Balluku, garanzie sull’indipendenza della SPAK e un impegno condiviso a ridurre la tensione in piazza. Senza questi passaggi, la prossima mobilitazione potrebbe riportare Tirana davanti allo stesso bivio.
Fonti:Balkan Insight, Euronews Albania, comunicati ufficiali della Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato (SPAK), dichiarazioni del governo albanese
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