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Pagine di storia
20 Febbraio 2026 - 19:58
A Ceres, a metà del secolo scorso, monsignor Filippello era in grado di liberare le case infestate dalle formiche avvalendosi di formule religiose
Sommersi da indicazioni mediche, tese ad allungare la nostra vita terrena, rendere il nostro fisico sempre più efficiente, eliminare il dolore fisico, godere di un’eterna e immarcescibile giovinezza, dedichiamo gran parte del nostro tempo ad assumere pilloline, integratori, complessi vitaminici, il favoloso acido ialuronico, flavonoidi, omega 3… e tutto quanto può farci rimanere vispi e scattanti come grilli a primavera, in ottima salute (soprattutto quella delle industrie farmaceutiche).
Una miriade di diete provenienti da tutto l’universo mondo, infiniti tipi di ginnastica, attrezzi per tonificare i muscoli, rendere l’addome simile ad una corazza da tartaruga ninja e ridurre pance prominenti, creme rassodanti, creme per eliminare le rughe, levigare la pelle e riportarla setosa come quella dei neonati, ci assalgono dalle pagine dei giornali, dallo schermo televisivo, dal video dei computer, da giganteschi cartelloni pubblicitari lungo le strade.
Eppure, in questo marasma di offerte, nel quale troppo spesso ci troviamo a navigare smarriti, nel terrore di rimanere uomini e donne che invecchiano normalmente, ammalandosi come i nostri progenitori (di qualcosa bisogna pur morire, avvertono i saggi), troviamo ancora il tempo per rivolgerci a cure antiche, non supportate da alcun principio medico, né allopatico, né omeopatico, né risalente alla medicina cinese.
Cure da «mediconi», alle quali si rivolgevano i nonni dei nonni, quando nelle case non erano ancora nemmeno entrate le compresse di chinino avvolte in zucchero rosa, e solamente le erbe delle guaritrici, le mèisinòire, fornivano un aiuto nella malattia. Cure strane, permeate di magia casereccia, saldamente avvinta alla religiosità dei semplici, che, se non risanavano, male non facevano e donavano il sollievo procurato dall’autosuggestione, dalla convinzione tutta personale che un po’ di miracoloso era entrato a far parte della non sempre facile vita.
Non intendo qui parlare dei tanti cialtroni truffatori che si arricchiscono alle spalle della buona fede di povera gente, ma di coloro che mettono a disposizione dei loro simili, gratuitamente, lacerti superstiti di una sapienza antica, la quale si rivolgeva più alla psiche che non agli organi del corpo umano.
Una forma di medicina che già aveva compreso come sia la mente a dominare sugli apparati costituenti l’uomo e a questa si rivolgeva in assenza di altra possibilità. Il mio vecchio medico ripeteva spesso: «Bisogna curare la persona, non un fegato o un polmone».
Un mattino Albino si svegliò e, come sempre, andò nel suo campo per badare ai lavori stagionali: era settembre, il momento della raccolta delle pesche che, nella parte di Canavese in cui vive, costituiscono una risorsa economica non indifferente.
Non appena si chinò a terra per depositare alcuni frutti nella cassetta, gli parve di ricevere una coltellata alla schiena; un dolore acutissimo lo trapassava da parte a parte e pensò subito a qualche grave problema renale.
Si recò immediatamente dal medico e, spogliatosi per ricevere la visita, si sentì dire: «Ma non ti sei accorto del rossore che avvolge il tuo dorso? Hai il fuoco di Sant’Antonio, una malattia virale che colpisce le irradiazioni nervose. Purtroppo dura a lungo ed è assai dolorosa: si ripresenta più volte, dopo periodi di quiescenza. Bisogna avere molta pazienza, stare a riposo e assumere farmaci antivirali».

Panorama di Mondrone, borgata situata tra Ala di Stura e Balme. Qui era sacerdote, nella seconda metà dell’Ottocento, don Rolando. Venne chiamato dagli abitanti di Avérolle, in Savoia, per liberare la valle d’oltralpe dall’invasione di cavallette.
Ad Albino tornarono in mente gli affreschi, conservati nella sua parrocchia, di Sant’Antonio abate, protettore contro la malattia, simboleggiata dal fuoco nei dipinti, accompagnato dal maialino il cui grasso un tempo era rimedio per lenire il bruciore della pelle; pensò di rivolgere una preghiera all’antico taumaturgo, di cui si fidava più che non del medico; prese tuttavia la prescrizione, si recò in farmacia, acquistò le compresse; tornando a casa, incontrò un vicino che rientrava dal campo, il quale, nel sentire le brutte nuove, gli consigliò di recarsi immediatamente da un contadino che viveva in una cascina a qualche chilometro di distanza e che curava il fuoco di Sant’Antonio guarendolo immediatamente. Albino non credeva per niente a questi mediconi, ma il dolore era talmente forte che il mattino successivo si recò nel luogo indicatogli pensando fra sé e sé: «Proviamo, ma se mi mette le mani addosso, mi alzo e me ne vengo via!».
L’uomo lo fece accomodare in una vecchia cucina, gli chiese di sollevare la maglietta in modo che la schiena rimanesse scoperta; poi, accese un lumino, prese tre spilli, quelli delle sarte con la capocchia colorata, li arroventò alla fiamma della candela. Albino tremava dalla paura: temeva che glieli conficcasse nella parte malata dopo averli disinfettati in quella maniera piuttosto rustica.
Invece l’uomo si limitò a passarglieli, uno ad uno, intorno alla zona colpita dal male, sussurrando una specie di cantilena di cui egli non riuscì a comprendere nemmeno una parola.
Poi gli disse: «Adesso va pure a casa, dovrebbe essere tutto a posto; se senti ancora dolore, torna di nuovo».
Albino voleva pagare il disturbo, ma l’uomo non volle accettare nulla. Uscito dalla cascina, fortunatamente non sentiva alcun male e non ebbe più alcun problema; in pochi giorni il rossore vivo come il fuoco, si attenuò sino a scomparire del tutto.
Ritornò dal medico il quale non voleva credere ai suoi occhi: non gli era mai capitato di vedere un herpes zoster guarire nel giro di ventiquattrore e gli domandò quali medicinali avesse assunto.
Sentito il racconto, allargò le braccia e sentenziò che talvolta la medicina deve arrendersi di fronte all’inspiegabile. Albino, riconoscente, portò in dono una cassetta delle sue pesche al benefattore dai poteri misteriosi.
Nelle Valli di Lanzo, la Plà di Mottera (un’anziana donna in odore di mascrògni, di stregoneria) possedeva un’altra tecnica per curare lou fià servagiou: tracciava un cerchio intorno alla zona malata con un legno di nocciolo che poi bruciava; in seguito «diceva parole» che nessuno comprendeva, in una sorta di cantilena che, inizialmente lenta, assumeva un ritmo sempre più veloce, martellante come un canto che pare non dover terminare mai; in seguito faceva il segno di croce ripetendolo per tre, sei, nove volte; infine, con un ampio gesto ieratico, quale l’officiante di un rituale antico, scaraventava il male nelle acque del torrente Stura.
Mi raccontò un amico, interessato a tali fenomeni, il quale aveva assistito a questo tipo di trattamento, che il ragazzo malato era stato talmente coinvolto dalle parole ripetute ossessivamente dalla donna, quasi in una specie di seduta ipnotica, che, al termine, corse all’impazzata lungo i prati sino alle rive del torrente per vedere dove fosse stata scagliata la sua malattia.
Viviane e Jacques da anni gestiscono un bell’albergo sulle Alpi francesi, appena al di là del confine, dove ormai da tempo trascorro le mie vacanze estive: abbiamo occasione di chiacchierare a lungo e ricordavo di averli sempre visti avvolti nel fumo azzurrognolo di una sigaretta che già accendevano il mattino a colazione e li accompagnava poi durante tutta la giornata.
L’anno scorso scoprii, con sorpresa, che più nessuno dei due fumava; mi complimentai per la ferrea volontà manifestata da entrambi: fumatori incalliti, erano riusciti ad abbandonare il vizio del tabagismo.
Mentre Jacques fece finta di niente, Viviane mi raccontò, in gran segreto, un po’ vergognandosi per la storia che andava a svelare, che si erano recati, così, un po’ per ridere, un po’ per curiosità, presso una vecchietta che abitava in cima ad un’altura, in una malandata casupola isolata da tutti e dal mondo. La donna aveva fama, nella zona, di riuscire con una magia a guarire dal vizio del fumo.
Unico problema era riuscire a raggiungerla, poiché, visto l’isolamento in cui viveva, non appena dall’alto scorgeva un’auto salire lungo la strada polverosa e sconnessa che conduce alla sua abitazione, imbracciava un vecchio fucile e cominciava a sparare verso gli intrusi, per fortuna senza mai riuscire a colpire il bersaglio, considerato che la vista ormai le difettava non poco.
Ebbene, la donna sussurrò anch’ella una cantilena stramba e misteriosa che durò pochi minuti, poi licenziò con modi alquanto bruschi i due richiedenti.
Non appena fuori dalla portata del fucile, i coniugi si fermarono per accendere una sigaretta, furono però colti da un forte senso di nausea, circostanza che si ripeté ad ogni tentativo successivo, finché decisero senza grande sforzo, di non fumare più.

Sant’Antonio Abate nei santini è sempre accompagnato dal maialino. Il grasso dell’animale era un tempo impiegato come rimedio per lenire il bruciore della pelle provocato dalla malattia che prende il nome del santo.
Anna divide la sua vita fra le alte Valli di Lanzo e Torino, dove sverna nella cattiva stagione. Donna attiva, decisa, mai ferma, nonostante i suoi 86 anni, possiede il dono ëd signé le bòje, di eliminare gli ossiuri, parassiti simili a piccoli vermi bianchi, che ancora oggi, ma specialmente nel passato, tormentavano i bambini annidandosi all’interno del loro intestino dopo esservi penetrati per via orale, a motivo del fatto che i piccoli portano tutto alla bocca contagiandosi assai facilmente.
Racconta Anna che questa facoltà è concessa solamente alle donne e si può tramandare una volta solamente, da una donna all’altra. La possedeva sua nonna che la trasmise a sua zia, la quale, non avendo avuto figli, la passò a sua madre che la consegnò a lei.
Per signé le bòje occorre la rista, il filo ottenuto dalla canapa. Anna possiede ancora la rista filata dalla sua nonna con la canapa che un tempo era coltivata nelle Valli di Lanzo sino a considerevole altitudine.
Occorrono tre mazzetti di nove fili di canapa ciascuno ed un mazzetto di due fili utilizzati per eliminare le mestre, le bòje più pericolose, poiché dall’intestino possono risalire nella gola del bambino e provocarne la morte per soffocamento.
I fili vanno tagliati uno ad uno (se venissero tagliati tutti insiemi si taglierebbe anche la testa delle bòje, impedendone l’eliminazione); in seguito si immerge un mazzetto in una scodella colma d’acqua. Se il bambino effettivamente soffre a causa degli ossiuri, i fili si rizzano e si muovono ondeggiando come serpenti, altrimenti restano fermi, immersi nell’acqua. Se i fili si muovono, Anna recita più preghiere di cui non può assolutamente svelare il testo, in seguito toglie i nove fili in un colpo solo ed immerge l’altro mazzetto ripetendo l’operazione.
Al termine, un membro della famiglia del bambino deve recitare trentasei pater noster.
Possiamo notare come alcune forme di magia sfruttino il principio di similitudine: similia similibus curantur; il fuoco provocato dall’herpes zoster si guarisce mediante il fuoco con cui si arroventano gli spilli (ma in altri casi è utilizzato uno scopino di cui si bruciano in parte le barbe e che viene passato sulla zona colpita dal morbo), oppure il ramo di nocciolo; gli ossiuri vengono eliminati tramite i bianchi fili di canapa che, muovendosi nell’acqua, risultano assai simili ai parassiti in questione.
Interessante anche notare i numeri ricorrenti: quasi sempre tre o multipli di tre sino al trentasei. Com’è noto, al tre, considerato numero perfetto, sono attribuiti significati magici e simbolici da tutte le civiltà e in tutte le epoche; nelle religioni sono frequenti le triadi divine, così avviene anche nella religione cattolica con la presenza della Santissima Trinità, rappresentata spesso dal triangolo equilatero.
Sempre nelle Valli di Lanzo, è noto il caso di monsignor Filippello che, negli anni Cinquanta del secolo scorso, a Ceres, praticava un esorcismo per liberare i terreni e le case infestate dalle formiche.
Un amico, allora ragazzo, racconta, ancor oggi incredulo, come, non appena il prelato iniziò la recita delle formule religiose, gli insetti si posero in fila come tanti soldatini e lasciarono ordinatamente la sua casa dirigendosi verso il prato da cui erano giunti, non tornando mai più.
Un caso ancora più sconcertante avvenne nella valle di Avérolle, in Savoia, al di là del Pian della Mussa, quando, nella seconda metà dell’Ottocento, si verificò una terribile invasione di cavallette, un vero flagello che distrusse le coltivazioni di segale ed orzo, impedendo addirittura agli animali di pascolare tranquillamente poiché gli insetti saltavano nelle narici, nelle orecchie e persino negli occhi di vacche, pecore e capre. Gli abitanti del luogo decisero di recarsi nelle Valli di Lanzo, a Mondrone, attuale frazione di Ala di Stura, per richiedere l’intervento di don Giovanni Angelo Rolando, sacerdote del paese dal 1860 al 1889, famoso per la sua pietà, cui veniva riconosciuto universalmente un potere soprannaturale. Cedendo alla loro richiesta, il buon curato attraversò il colle d’Arnàss e si recò nel villaggio ad invocare la divina intercessione per mezzo di cantici e preghiere. Fu allora che si videro migliaia e migliaia di cavallette attraversare il torrente ed andare a morire nel luogo detto la Chalanche de l’Orge, liberando la valle dalla terribile calamità (1).
Che dire di fronte a questi rimedi contro malattie e flagelli naturali? Nessuna dimostrazione scientifica è in grado, evidentemente, di supportarli, di conferire loro una patente di credibilità.
In fondo però, veri o non veri, furono e sono, magari, in grado di aiutare per suggestione e male non fanno.
Se poi li confrontiamo con quelle che furono le terapie della farmacopea di un tempo, non possiamo far altro che ringraziare gli empirici ed innocui sistemi sopra elencati.
Pensiamo, ad esempio, che don Giuseppe Perotti, parroco di Balme dal 1889 al 1921, ritenuto «scienziato della montagna», frequentemente consultato dai suoi parrocchiani per l’esperienza sanitaria, consigliava: «Per guarire gli occhi infiammati: prendansi due rane vive, e così vive, o semivive, applichinsi una per occhio col ventre rivolto proprio sulla pupilla, leghinsi bene con una benda, e dormasi tranquillamente, che il male passerà» (2).
Non conosciamo l’esito di tali suggerimenti: qualche dubbio insorge in merito al «dormasi tranquillamente» con due rane vive sugli occhi!
Cfr. G. Inaudi, Il parroco di Mondrone e le cavallette di Avérolle, in Barmes News, n. 4, luglio 1995.
Cfr. M. Anesi, Giuseppe Perotti, curatore d’anime e di corpi, in Barmes News, n. 37, gennaio 2012.
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