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Chivasso ritira il premio per il Verde. Intanto sulla strada per Pratoregio i rifiuti restano una grande discarica a cielo aperto (VIDEO)

Il post del consigliere Bruno Prestìa riaccende i riflettori su un’area già colpita in passato da abbandoni di rifiuti

Una delle tante discariche abusive sulla strada per Pratoregio

Una delle tante discariche abusive sulla strada per Pratoregio

L'amministrazione di Chivasso con il sindaco Claudio Castello e l'assessore all'Ambiente Fabrizio Debernardi viene premiata a Milano per il Parco del Sabiunè e per le sue politiche ambientali. E mentre la città celebra il riconoscimento nazionale, su Facebook compare un post del consigliere comunale Bruno Prestìa, gruppo “Per Chivasso”, che mostra un’altra faccia del territorio: cumuli di rifiuti abbandonati da giorni – se non settimane – a Pratoregio, in zona cavalcavia/argine, nel piazzale di fronte alla Endurance (ex Chind), vicino all’ex Consorzio.

Non è una coincidenza temporale tra premio e abbandono. I rifiuti non sono comparsi oggi. Sono lì da tempo. La coincidenza è un’altra: mentre si parla di eccellenza ambientale, viene rilanciata pubblicamente una situazione che racconta l’esatto contrario.

Le fotografie pubblicate da Prestìa sono eloquenti. Sacchi neri accatastati lungo il marciapiede. Un mobile abbandonato tra cartoni e plastica. Bottiglie sparse vicino ai fossi. Sotto il cavalcavia, file di sacchi pieni appoggiati contro il muro in cemento armato. In un punto si vedono tubi in cemento lasciati a terra, insieme a detriti. In un altro, cumuli di rifiuti misti – indumenti, plastica, materiali vari – ammassati contro la parete, sotto una scritta murale in francese.

Non è un angolo nascosto di campagna. È un’area di passaggio tra città e zona agricola, a ridosso dell’argine, in una porzione di territorio che negli anni è già stata oggetto di abbandoni e successive rimozioni. Un luogo che conosce il problema. E che lo vede ripetersi.

Prestìa affonda: Mentre da un lato si celebra il premio sul Verde (Sabiunè), dall'altra le discariche abusive a danno dell'ambiente prosperano a dismisura!!! Evidentemente esistono più città nella città, da una parte il Sabiunè sempre all'ordine del giorno, d'altra frazioni e borgate varie in preda agli scarichi abusivi costanti ed impuniti!!!.

Il nodo è proprio questo: la sensazione di una città a due velocità. Da una parte il Sabiunè, progetto simbolo, investimenti, biodiversità, Rete Natura 2000. Dall’altra un cavalcavia che diventa deposito di scarti.

Il punto non è mettere in discussione il premio. Il lavoro sul parco fluviale è documentato. Gli interventi sono stati realizzati. Il riconoscimento è ufficiale. Ma una politica ambientale si misura anche nella gestione ordinaria, nel controllo capillare, nella capacità di impedire che certe aree diventino ciclicamente discariche abusive.

Le immagini raccontano un fenomeno che non sembra episodico. La quantità e la varietà dei materiali fanno pensare a conferimenti ripetuti nel tempo: non solo sacchi domestici, ma mobili, tubi, materiali da cantiere. Smaltimenti che evitano costi a qualcuno e li scaricano sulla collettività.

Ogni intervento di pulizia comporta spese. Mezzi, personale, smaltimento in impianti autorizzati. E ogni volta che si interviene senza individuare i responsabili si manda un messaggio implicito: si può fare, tanto qualcuno poi ripulisce.

La zona di Pratoregio non è nuova a episodi del genere. In passato i rifiuti erano stati rimossi. L’area ripristinata. E poi, di nuovo, punto e a capo. Questo significa che il problema non è solo la pulizia, ma la prevenzione.

Serve controllo. Serve presidio. Servono strumenti concreti: telecamere mobili, pattugliamenti mirati, sanzioni effettive. Perché se un luogo viene scelto più volte per scaricare abusivamente, è evidente che viene percepito come “sicuro” per chi lo utilizza.

Il contrasto di oggi non è tra un premio e un fatto improvviso. È tra una narrazione strategica e una realtà che resiste nel tempo. Il post di Prestìa riporta l’attenzione su questo scarto.

La città che investe in forestazione urbana e Nature Based Solutions deve anche garantire che sotto un cavalcavia non si accumulino sacchi per settimane. La sostenibilità non è solo progettazione e bandi. È anche vigilanza quotidiana.

C’è poi un tema di equità territoriale. Se alcune zone sono costantemente curate e altre diventano terreno fertile per l’abbandono, si alimenta la percezione di periferie trascurate. E la percezione, in politica, conta quasi quanto i fatti.

Il Sabiunè è diventato il simbolo della politica ambientale cittadina. Ma una politica è solida quando regge anche nei margini. Quando non lascia spazi grigi. Quando non crea differenze tra aree “vetrina” e aree di retrovia.

Le fotografie di Pratoregio sono un richiamo concreto. Non teorico. Non ideologico. Rifiuti reali, visibili, fotografati. Non una polemica astratta.

Ora la palla torna all’amministrazione. Rimuovere i rifiuti è il primo passo. Individuare chi li ha scaricati sarebbe il segnale più forte. Perché la vera svolta ambientale non è solo vincere un premio. È impedire che un luogo già ripulito torni a essere, ciclicamente, una discarica.

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Cosa rischia chi abbandona i rifiuti in strada

Chi abbandona rifiuti non compie una “leggerezza”. Compie un illecito che, a seconda dei casi, può costare caro. La legislazione italiana è tutt’altro che morbida sul punto, anche se spesso la percezione pubblica è diversa.

Il riferimento principale è il Testo Unico Ambientale (Decreto Legislativo 152/2006). L’articolo 192 stabilisce un divieto chiaro: è vietato abbandonare o depositare rifiuti in modo incontrollato sul suolo e nel suolo. Non è una raccomandazione. È un divieto espresso.

Le conseguenze cambiano a seconda di chi compie l’azione e della natura dei rifiuti.

Se l’abbandono è commesso da un privato cittadino e riguarda rifiuti “non pericolosi”, si tratta di un illecito amministrativo. La sanzione può andare, in linea generale, da 300 a 3.000 euro. L’importo può raddoppiare se si tratta di rifiuti pericolosi. Oltre alla multa, c’è un obbligo fondamentale: la rimozione e il ripristino dello stato dei luoghi. In altre parole, chi sporca deve anche pagare per ripulire.

Se invece l’abbandono è commesso da un titolare di impresa o da un responsabile di ente, la situazione cambia radicalmente. In questo caso si entra nell’ambito penale. L’abbandono di rifiuti da parte di attività produttive può configurare un reato contravvenzionale, punito con l’arresto o con l’ammenda, con importi che possono superare i 10.000 euro nei casi più gravi. Se si tratta di rifiuti pericolosi, le pene aumentano.

Non solo. Quando l’abbandono diventa sistematico o organizzato, si può arrivare a ipotesi ancora più pesanti, come la gestione illecita di rifiuti o, nei casi estremi, il traffico illecito. Qui le sanzioni prevedono pene detentive significative e sequestri di mezzi e aree utilizzate per lo smaltimento illegale.

C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: la responsabilità del proprietario del terreno. Se i rifiuti vengono abbandonati su un’area privata, l’autorità può ordinare al proprietario – qualora vi sia una sua responsabilità, anche solo per omessa vigilanza – di provvedere alla rimozione e al ripristino. Il principio è chiaro: il territorio non può restare contaminato.

Va ricordato anche il ruolo dei regolamenti comunali e della polizia locale. Molti Comuni si sono dotati di strumenti aggiuntivi: fototrappole, videosorveglianza, controlli mirati. Le immagini raccolte possono essere utilizzate per identificare i responsabili e irrogare le sanzioni. In presenza di prove documentali, diventa difficile sostenere la tesi dell’errore o della casualità.

Inoltre, l’abbandono di rifiuti può comportare ulteriori conseguenze indirette. Se dall’illecito derivano danni ambientali, si può configurare un obbligo di risarcimento. E nei casi in cui l’area venga contaminata in modo significativo, si apre la strada a procedimenti per danno ambientale, con interventi di bonifica costosi e complessi.

La legge, dunque, c’è. Le sanzioni anche. Il problema, semmai, è l’effettività dei controlli e la capacità di individuare i responsabili. Perché finché l’abbandono resta anonimo, il costo ricade sulla collettività. Quando invece viene accertato, il quadro normativo offre strumenti chiari e severi.

In sintesi: chi abbandona rifiuti rischia multe salate, procedimenti penali se è un’impresa, obbligo di ripristino e possibili ulteriori responsabilità per danno ambientale. Non è una bravata. È un illecito che può lasciare tracce economiche e giudiziarie pesanti. La differenza la fa l’applicazione concreta delle norme.

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