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“Fake news” e Garko nel mirino dei social: quando una notizia di gossip scatena l’omofobia online

Dopo l’indiscrezione sulla possibile adozione, l’attore parla di notizia infondata e denuncia l’ondata di omofobia: il caso riaccende il tema dell’odio digitale

“Fake news” e Garko

“Fake news” e Garko nel mirino dei social: quando una notizia di gossip scatena l’omofobia online

Una notizia rilanciata, una smentita pubblica e, nel mezzo, una valanga di commenti. Non è la prima volta che accade, ma ogni volta il copione sembra lo stesso: un’indiscrezione che riguarda la sfera privata di un personaggio noto, la diffusione virale sui siti e sui social, poi la reazione diretta dell’interessato. Questa volta al centro c’è Gabriel Garko, che nelle scorse ore ha definito “fake news” le voci su un presunto progetto di adozione con il marito.

L’attore ha pubblicato sul proprio profilo ufficiale un carosello di screenshot di articoli apparsi su diverse testate, tra cui anche la nostra, che riportavano l’indiscrezione lanciata dal settimanale Oggi. La notizia parlava di un possibile desiderio di allargare la famiglia. Garko ha smentito, bollando il tutto come infondato.

Fin qui, la dinamica è quella classica del mondo dell’informazione e del gossip: un rumor, una verifica che non trova conferme, la rettifica. È un meccanismo che fa parte del circuito mediatico e che, quando emergono smentite ufficiali, richiede chiarezza e correttezza. Per questo è doveroso precisare che si trattava di indiscrezioni non confermate e che l’attore le ha categoricamente negate.

Ma ciò che colpisce non è tanto la notizia in sé, quanto la reazione che ha generato. Sotto gli articoli, sui social, nei commenti, si è scatenata un’ondata di odio. Frasi come “ma in che mondo viviamo” oppure “Se si continua così ci saranno più bambini con 2 mamme e 2 papà che bambini con una famiglia normale” hanno fatto da eco a una narrazione intrisa di giudizio e pregiudizio. Espressioni di derisione, di sgomento ostentato, di condanna morale.

È qui che la questione cambia natura. Perché non si parla più di una notizia vera o falsa, ma del clima che si crea attorno a temi che toccano la sfera più intima delle persone: la famiglia, la genitorialità, le scelte affettive. Temi che, nel momento in cui vengono esposti allo spazio pubblico, diventano terreno di scontro.

Il problema non riguarda solo i personaggi famosi. Anzi, loro sono spesso il bersaglio più visibile di un fenomeno più ampio. L’odio social non fa distinzioni: colpisce chiunque esponga una parte della propria vita, volontariamente o meno. Ma quando a essere coinvolto è un volto noto, il volume si alza, la platea si allarga, le parole diventano più taglienti.

C’è un malcostume diffuso che spinge a credere di poter giudicare tutto e tutti, come se lo schermo di uno smartphone fosse uno scudo. La distanza digitale annulla il filtro. Si scrivono frasi che difficilmente verrebbero pronunciate faccia a faccia. Si trasformano opinioni personali in sentenze collettive.

Il tema dell’adozione, della genitorialità, delle famiglie omogenitoriali è oggetto di dibattito politico e culturale da anni. È legittimo avere posizioni diverse. Non è legittimo scivolare nell’insulto o nella delegittimazione dell’altro. La differenza tra confronto e odio è netta, eppure spesso viene ignorata.

In questo caso, la notizia è stata smentita. Ma le parole restano. Restano i commenti che hanno generato rabbia e divisione. Restano le schermate che l’attore ha deciso di condividere, forse proprio per mostrare la deriva che può nascere da un’indiscrezione.

Il circuito informativo ha le sue responsabilità: verificare, correggere, chiarire. E chi legge ha le proprie: distinguere tra opinione e attacco, tra critica e offesa. Perché dietro un nome famoso c’è una persona. E dietro ogni commento, anche quello scritto in pochi secondi, c’è un peso che non sempre si misura.

La rete amplifica tutto: le notizie, le smentite, ma anche l’odio. E ogni episodio come questo diventa l’occasione per ricordare che la libertà di espressione non coincide con la libertà di ferire.

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