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Presepe tutto l’anno: perché migliaia di persone stanno riscoprendo questa arte. Anche a Chivasso...

L’Associazione Presepistica fra Mole e Lanterna rilancia con corsi base e avanzati dopo una mostra da oltre 15mila visitatori

Presepe tutto l’anno: perché migliaia di persone stanno riscoprendo questa arte. Anche a Chivasso...

Presepe tutto l’anno: perché migliaia di persone stanno riscoprendo questa arte. Anche a Chivasso...

Il presepe non va in soffitta il 7 gennaio. A dirlo, con i fatti prima ancora che con le parole, è l’Associazione Presepistica fra Mole e Lanterna, che a Chivasso lavora dodici mesi l’anno per tenere viva una tradizione che molti liquidano come folklore natalizio. E invece è molto di più.

Nel tempo dei video da quindici secondi e delle opinioni urlate, il presepe impone un’altra grammatica: lentezza, precisione, silenzio. Non è un passatempo decorativo, è un esercizio di sguardo. Ogni muro scrostato, ogni bottega illuminata, ogni figura collocata nella scena chiede attenzione. E mentre le mani modellano sughero e gesso, la testa si svuota dal rumore di fondo. È qui che l’arte diventa anche disciplina interiore.

Il presepe è racconto. È Fede che si fa materia, memoria che prende forma tra vicoli e cortili. Non si limita a riprodurre la Natività: la ambienta, la traduce, la porta nelle case e nei paesi. Da secoli gli italiani lo fanno dialogare con il proprio tempo, con le proprie architetture, con le proprie contraddizioni. Non è una fotografia immobile, è una narrazione che si aggiorna senza tradire l’origine.

Che non si tratti di una passione per pochi lo dimostrano i numeri. All’ultima mostra organizzata dall’associazione, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, oltre 15 mila visitatori hanno varcato la soglia dell’esposizione di Chivasso. Famiglie, ragazzi, curiosi. Non solo appassionati. Un flusso continuo che racconta una fame di bellezza concreta, tangibile.

Da qui la scelta di andare oltre la mostra e puntare sulla formazione. Non solo far vedere, ma insegnare a fare.

Il corso base accompagna i partecipanti dentro l’alfabeto dell’arte presepiale: progettazione della scena, studio delle proporzioni, costruzione delle strutture architettoniche, uso di materiali tradizionali come polistirene, sughero e gesso, fino alla colorazione con terre naturali. Non è un laboratorio frettoloso: ogni elemento viene spiegato anche nel suo valore simbolico, perché nel presepe nulla è neutro. L’obiettivo non è assemblare un fondale, ma imparare a tradurre il Vangelo in immagini. A guidare il percorso sono Pier Luigi Calogiuri ed Ermete Benedetti, nomi che hanno superato i confini locali e che oggi rappresentano un riferimento nazionale.

Il corso avanzato alza l’asticella. Qui si lavora su prospettiva, scenografia, effetti materici, simulazioni di invecchiamento e vegetazione. Tecnica pura, ma sempre al servizio della coerenza narrativa. Docente è Alessandro Scelsi, maestro riconosciuto dell’arte presepiale, capace di coniugare tradizione e innovazione, seguito anche sui canali social dove divulga un sapere antico con strumenti contemporanei.

Non sono semplici corsi. Sono un invito a fermarsi. A costruire con le mani qualcosa che resta. Il corso base si terrà il 7 e 8 marzo, quello avanzato l’11 e 12 aprile, entrambi a Chivasso, all’oratorio di via Don Dublino 14. Informazioni: 3716679494 (base), 3387782000 (avanzato), info@molelanterna.it ,  www.molelanterna.it .

I presepi in Italia

E poi c’è l’Italia. Perché parlare di presepe significa parlare di noi.

Il presepe nasce a Greccio nel 1223 con san Francesco, ma in Italia diventa molto più di una rievocazione religiosa. Diventa linguaggio popolare. Ogni regione lo interpreta, lo piega alla propria storia, lo riempie di volti conosciuti. A Napoli diventa teatro civile: tra pastori e Re Magi compaiono pescivendoli, nobili decaduti, politici caricaturali. È ironia, è critica sociale, è specchio del presente. In Emilia e in Lombardia assume tratti più sobri, ma conserva la stessa tensione narrativa. In Sicilia si intreccia con l’arte barocca, in Trentino dialoga con il legno e la tradizione alpina.

Il presepe italiano non è mai stato neutro. Ha attraversato guerre, ricostruzioni, boom economici. È entrato nelle case contadine e nei palazzi borghesi. Ha resistito alle mode, agli attacchi ideologici, alle polemiche cicliche sul “si deve” o “non si deve” fare a scuola. Ogni dicembre la discussione si riaccende, come se fosse una questione nuova. Non lo è. È il segno che il presepe tocca un nervo scoperto: identità.

Ridurlo a simbolo divisivo significa non averlo capito. Il presepe racconta una nascita povera, in un riparo di fortuna. Parla di fragilità, di accoglienza, di periferie. È un racconto universale che l’Italia ha saputo tradurre in artigianato diffuso, in economia locale, in tradizione familiare. Dietro ogni statuina c’è un artigiano, dietro ogni mostra c’è un’associazione, dietro ogni allestimento c’è una comunità che si ritrova.

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In un Paese che spesso dimentica la propria memoria civica, il presepe resta un gesto controcorrente. Non perché sia antico, ma perché chiede tempo. E il tempo, oggi, è la vera ricchezza scarsa. Mettersi a costruire un presepe significa sottrarre ore alla distrazione continua. Significa scegliere di fare, non solo di consumare.

L’Italia dei presepi è un’Italia che lavora in silenzio. Che intreccia tradizione e innovazione. Che usa i social per diffondere un’arte nata nei conventi. Che trasforma un evento religioso in patrimonio culturale condiviso. Non è nostalgia. È continuità.

E forse la domanda non è se il presepe abbia ancora senso. La domanda è un’altra: in un Paese che fatica a riconoscersi, possiamo davvero permetterci di perdere uno dei pochi linguaggi che, da Nord a Sud, riesce ancora a parlare a tutti?

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