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Muti incanta Torino con il suo Macbeth e riaccende il Regio: “Verdi è un pozzo senza fine”

Dal 24 febbraio sei recite sold out per l’anteprima giovani in tre minuti: sul podio Riccardo Muti, regia di Chiara Muti, in scena Micheletti e Fridman

RICCARDO MUTI - DIRETTORE D'ORCHESTRA

RICCARDO MUTI - DIRETTORE D'ORCHESTRA

Il ritorno di Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino non è mai una semplice data in cartellone. È un evento. Per la quarta volta in cinque anni il maestro torna sotto la Mole e l’attesa si misura già nel foyer affollato all’incontro con la stampa. Lui accoglie tutti con ironia: «Sono molto colpito, non capisco perché ci sia tutta questa gente. Andate in giro, Torino è così bella», scherza, prima di promettere che, salute permettendo, tornerà «ancora, presto».

La sala del Teatro Regio di Torino

Dal 24 febbraio al 7 marzo andrà in scena il Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei dall’omonima tragedia di William Shakespeare. Regia affidata a Chiara Muti, in una coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo. Venerdì 20 febbraio l’Anteprima Giovani: i biglietti sono andati esauriti in appena tre minuti, segnale di un interesse che travalica le generazioni.

Il sovrintendente Mathieu Jouvin non nasconde l’orgoglio: «Lavorare con lei ci rende tutti migliori. E' molto importante avere questa dedizione alla qualità». Parole che sintetizzano il senso di un ritorno costruito su un rapporto artistico consolidato.

Per Muti, il Macbeth è un compagno di viaggio lungo oltre mezzo secolo. La prima direzione risale al 1974 a Firenze, poi Napoli, la Scala, Roma, Chicago, il Giappone. «Scopro ogni volta aspetti nuovi, dettagli. Verdi è un pozzo senza fine. Prima di ritornare ho studiato ex novo la partitura. Come dice un famoso detto, più si scava più forse si trova l'acqua, cioè la verità», spiega il maestro, che a Verdi e Mozart ha dedicato l’intera vita artistica.

Un legame che diventa anche riflessione storica e culturale: «Il recitativo di Verdi deriva da quello di Mozart, il quale a sua volta si rifà alla scuola napoletana. Io ho sempre combattuto affinché l'opera italiana sia considerata non come un piacevole intrattenimento, ma come una forma di arte di altissima fattura. Noi dobbiamo essere custodi del nostro patrimonio». Parole che suonano come un manifesto.

Il rapporto con il Regio è diretto e sincero. «Ormai lavoro poco nei teatri perché in tanti teatri non si lavora bene, ho ridotto il numero delle orchestre che dirigo. Al Regio di Torino ho vissuto un'esperienza molto positiva, ho lavorato molto bene con l'orchestra, il coro e il personale. È un teatro che merita rispetto», afferma.

Sul palco, nel ruolo del protagonista, ci sarà Luca Micheletti, baritono e attore di grande intensità scenica, sempre più presente nel repertorio verdiano, affiancato dal soprano Lidia Fridman.

Accanto al podio, la regia di Chiara Muti. Il legame familiare non nasconde la dimensione professionale, anzi. «È una bravissima regista, ha studiato con Strehler, ha studiato musica, danza. Ha molti dei miei difetti e, forse anche per questo, c'è sintonia. Il nostro non è un rapporto tra padre e figlia, ma tra direttore d'orchestra e regista, abbiamo anche delle discussioni», sottolinea il maestro.

Chiara Muti rivendica l’attualità dell’opera: «E' un'opera rivoluzionaria. Verdi chiedeva che i suoni e l'impostazione del canto fossero più legati alla prosa. Diceva: devo servire più il poeta che il maestro. E' davvero attuale, tratta del tema dell'antitesi, del capovolgimento dei valori, accaparrarsi un'identità che non ti appartiene. Oggi tutto si equivale, non c'è più la capacità di comprendere ciò che è bello e ciò che è brutto, confusione generale. Il sold out dei biglietti dei giovani è importante, è bene che si abbeveri ancora all'alta arte, speriamo di riuscire a rispettare il messaggio di Verdi e di Shakespeare».

Parole che trasformano il ritorno di Muti in qualcosa di più di una stagione lirica di successo: un confronto con l’eredità culturale italiana, con Shakespeare e con un presente che, tra ambizione e rovesciamento dei valori, sembra non essersi mai allontanato troppo dall’ombra di Macbeth.

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