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Economia
19 Febbraio 2026 - 18:46
Latte, finita la festa? Un allevatore rompe il fronte delle proteste
Per cinque anni il latte è stato quasi un affare d’oro. Oggi che il prezzo scende, il settore si scopre improvvisamente vulnerabile. Ma davvero siamo davanti a una crisi inattesa? O piuttosto a una fase ciclica che molti conoscevano e pochi hanno voluto leggere in tempo? Nel dibattito riacceso dopo il nostro articolo interviene un allevatore, Giuseppe, con una posizione che rompe il fronte compatto delle proteste e mette in discussione la narrazione dominante.
«Negli ultimi quattro anni gli agricoltori hanno fatturato il latte a prezzi altissimi, anche 70 centesimi al litro – latte, qualità e IVA – ed era logico che non potesse continuare all’infinito», scrive. È un’affermazione che trova riscontro nei dati di mercato: nel 2025 le quotazioni del latte crudo alla stalla in Italia hanno effettivamente raggiunto livelli tra i più elevati degli ultimi anni, con punte vicine ai 70 centesimi al litro in alcune piazze di riferimento come Verona. Un valore sensibilmente superiore alle medie di molte annate precedenti e, in diversi mesi, superiore anche alla media europea.
L’Italia, del resto, gioca una partita particolare nel panorama comunitario. Una quota rilevante del latte prodotto viene destinata a formaggi Dop e a produzioni ad alto valore aggiunto. Questo consente, in determinate fasi, di sostenere prezzi alla stalla più elevati rispetto ad altri Paesi dell’Unione Europea. Ma la stessa integrazione con il mercato europeo rende inevitabile il confronto con l’andamento complessivo delle quotazioni.
Ed è qui che il quadro si fa più articolato. I dati europei mostrano che nella seconda parte del 2025 il prezzo medio del latte crudo nell’Unione ha iniziato a registrare un indebolimento, con una flessione progressiva tra l’autunno e l’inverno. Non un crollo verticale, ma un’inversione di tendenza dopo mesi di stabilità o crescita. Un movimento coerente con la natura ciclica del comparto lattiero-caseario, che alterna fasi espansive e fasi di raffreddamento.
«Già alla fine di giugno si avvertiva un calo della domanda, ma tutti stavano zitti perché il prezzo alla stalla era ai massimi storici», osserva Giuseppe. La sua lettura punta il dito contro una sorta di rimozione collettiva: finché il prezzo è alto, nessuno vuole parlare di rallentamento. Eppure, nel 2025, in diversi Paesi europei si è registrato un aumento delle consegne di latte rispetto all’anno precedente. Quando la produzione cresce in un contesto di domanda meno dinamica, il risultato è quasi automatico: pressione sui prezzi, soprattutto nel mercato spot.

La ciclicità, per chi lavora nelle stalle, non è una teoria astratta. Storicamente le quotazioni tendono a rafforzarsi nei periodi in cui l’offerta è più contenuta o la domanda è sostenuta, per poi indebolirsi quando la produzione aumenta o quando il mercato della trasformazione rallenta. Non è un fenomeno nuovo, né esclusivamente italiano: riguarda l’intera Unione Europea, dove le dinamiche delle esportazioni, i consumi interni e la disponibilità di prodotto incidono direttamente sui listini alla stalla.
È su questo punto che l’allevatore concentra la critica più netta: «Mi chiedo: dov’erano le associazioni a luglio? Perché non si sono preoccupate di contenere le produzioni per mantenere il prezzo?». Secondo lui il nodo centrale non è la caduta dei listini, ma la gestione dell’offerta. Quando il mercato tira, l’incentivo a produrre di più è forte. Ma un aumento generalizzato dei volumi può trasformarsi, nel giro di pochi mesi, in un fattore destabilizzante.
Nel frattempo, molte aziende hanno investito. Strutture ampliate, nuovi macchinari, miglioramento del patrimonio aziendale. Gli anni delle quotazioni elevate hanno consentito a diversi allevamenti di rafforzarsi e consolidare la propria posizione. «Grazie agli ottimi risultati hanno aumentato il loro patrimonio…», scrive Giuseppe, sottolineando come la fase favorevole abbia generato scelte imprenditoriali importanti. Scelte legittime, ma che oggi rendono più sensibile ogni variazione dei listini.
Il tema degli accordi di prezzo aggiunge un ulteriore elemento di complessità. A fine 2025 sono stati siglati accordi di filiera tra rappresentanti del comparto e il Ministero dell’Agricoltura, con l’indicazione di prezzi per i primi mesi del 2026 nell’ordine di poco superiore ai 50 centesimi al litro. Si tratta di intese negoziali, non di imposizioni amministrative. Il prezzo del latte in Italia nasce da contrattazioni tra allevatori, cooperative, caseifici e industria di trasformazione. Il mercato spot continua a muoversi secondo la logica di domanda e offerta.
«Quel prezzo è totalmente fuori mercato», sostiene Giuseppe, convinto che non si possa cristallizzare una cifra definita in un contesto diverso e pretendere che il mercato la assorba senza contraccolpi. È una posizione che divide: per alcuni è realismo, per altri un’eccessiva fiducia nell’autoregolazione.
Poi c’è la questione più delicata: la redditività. «Con i costi aziendali odierni, se il latte viene fatturato al prezzo concordato a dicembre, il margine dell’agricoltore si aggira dal 10 al 15 per cento: quale altra attività è così redditizia?». È una provocazione che accende il confronto. Le analisi di settore mostrano che negli ultimi anni i costi di produzione sono aumentati sensibilmente: alimentazione animale, energia, carburanti, manodopera e ammortamenti incidono in modo rilevante sui bilanci. La redditività reale varia molto in base alla dimensione dell’azienda, al livello di efficienza gestionale e alla destinazione del latte conferito. Parlare di una percentuale uniforme è difficile, ma è indubbio che il 2025 abbia rappresentato per molti allevamenti un anno di quotazioni sostenute.
«È lo spauracchio delle quotazioni di aprile a preoccupare gli allevatori», ammette ancora Giuseppe. Il timore non riguarda solo il presente, ma la traiettoria futura. Se la fase di prezzi elevati è stata un’eccezione prolungata, la normalizzazione potrebbe essere percepita come un brusco ritorno alla realtà.
Infine, il ruolo dello Stato. «Ogni azienda è libera di comprare dove vuole e per vendere deve combattere una battaglia con la concorrenza, senza che il ministero imponga alcun prezzo». È una visione che affida l’equilibrio del sistema alla responsabilità degli operatori e alla capacità di programmare i volumi. Gli accordi istituzionali possono accompagnare, ma non sostituire, le dinamiche di mercato.
Il quadro che emerge dai dati non descrive un crollo improvviso, ma una fase di normalizzazione dopo un periodo di quotazioni particolarmente favorevoli. Il mercato del latte alterna espansione e raffreddamento. Quando i prezzi sono alti, la produzione tende ad aumentare. Quando l’offerta supera la capacità di assorbimento, le quotazioni si ridimensionano. È una dinamica strutturale, non un’eccezione.
Le parole di Giuseppe dividono perché toccano un nervo scoperto: la programmazione. I numeri indicano che il 2025 è stato un anno di prezzi storicamente elevati e che la fine dell’anno ha mostrato segnali di indebolimento in linea con l’andamento europeo. La domanda che resta aperta non è solo se il prezzo scenderà ancora, ma se la filiera saprà governare questa fase con maggiore coordinamento tra produzione e domanda.
Nel latte, ogni centesimo pesa. E ogni ciclo presenta il conto. La differenza sta nel momento in cui si decide di guardarlo in faccia.
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