Cerca

Lo Stiletto di Clio

Marzo 1946, quando l’Italia tornò a votare nei Comuni

Prima del referendum istituzionale e dell’Assemblea costituente, oltre 5.700 amministrazioni locali furono rinnovate: a Settimo Torinese trionfa la sinistra e Luigi Raspini diventa sindaco

Marzo 1946, quando l’Italia tornò a votare nei Comuni

A Caluso, gli elettori furono chiamati alle urne il 31 marzo 1946

È opinione largamente diffusa che le prime elezioni libere dopo la fine della seconda guerra mondiale siano state quelle per l’Assemblea costituente, in concomitanza col referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946. Ancora oggi, a ottant’anni di distanza, giornali e social continuano a rilanciare pedissequamente questa narrazione stereotipata, contribuendo a radicarla nell’opinione pubblica. Ma non è così. Si tratta di un grave errore storico. Fra il 10 marzo e il 7 aprile di quell’anno, infatti, oltre 5.700 comuni italiani furono chiamati alle urne per eleggere i rispettivi consigli comunali. È una storia che chiede di essere raccontata.

A Leini si voto il 24 marzo 194 6 per il consiglio comunale

A Leini si voto il 24 marzo 194 6 per il consiglio comunale

Le liste in competizione a Settimo il 17 marzo 1946 (le prime elezioni in cui votarono le donne)

Le liste in competizione a Settimo il 17 marzo 1946 (le prime elezioni in cui votarono le donne)

Regolamentava la materia, all’epoca, il testo unico del 1915 che era stato riveduto in gran fretta sulla base dei dibattiti in Parlamento, prima che Benito Mussolini assumesse il potere, e delle posizioni politiche espresse dai partiti del Cln, il Comitato di liberazione nazionale. A nessuno sfuggiva quanto fossero importanti le consultazioni amministrative, le quali andarono subito configurandosi come una verifica del consenso goduto dai diversi partiti, sino a quel momento rappresentati in modo paritetico nel Cln.

Il cosiddetto decreto De Gasperi-Togliatti del 1° febbraio 1945 aveva esteso il diritto di voto alle donne, introducendo il criterio del pieno suffragio universale, l’obiettivo di tante lotte e lo sviluppo coerente dei principi democratici. Per l’elettorato femminile passivo, a causa di una banale dimenticanza, occorrerà attendere il decreto numero 74 del 10 marzo 1946, essendo ormai imminente la consultazione per i comuni.

Domenica 24 marzo votarono, fra gli altri, i cittadini di Balangero, Cafasse, Caselle, Castellamonte, Chivasso, Feletto, Foglizzo, Forno Canavese, Leinì, San Benigno Canavese, San Giorgio Canavese e Vische. Quelli di Albiano d’Ivrea, Banchette, Druento, Germagnano, Lanzo, Lemie, Montaldo Dora, San Giusto Canavese, San Maurizio Canavese e Caluso si recarono alle urne il 31 dello stesso mese. In precedenza, domenica 17 marzo, era toccato a Settimo Torinese, Borgaro, Mazzè, Pont Canavese, Volpiano e Brusasco-Cavagnolo.

A Settimo si confrontarono tre liste. Socialisti e comunisti fecero causa comune, candidando vecchi esponenti della sinistra (Luigi Raspini, Stefano Rovasetti, Giovanni Battista Gilardi, Giovanni Caudano) e giovani entusiasti e solerti (Giampiero Vigliano, Giovanni Boccardo, ecc.), alcuni dei quali avevano combattuto coi partigiani: in testa alla lista non figuravano la falce e il martello, ma un’incudine con libro, vanga e covone di grano, a simboleggiare il lavoro. La Democrazia cristiana attinse soprattutto all’ambiente della parrocchia, presentando Lorenzo Garabello, l’ingegnere Angelo Aragno e il maestro Giovanni Soragna; candidò pure Antonio Ossola, il figlio di Carlo Ossola, figura storica del cattolicesimo democratico in Settimo. Liberali, azionisti moderati, repubblicani e indipendenti d’ispirazione laica proposero una propria lista, con Ugo Moglia (che nel 2004 sarà dichiarato Giusto fra le nazioni, avendo salvato una famiglia ebrea dalla persecuzione nazista), Giuseppe Aprà, Vittorio Bardo e altri: era chiaro che la nuova compagine non avrebbe potuto sostituire il vecchio Partito liberale, forza soprattutto di opinione, ma con appoggi in ambito governativo.

Avvicinandosi l’appuntamento elettorale del 17 marzo, la giunta si trovò alle prese coi problemi organizzativi. Il Comune non possedeva neppure le cabine da collocare nei seggi: il falegname Antonio Canova ne fabbricò ventotto in tutta fretta, a prezzi concorrenziali. Com’era prevedibile, la campagna propagandistica assunse toni molto aspri, però non si registrarono violenze. Il novanta per cento delle persone si recò alle urne, non deludendo le attese della sinistra che ottenne poco meno di quattromila voti (63,5 per cento dei suffragi), contro i duemila della Democrazia cristiana(32,5 per cento) e i duecentoquaranta dei liberali (3,9).

L’assemblea civica si riunì la mattina del 31 marzo, tre domeniche prima di Pasqua, in un clima di euforia e di entusiasmo. Come larghissima parte della gente auspicava, Luigi Raspini fu eletto sindaco. «Noi – dichiarò – ci sentiamo onorati di derivare la nostra carica non dal prefetto o dal ministero o dal re, bensì […] unicamente dal popolo». Il rinnovamento del ceto politico di Settimo Torinese era ormai una realtà compiuta. Cominciava la stagione dei partiti di massa.

Se ti è piaciuto questo articolo, segui SILVIO BERTOTTO QUI

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori