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Lo Stiletto di Clio
11 Febbraio 2026 - 14:58
Benito Mussolini ferito al naso nel primo dei tre falliti attentati che ebbero luogo nel 1926
Nel 1926, esattamente un secolo fa, Benito Mussolini, capo del governo italiano dall’autunno del 1922, fu bersaglio di tre attentati: il 7 aprile, l’11 settembre e il 31 ottobre. Tutti fallirono, ma tutti ebbero ripercussioni anche a Settimo Torinese, come risulta dalle fonti documentarie conservate nell’Archivio storico del Comune.
Il primo tentato omicidio, quello del 7 aprile 1926, davanti al palazzo romano del Campidoglio, fu opera di una mezza squilibrata irlandese, Violet Gibson, nata a Dublino nel 1876 e rinchiusa per un paio d’anni in un istituto per malattie mentali, dove aveva tentato il suicidio. Trasferitasi a Roma, ebbe l’idea – chissà perché! – di uccidere il Duce a colpi di rivoltella, ma riuscì soltanto a ferirlo di striscio al naso. La folla tentò invano di linciarla. Processata dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, Violet Gibson fu assolta per totale infermità di mente ed espulsa dall’Italia. Morirà nel 1956 in un ospedale psichiatrico inglese, a Northampton, dopo trent’anni d’internamento coatto.

Squadristi a Settimo Torinese nel 1922
Nel pomeriggio di quel drammatico 7 aprile, insediando il nuovo direttorio del Partito fascista, Mussolini concluse il proprio discorso con uno slogan che sarebbe divenuto famoso: «Se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se muoio vendicatemi». All’unanimità, nel 2021, il consiglio cittadino della capitale irlandese ha deliberato di apporre una targa in memoria della donna.
E Settimo Torinese che cosa c’entra? Dall’autunno del 1922, subito dopo la Marcia su Roma, il Comune era commissariato: il fascismo stava accelerando l’opera di penetrazione nella società locale, riducendo al silenzio le residue opposizioni, all’occorrenza intimidendo e bastonando coloro che non volevano piegarsi. Quel 7 aprile, il commissario prefettizio Ignazio Pacì inviò un telegramma a Roma: «Dio disperda gli assassini e confermi sempre alla Patria la vita sacra di Vostra Eccellenza. Viva il Duce».
Un secondo attentato fu compiuto l’11 settembre dello stesso anno da un anarchico individualista originario di Carrara, Gino Lucetti, il quale scagliò una bomba contro l’automobile di Benito Mussolini. «L’opinione pubblica – spiega lo storico Renzo De Felice (1929-1996) – ne rimase molto impressionata. […] Vivissime furono soprattutto le reazioni tra i fascisti, tanto che [Augusto Turati] [il segretario generale del partito] dovette ordinare alle camicie nere di non abbandonarsi a rappresaglie». Un «deferente omaggio» a Mussolini giunse anche da Ignazio Pacì, che volle esprimere l’«unanime esecrazione» dei settimesi.
Sottoposto a giudizio dal Tribunale speciale, Lucetti fu condannato a trent’anni di carcere. Nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, tornò in libertà, ma perse la vita di lì a pochi giorni, durante un bombardamento tedesco nei pressi di Ischia.
Il terzo attentato avvenne a Bologna, il 31 ottobre 1926: ne fu ritenuto responsabile il sedicenne Anteo Zamboni, linciato sul posto da alcuni fascisti, benché sussistano serissimi dubbi sulle vere responsabilità. Ancora una volta toccò al commissario prefettizio Ignazio Pacì telegrafare a Roma: «Settimo Torinese rivolge animo grato alla Divina Provvidenza che manifestamente protegge Eccellenza Vostra ed eleva fervido alalà all’Italia e al suo Duce». Le espressioni di Pacì, specie il richiamo alla Provvidenza, confermano l’analisi di Aurelio Lepre, uno storico napoletano scomparso ottantatreenne nel gennaio 2014: «Essere Duce non dipende solo da qualità personali. C’è anche, in una certa misura, una scelta compiuta dal Fato. […] Tutte e tre le volte, Mussolini sembra protetto dal cielo».
L’attentato di Bologna offrì il destro per procedere alla completa e definitiva fascistizzazione dello Stato. Pochi giorni dopo, il consiglio dei ministri deliberò una serie di misure eccezionali: furono sciolti i partiti e le associazioni che esplicavano opera «contraria al regime» (tutti, in pratica, tranne quello fascista), s’istituì il confino di polizia, venne soppressa la stampa di opposizione, ecc. Subito dopo, il Parlamento reintrodusse la pena di morte per alcuni reati di particolare gravità, mise in piedi il Tribunale speciale per la difesa dello Stato – che processerà Violet Gibson e Gino Lucetti – e sancì la decadenza dei deputati comunisti e aventiniani (quelli che, nel 1924, avevano abbandonato i lavori della Camera per protesta dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti).
L’opinione pubblica italiana si era ormai orientata a ritenere che i perturbatori della pace interna non fossero i fascisti, bensì gli antifascisti, accettando come una necessità l’eventuale estromissione violenta di questi ultimi dalla vita pubblica. Per quanto concerne Settimo Torinese, le ultime resistenze al fascismo si spensero non prima del 1927, anche se, nemmeno allora, il paese poté dirsi completamente guadagnato al Regime.
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