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06 Febbraio 2026 - 22:58
Trump pubblica un video razzista sugli Obama e rilancia la bufala delle elezioni truccate: errore dello staff o strategia politica?
Un video con teorie cospirazioniste sul voto americano e una grafica apertamente razzista sugli Obama ha scatenato una bufera politica negli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha accusato ancora una volta il sistema elettorale di essere “truccato”, ha invocato riforme radicali e poi ha cancellato il post, attribuendo tutto a “un errore dello staff”. Ma il danno politico è rimasto.
Era notte fonda quando sull’account ufficiale di Donald Trump su Truth Social è comparso un video di poco più di un minuto. Il contenuto rilanciava vecchie accuse già smentite sulle presunte manipolazioni delle elezioni presidenziali del 2020. Negli ultimi secondi, quasi come una postilla visiva, compariva una scena ambientata in una giungla digitale: i volti di Barack Obama e Michelle Obama sovrapposti ai corpi di due scimmie che ondeggiavano sulle note di The Lion Sleeps Tonight. Un frame rapidissimo, ma sufficiente a far esplodere il caso. Era la notte tra il 5 e il 6 febbraio 2026. Al mattino, il video era sparito. La spiegazione ufficiale parlava di una pubblicazione accidentale da parte di un collaboratore. Le polemiche, invece, erano appena iniziate.
La clip incriminata non era un contenuto isolato. Faceva parte di un montaggio di 62 secondi che riproponeva accuse infondate sulle macchine elettorali e sullo scrutinio del voto del 2020, accuse già respinte da tribunali, audit indipendenti e autorità federali. La sequenza finale con gli Obama ricalcava un’animazione circolata online già nell’autunno 2025, un meme che raffigurava Trump come “re della giungla” e trasformava esponenti democratici in animali. In un primo momento, la Casa Bianca aveva minimizzato parlando di un video-meme in stile Lion King. Poi, di fronte alle reazioni sempre più dure, anche interne al Partito Repubblicano, il post è stato rimosso e l’errore attribuito allo staff.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Organizzazioni per i diritti civili, esponenti democratici e anche figure repubblicane hanno condannato l’uso di un’immagine che richiama uno dei più antichi stereotipi razzisti della storia americana. Raffigurare persone nere come scimmie non è una provocazione neutra né una satira innocua: è un simbolo usato per decenni per disumanizzare e subordinare. La gravità del gesto è apparsa ancora più evidente perché il video è stato pubblicato all’inizio del Black History Month. La rimozione non ha cancellato il fatto politico: la scelta di rilanciare un contenuto che utilizza un insulto razziale riconoscibile e storicamente carico.
Nel messaggio che accompagnava il video, Trump ha ripetuto un refrain ormai noto: “Le elezioni americane sono truccate, rubate e ridicole. O le riformiamo, o non avremo più un Paese”. Non si è trattato di uno sfogo estemporaneo. Tra il 2025 e il 2026, il presidente ha rilanciato più volte la necessità di abolire il voto per corrispondenza, limitare l’uso delle macchine elettroniche e introdurre schede cartacee con filigrana, insieme a controlli più stringenti sull’identità e sulla cittadinanza degli elettori. Questa linea si è tradotta in un ordine esecutivo firmato il 25 marzo 2025, con cui l’Amministrazione ha tentato di intervenire sull’architettura elettorale federale, nonostante la Costituzione degli Stati Uniti attribuisca agli Stati un ruolo centrale nella gestione delle elezioni. Giuristi e opposizione hanno contestato il provvedimento, ritenendolo un eccesso di potere.
Negli stessi giorni della vicenda del video, un altro post presidenziale ha rilanciato il pacchetto di proposte denominato SAVE America Act, che prevede l’obbligo di documento d’identità per votare, la prova di cittadinanza per la registrazione e forti limitazioni al voto per posta. È una piattaforma che fatica a trovare spazio al Congresso, ma che parla direttamente alla base elettorale più fedele. Il messaggio è chiaro: la delegittimazione preventiva del processo elettorale resta uno strumento politico centrale.
关于在美“恶搞”与“歧视”的边界,蔡博士做了清晰的科普。#trumpisaracist #Obama https://t.co/yE5kzM4d4t
— LU RUIPENG (@RuipengLu69498) February 6, 2026
Le accuse contenute nel video, però, non hanno trovato riscontri. Dopo il voto del 3 novembre 2020, una dichiarazione congiunta delle autorità che coordinano la sicurezza elettorale, tra cui la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) e la Election Assistance Commission (EAC), ha definito quelle elezioni “le più sicure della storia americana”, affermando che non vi era alcuna evidenza di voti cancellati, persi o alterati. L’Federal Bureau of Investigation (FBI) non ha mai riscontrato prove di una frode nazionale organizzata. L’allora Attorney General William Barr ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia non aveva trovato irregolarità in grado di cambiare l’esito del voto. Oltre sessanta ricorsi presentati dall’entourage di Trump sono stati respinti dai tribunali. Anche le revisioni indipendenti hanno confermato che i casi accertati di irregolarità erano numericamente irrilevanti.
Il contrasto tra fatti documentati e narrazione politica è emerso in modo emblematico il 12 novembre 2020, quando Donald Trump ha licenziato Chris Krebs, direttore della CISA, dopo che quest’ultimo aveva pubblicamente smentito le accuse di brogli. Un segnale chiaro della distanza tra realtà istituzionale e comunicazione presidenziale.
L’episodio del video sugli Obama si inserisce in una strategia comunicativa più ampia. Negli ultimi mesi, l’account del presidente ha alternato annunci ufficiali, attacchi personali e contenuti memetici, spesso generati o manipolati con strumenti di intelligenza artificiale, che dipingono Trump come una figura eroica e gli avversari come nemici o traditori. Nel luglio 2025, dalla stessa piattaforma era stato condiviso un video che mostrava un finto arresto di Barack Obama alla Casa Bianca, poi criticato anche dagli stessi Village People, autori della canzone usata nel montaggio. La tecnica è sempre la stessa: saturare la timeline con shock visivi e messaggi polarizzanti, rendendo difficile distinguere intrattenimento e comunicazione istituzionale.
Non è secondario che le critiche più dure siano arrivate anche dal campo repubblicano. Il senatore Tim Scott, unico repubblicano nero al Senato, ha definito il video “razzista” e ne ha chiesto la rimozione immediata. Altri esponenti hanno espresso preoccupazione per l’impatto su un elettorato moderato già insofferente verso eccessi e provocazioni. Dall’altra parte, l’ala più radicale ha liquidato la polemica come un’esagerazione, sostenendo che si trattasse solo di un meme. Una giustificazione che ignora il peso storico e simbolico di quelle immagini.
La posta in gioco non è solo culturale, ma istituzionale. Quando il presidente degli Stati Uniti continua a sostenere che le elezioni sono truccate, nonostante l’assenza di prove, mina la fiducia nel sistema democratico. Le misure proposte dall’Amministrazione, come l’eliminazione del voto per posta e l’inasprimento dei requisiti di registrazione, rischiano di escludere fasce significative di elettori, come anziani, cittadini naturalizzati di recente e persone con documentazione incompleta. I ricorsi legali contro l’ordine esecutivo del marzo 2025 sono ancora in corso e il contenzioso è destinato a proseguire in vista delle midterm del 2026.
Intanto, i numeri restano quelli certificati. Secondo un’analisi dell’Associated Press, i casi potenziali di irregolarità accertati in sei Stati chiave nel 2020 sono stati meno di 500, una cifra irrilevante rispetto ai margini di vittoria. Le prove invocate nei ricorsi non hanno mai retto al vaglio dei giudici.
La vicenda del video razzista e delle accuse sulle elezioni mostra come la disinformazione elettorale continui a rappresentare un rischio concreto. Apparati di sicurezza americani monitorano da anni la diffusione di contenuti falsi, anche di origine straniera, progettati per alimentare sfiducia e divisioni. Quando questi messaggi vengono amplificati dall’account di un presidente in carica, con milioni di follower, l’effetto è moltiplicato.
La rimozione del post e la spiegazione dell’“errore dello staff” non cancellano la responsabilità politica. Condividere un contenuto significa legittimarlo. E la ripetizione di falsità già smentite su un tema cruciale come il voto erode un capitale fragile: la fiducia civica. A distanza di anni dal voto del 2020, i fatti restano invariati. Tutto il resto è narrazione. Potente, virale, ma pur sempre narrazione.
Fonti utilizzate:
Washington Post, Associated Press, Reuters, The Guardian, People, CNN, CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency), Election Assistance Commission, Department of Justice, FBI, Fanpage, RaiNews.
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