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06 Febbraio 2026 - 17:52
Pene più grande nelle tute dei saltatori: scandalo alle Olimpiadi Milano-Cortina
La miccia del primo caso mediatico dei Giochi di Milano-Cortina 2026 si accende a Predazzo, mentre fuori dagli impianti la folla aspetta i salti e dentro una stanza di misurazione uno scanner 3D rileva al millimetro i corpi degli atleti. È lì che, secondo un’indiscrezione rimbalzata sui media internazionali, qualcuno avrebbe provato a spostare il confine del proprio corpo. Non con piombi nascosti o paracadute illegali, ma con l’ipotesi più estrema e disturbante che si potesse immaginare: iniezioni di acido ialuronico sui genitali per ottenere misure leggermente più “generose”, far passare una tuta più ampia e guadagnare un filo di portanza in più in volo. Un’idea che sembra una boutade, ma che ha già costretto WADA e FIS a intervenire, proprio nel giorno — 6 febbraio 2026 — in cui la fiamma olimpica si accende ufficialmente.
A rilanciare la voce è stata la Bild, parlando apertamente di saltatori pronti a ricorrere a filler temporanei per alterare le misure corporee rilevate durante i controlli. L’obiettivo sarebbe aggirare i limiti imposti sulle tute, sfruttando una finestra regolamentare che consente un margine di tolleranza tra +2 e +4 centimetri rispetto alle circonferenze corporee misurate. In uno sport dove ogni millimetro conta, un centimetro “in più” può tradursi in metri guadagnati in aria. La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore, arrivando sul tavolo della World Anti-Doping Agency. Il direttore generale Olivier Niggli ha chiarito che, se emergeranno elementi concreti, la pratica verrà valutata alla luce della definizione di doping; il presidente Witold Bańka ha assicurato che il caso verrà “guardato da vicino”. Al momento, però, non esistono nomi, segnalazioni ufficiali né sanzioni. C’è un’indagine informale, non una prova.
Il clamore nasce da qui: nel salto con gli sci, la tuta non è un dettaglio estetico ma una variabile aerodinamica decisiva. Studi scientifici pubblicati su Frontiers in Sports and Active Living hanno quantificato l’effetto con numeri difficili da ignorare: +2 cm di circonferenza possono aumentare la portanza di circa +5%, con una differenza simulata fino a +5,8 metri su un salto di 130 metri; misurazioni in campo parlano di circa 3,2 metri guadagnati per ogni centimetro di tolleranza aggiuntiva. Non è leggenda, è fisica. Ed è il motivo per cui la FIS, dopo anni di furbizie, ha deciso di stringere il nodo.

Il precedente pesa come un macigno. Nel 2025, la nazionale norvegese è finita travolta da un caso clamoroso di manipolazione delle tute nella zona del cavallo: cuciture, materiali e tagli pensati per aumentare la superficie esposta all’aria. Ne sono seguite squalifiche, stop allo staff e sanzioni per atleti di primo piano come Marius Lindvik e Johann André Forfang. Da lì è partita una riforma radicale: misurazioni 3D nel weekend di gara, doppio controllore e medico presenti, tute dotate di microchip RFID applicati solo dopo l’omologazione, nuove regole su tagli e cuciture, fino a un sistema di cartellini gialli e rossi per chi manipola l’equipaggiamento. Le squalifiche, oggi, passano anche in televisione, sotto gli occhi di tutti.
È in questo contesto che prende forma il cosiddetto “penisgate”. L’acido ialuronico è un filler usato da anni in medicina estetica e, in ambito urologico, per aumentare temporaneamente la circonferenza dei tessuti molli. Medici interpellati dalla stampa internazionale sono stati netti: l’aumento di volume è tecnicamente possibile, ma la procedura non è indicata a fini sportivi e comporta rischi concreti, dal dolore alle infezioni, fino a deformità e danni permanenti se eseguita in modo improprio. Anche ammesso che qualcuno abbia pensato di provarci, il rapporto rischio-beneficio appare francamente discutibile. E, soprattutto, non esistono riscontri ufficiali che colleghino questa pratica ad atleti in gara a Milano-Cortina.
Resta il nodo tecnico. Le misurazioni FIS includono anche la zona del cavallo, con indicazioni precise su dove e come la tuta deve cadere rispetto al corpo. L’ipotesi è che, partendo dal punto più basso dell’area genitale, un aumento temporaneo del volume possa spostare di qualche millimetro le misure accettate e consentire una taglia più ampia. È un ragionamento plausibile in teoria, ma la federazione ha introdotto vincoli proprio per evitare questo tipo di escamotage, limitando la possibilità di “abbassare” la tuta o accumulare materiale in eccesso. Non a caso, chi ha tentato scorciatoie con imbottiture e cuciture è stato intercettato e punito.
Il rischio più grande, però, non è tecnico. È culturale. Accettare l’idea che il corpo dell’atleta diventi un parametro da manipolare per rientrare in una finestra regolamentare significa aprire un vaso di Pandora etico e sanitario. Oggi è la tuta, domani cos’altro? È qui che entrano in gioco parole che nello sport dovrebbero pesare più dei centimetri: salute e spirito della competizione. Spostare la gara dal talento e dall’allenamento alla bio-manipolazione “creativa” mina la credibilità di una disciplina che ha già pagato caro le sue zone grigie.
Nel frattempo, tra addetti ai lavori, l’ironia corre. Ma sotto le battute resta la sostanza: WADA osserva, FIS controlla, e le squadre sanno che oggi una furbizia può costare squalifiche, esclusioni e perdita di posti quota. La memoria del caso Norvegia è ancora viva, e ogni centimetro di tuta è diventato un affare pubblico.
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