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06 Febbraio 2026 - 12:44
Carabinieri (foto d'archivio)
La condanna è arrivata il giorno dopo, ma il segno lasciato resta. Venaria Reale si è svegliata il 6 febbraio con una certezza scomoda: quello che è accaduto negli uffici del Consorzio Cissa non è stato un incidente imprevedibile, ma l’ennesimo campanello d’allarme ignorato troppo a lungo.
Lunedì 3 febbraio, durante un normale colloquio di aiuto, un uomo si è presentato con un martello nascosto nello zaino e ha aggredito senza preavviso un’assistente sociale e un’educatrice. Colpi ripetuti, minacce di morte, il panico negli uffici messi a disposizione dal Comune. Le due operatrici sono finite in ospedale con prognosi di diversi giorni. Non sono in pericolo di vita, ma la violenza subita ha rotto qualcosa di più profondo della routine lavorativa.
A distanza di ventiquattr’ore, il fatto non è più solo cronaca. È diventato una questione pubblica, politica, istituzionale. E il primo atto formale è arrivato proprio dal Consorzio Cissa, che ha scelto di rompere il silenzio con un comunicato netto, senza attenuanti.
“Nel corso di un colloquio di aiuto nei confronti di un cittadino in difficoltà, un’Assistente Sociale e un Educatore sono stati aggrediti fisicamente con un oggetto contundente e verbalmente con minacce esplicite di morte”, si legge nella nota. Una ricostruzione asciutta, che non cerca scorciatoie narrative ma mette subito a fuoco la gravità dell’episodio.
Il Consorzio richiama un principio elementare, che però oggi appare tutt’altro che scontato: “Ogni persona si reca quotidianamente al lavoro con l’impegno di svolgere le proprie mansioni con diligenza, responsabilità e professionalità. È legittimo e doveroso attendersi che ciò avvenga in un contesto improntato al rispetto reciproco e alla sicurezza”. Parole che pesano perché pronunciate da chi, ogni giorno, gestisce la parte più fragile del rapporto tra cittadini e istituzioni.

Nel comunicato viene ricordata anche la natura particolare del lavoro sociale: “I servizi socio-assistenziali intervengono direttamente nella vita di persone e famiglie che vivono situazioni di disagio, fragilità e vulnerabilità”. Un ambito delicato, esposto, che richiede competenze ma anche protezione. E proprio per questo, aggiunge il Cissa, “non è in alcun modo accettabile che il personale e i dipendenti comunali debbano recarsi al lavoro con la preoccupazione o il timore di subire aggressioni fisiche o verbali”.
La condanna è esplicita e arriva dai vertici dell’ente. Il documento è firmato dal presidente dell’Assemblea dei Sindaci, l’avvocata Azzurra Mulatero, dal presidente del Consiglio di amministrazione Giorgio Passalacqua e dalla direttrice Elisabetta Bogge. Una presa di posizione corale, che chiama in causa non solo la sicurezza degli operatori ma la responsabilità dell’intera comunità: “Tali comportamenti sono contrari ai principi di civiltà, rispetto e convivenza che devono caratterizzare il rapporto tra cittadini e istituzioni”.
Parole che pesano perché non arrivano nel vuoto. Già lo scorso anno, negli stessi spazi, un’altra dipendente era stata aggredita. Una sequenza che la Cgil Torino aveva già definito allarmante, legandola a un contesto di disagio sociale crescente, aggravato da carenze di risorse, ritardi nei finanziamenti e servizi sempre più sotto pressione. Meno personale, più fragilità, uffici lasciati soli a reggere una tensione che arriva dalla società ma si scarica sui lavoratori.
Nel dibattito politico locale è intervenuto anche Mirco Repetto, candidato sindaco della coalizione di centrosinistra. “Si tratta di un fatto gravissimo, inaccettabile”, ha dichiarato, esprimendo “sgomento e piena solidarietà” alle due professioniste. Ma soprattutto ha messo un punto fermo: “La sicurezza sul lavoro non è negoziabile”. Per Repetto l’aggressione non è un episodio isolato, ma il sintomo di “una criticità sistemica”, dove povertà crescente e indebolimento delle politiche sociali finiscono per trasformare assistenti sociali ed educatori nel primo fronte esposto della crisi.
Il quadro che emerge è chiaro e poco rassicurante. Servizi pensati per l’ascolto e la tutela diventano luoghi di rischio, mentre chi lavora con le fragilità è lasciato troppo spesso senza strumenti adeguati, senza rinforzi, senza modelli organizzativi che evitino l’isolamento nei colloqui più delicati. Le condanne istituzionali sono necessarie, ma non bastano più.
A Venaria, negli uffici del Cissa, resta lo shock. E resta una domanda che non può essere rimandata: quanto ancora si può chiedere a chi regge il welfare quotidiano di farlo in condizioni di insicurezza strutturale? Perché quando la violenza entra nei servizi sociali, non è mai solo un fatto di cronaca. È il riflesso diretto di una frattura che riguarda tutti.
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