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Washington Post, un terzo della redazione licenziato: sport e libri cancellati, esteri ridotti.

Tra perdite milionarie, algoritmi e scelte editoriali contestate, il Washington Post cambia pelle per sopravvivere ...

Washington Post, un terzo della redazione licenziato: sport e libri cancellati, esteri ridotti. Il giornale di Bezos sta smantellando sé stesso?

Bezos

Alle 09:30 del 4 febbraio 2026, negli uffici di One Franklin Square a Washington, l’ascensore ha continuato a fermarsi piano dopo piano mentre sugli schermi compariva un nuovo messaggio. L’email aveva un oggetto secco: “Il tuo ruolo…”. Per circa 300 persone il seguito è stato chiaro fin da subito: il posto di lavoro era stato eliminato. Nel giro di poche ore il Washington Post ha cancellato la sezione Sport, archiviato la sezione Libri, sospeso il podcast Post Reports, ridotto drasticamente il desk Metro e smantellato o accorpato diverse redazioni estere. Un taglio che ha colpito circa un terzo dell’organico complessivo. Il quotidiano che aveva costruito la propria autorevolezza su inchieste come Watergate ha scelto di ridimensionarsi per affrontare l’era degli algoritmi e del calo degli abbonamenti. Una decisione che il direttore esecutivo Matt Murray ha definito “dolorosa ma necessaria”, ma che ha riaperto una domanda centrale: quale Washington Post resterà dopo questa operazione.

La riorganizzazione ha attraversato quasi tutte le aree della redazione, dagli Esteri alla Tecnologia, dall’Economia alle Breaking News, fino alla copertura locale. La chiusura della sezione Sport ha segnato uno spartiacque simbolico. Per decenni era stata uno dei laboratori più riconosciuti del giornalismo statunitense, con firme come Shirley Povich, Michael Wilbon, Sally Jenkins e Tony Kornheiser, capaci di unire racconto, analisi e inchiesta. Alcuni giornalisti sportivi resteranno, ma con spazi ridotti e un taglio più narrativo, senza la copertura quotidiana degli eventi. Anche la sezione Libri, con il suo storico Book World, è stata cancellata, riducendo in modo netto la presenza culturale del quotidiano.

Sul piano internazionale il ridimensionamento è stato altrettanto pesante. Uffici di corrispondenza in aree come il Medio Oriente, l’area Russia-Ucraina, l’Australia e parti dell’Europa orientale sono stati chiusi o accorpati. La scelta ha conseguenze dirette sulla capacità di presidiare conflitti e snodi geopolitici con una presenza stabile sul terreno. Nel memo inviato ai dipendenti, Matt Murray ha parlato di “riorganizzazione strategica” per riallineare il giornale alle abitudini degli utenti e a una tecnologia in rapido mutamento. Il messaggio chiave è stato sintetizzato in una frase destinata a restare: “Non possiamo essere tutto per tutti”. Da qui il riposizionamento sui pilastri ritenuti distintivi, come la politica nazionale, la sicurezza, la scienza e la salute, le inchieste e il giornalismo di servizio.

Dietro le decisioni ci sono numeri che raccontano una crisi strutturale. Il Washington Post ha registrato perdite stimate in circa 77 milioni di dollari nel 2023 e quasi 100 milioni di dollari nel 2024. Nello stesso periodo il traffico proveniente dalla ricerca organica si è ridotto di circa il 50% in tre anni. L’obiettivo dichiarato dall’editore e amministratore delegato Will (William) Lewis è stato il pareggio di bilancio entro la fine del 2026. Queste cifre spiegano la pressione a cambiare rotta, ma la portata dei tagli ha rimesso in discussione l’identità stessa del giornale.

Dal 2013 il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, fondatore di Amazon. La sua presenza è rimasta sullo sfondo anche nelle ore più critiche, senza interventi pubblici, nonostante nelle settimane precedenti fossero circolate lettere interne di giornalisti che chiedevano di salvaguardare la copertura estera e locale. In passato alcune scelte dell’azionista hanno già suscitato forti reazioni, come la decisione di ritirare l’endorsement a Kamala Harris durante la campagna presidenziale del 2024 e il riposizionamento della linea delle Opinioni. L’ex direttore Martin (Marty) Baron ha parlato di un danno immediato al marchio, definendolo un atto di autolesionismo. Matt Murray, difendendo l’operazione, ha sostenuto che anche un proprietario miliardario non può assorbire perdite illimitate senza compromettere la capacità di investire in innovazione.

I tagli non hanno inciso solo sui costi, ma anche su elementi che avevano costruito la reputazione del quotidiano. La sezione Sport non era un elemento accessorio, ma un presidio informativo che aveva prodotto inchieste rilevanti, come quelle sui Washington Commanders, e garantito una copertura continua dell’ecosistema sportivo di Washington D.C.. La sua cancellazione ha già lasciato vuoti informativi evidenti. La stessa cosa vale per la sezione Libri, che offriva recensioni, interviste e orientamento in un mercato editoriale sempre più affollato.

Il ridimensionamento della rete estera ha inciso sulla profondità della copertura internazionale. Affidarsi a freelance e partnership può compensare in parte, ma la mancanza di una presenza stabile riduce la continuità e il contesto delle notizie. La crisi del Washington Post si inserisce in un quadro più ampio che riguarda l’intero settore dell’informazione, stretto tra piattaforme digitali meno generose, un rendimento incerto dei social network, l’impatto dell’Intelligenza Artificiale (IA) e il calo dell’attenzione verso prodotti generalisti e di lunga lettura. Nelle comunicazioni interne è stato citato esplicitamente il crollo del traffico da ricerca e il ritardo nello sviluppo di video e nuovi formati. Alcune sperimentazioni basate sull’IA, come un podcast personalizzato, non hanno prodotto i risultati sperati.

Particolarmente delicato è stato il colpo alla sezione Metro, storicamente incaricata di raccontare scuole, tribunali, infrastrutture e quartieri di Washington e del Maryland. La sua riduzione a un organico minimo ha indebolito una funzione di controllo civico che per decenni aveva rappresentato un punto di riferimento. In questo spazio si inseriranno newsletter locali, televisioni e siti verticali, ma senza la stessa capacità di coordinamento e verifica.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Washington-Baltimore News Guild, il sindacato dei giornalisti, ha definito i tagli inaccettabili e frutto di scelte precise, non di un destino inevitabile. Nella comunità professionale si è diffuso un sentimento di perdita e rabbia. Marty Baron ha parlato di distruzione del marchio, mentre analisti e studiosi hanno messo in guardia dal rischio di compromettere l’ambizione editoriale dell’istituzione.

Per comprendere il passaggio del 2026 bisogna guardare al periodo 2022-2024. Dopo la crescita legata alla prima presidenza Trump, il Washington Post aveva mantenuto una redazione molto ampia, con oltre 1.000 giornalisti nel 2022, contando su un modello di abbonamenti che sembrava solido. Il successivo calo di interesse politico, alcune scelte editoriali controverse e prodotti digitali poco allineati alle abitudini degli utenti hanno però eroso lettori e ricavi. La riorganizzazione attuale punta a correggere quella traiettoria, ma la fiducia degli abbonati resta l’elemento più fragile.

Il confronto con il New York Times è inevitabile. Di fronte alla crisi della copertura sportiva, il quotidiano newyorkese ha scelto di acquisire The Athletic, integrandone i contenuti invece di abbandonare il settore. Il Washington Post ha fatto la scelta opposta, rinunciando alla copertura quotidiana e puntando su storie selezionate. È una scommessa che riduce volumi e immediatezza, due fattori chiave per costruire comunità di lettori.

C’è infine una dimensione politica e reputazionale. La rinuncia all’endorsement nel 2024 ha coinciso con ondate di cancellazioni di abbonamenti. Cambiare postura editoriale in un contesto elettorale ha lasciato segni profondi tra lettori di orientamenti diversi, tutti accomunati dalla richiesta di coerenza e trasparenza. La sfida del 2026 sarà ricostruire la sostenibilità economica senza sacrificare la missione informativa. Su questo terreno si misureranno la leadership di Will Lewis e il ruolo di Jeff Bezos come proprietario.

I tagli al Washington Post non sono un episodio isolato, ma il segno di una transizione dura che coinvolge i grandi giornali di tutto il mondo. Le scelte compiute oggi delimitano il giornalismo di domani. Le promesse di stabilità e impatto potranno essere valutate solo nel tempo, quando sarà chiaro se il sacrificio di intere aree di copertura avrà rafforzato o indebolito il ruolo del quotidiano nel dibattito pubblico.

Fonti: Washington Post, New York Times, Reuters, Associated Press, Columbia Journalism Review, Washington-Baltimore News Guild, dichiarazioni pubbliche di Matt Murray, Will Lewis e Martin (Marty) Baron.

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