AGGIORNAMENTI
Cerca
Esteri
06 Febbraio 2026 - 07:05
Migranti respinti, detenuti e rispediti nel deserto: l’Europa usa la Libia come muro?
Nel centro di detenzione di Ganfuda, alle porte di Bengasi, migliaia di persone attendono l’espulsione o un ritorno forzato. Sullo sfondo, una nuova rotta verso la Grecia, accordi controversi con l’Unione Europea (UE) e un sistema di detenzione che si è consolidato nell’Est libico.
Una bambina di un anno e mezzo stringe fra le dita un tappo di plastica come fosse un talismano. Sua madre, Hakima Adam Aboubacar, 27 anni, la osserva seduta su un materassino sottile, appoggiato direttamente sulle piastrelle. Intorno, una camerata affollata, con aria umida e luce che filtra attraverso grate metalliche. La scena si svolge nel centro di detenzione di Ganfuda, a 16 chilometri a sud di Bengasi. Hakima, cittadina sudanese, è arrivata in Libia con un obiettivo preciso: mettere in salvo i suoi tre figli. Nel novembre 2025 ha tentato la traversata verso la Grecia, partendo dalla zona di Tobruk. In mare, una motovedetta delle forze navali dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha intercettato l’imbarcazione e l’ha riportata indietro. Da allora, le viene ripetuta la stessa frase: bisogna attendere alcune settimane per l’operazione di espulsione. Quelle parole hanno sostituito ogni riferimento temporale nella sua vita quotidiana.

Per anni, la maggior parte delle partenze dalla Libia era diretta verso l’Italia. Nel 2025 si è però affermato un cambiamento strutturale: dall’Est libico, in particolare dalla Cirenaica, un numero crescente di imbarcazioni ha puntato verso le isole meridionali della Grecia, soprattutto Creta e Gavdos. Le rotte sono più lunghe, le barche più grandi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), gli arrivi via mare in Grecia sono aumentati rispetto agli anni precedenti. I dati contenuti nel Sea Arrivals Dashboard – December 2025 confermano un incremento marcato nella seconda metà dell’anno.
La risposta di Atene è stata immediata. Il 9 luglio 2025 il governo guidato da Kyriakos Mitsotakis ha annunciato la sospensione per tre mesi dell’esame delle domande di asilo per le persone arrivate via mare dal Nord Africa. La misura è stata approvata dal Parlamento l’11 luglio 2025. In parallelo, le autorità greche hanno rafforzato i pattugliamenti e aumentato i trasferimenti verso strutture detentive sulla terraferma. L’UNHCR ha espresso una profonda preoccupazione per la compatibilità di queste decisioni con gli obblighi internazionali. Nello stesso periodo, la Greciaha annunciato l’invio di unità navali militari al largo della Libia, con funzioni di sorveglianza e deterrenza, in coordinamento con le autorità libiche. Un’operazione presentata come tecnica, ma dal chiaro significato politico.
Il centro di Ganfuda è diventato uno dei simboli del nuovo assetto migratorio nell’area controllata dal maresciallo Khalifa Haftar. Secondo testimonianze raccolte sul posto, vi sarebbero detenute fino a 1.600 persone, tra uomini, donne e minori, spesso senza essere state portate davanti a un giudice o avere accesso a un avvocato. Tutti attendono un’espulsione che può richiedere settimane o mesi. L’Agenzia per la lotta all’immigrazione illegale, presente sia nell’Est sia nell’Ovest del Paese, è guidata dal generale Salah Mahmoud Al-Khaffifi, che ha sintetizzato il mandato politico con una frase diventata ricorrente: “Siamo i guardiani dell’Europa”. Un’affermazione che chiarisce il rapporto di forza in atto, nel quale il contenimento delle partenze viene utilizzato come prova di affidabilità verso Bruxelles, anche in assenza di un riconoscimento internazionale delle autorità di Bengasi.
All’interno del centro, la quotidianità è scandita dalla distribuzione del cibo, dai momenti di preghiera e dall’attesa. La discrezionalità è ampia. Accanto alle persone intercettate in mare, vi sono migranti fermati durante retate urbane o mentre si recavano al lavoro. Alcuni mostrano permessi di soggiorno libici, altri raccontano di vivere nel Paese da dieci o vent’anni. In questo contesto, la regolarità amministrativa perde rilevanza di fronte all’obiettivo dichiarato di svuotare le aree di partenza e “ripulire” le città.
Le intercettazioni in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono aumentate. Secondo gli aggiornamenti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM), nel 2025 oltre 22.000 persone sono state fermate e riportate in Libia, un numero superiore a quello del 2024. Sullo stesso tratto di mare continuano a registrarsi decessi e dispersi, documentati ogni anno da OIM e organizzazioni non governative. Gli incidenti durante gli inseguimenti sono frequenti. Nell’ottobre 2025, un gommone con circa 30 persone è finito in acqua mentre cercava di sottrarsi a una motovedetta della guardia costiera libica. Almeno una persona è annegata, altre sono state recuperate da una nave mercantile e consegnate alle autorità libiche. Le ONG sottolineano da tempo che la Libia non può essere considerata un porto sicuro.
Dal 2017, la cooperazione sul controllo delle frontiere è diventata il pilastro della strategia europea nel Mediterraneo centrale. L’Unione Europea ha destinato alla Libia circa 700 milioni di euro dal 2015, in gran parte attraverso l’EU Emergency Trust Fund for Africa (EUTF), per programmi di gestione delle frontiere e protezione. Tra il 2017 e il 2021, la stessa UE ha attribuito all’assistenza europea oltre 88.000 intercettazioni effettuate dalle autorità libiche. Tuttavia, la Corte dei Conti europea ha sollevato dubbi sull’efficacia di queste spese e sulla capacità di prevenire abusi. Anche quando, nel giugno 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha escluso responsabilità dirette degli Stati membri per il naufragio del 2017 al largo di Tripoli, è rimasta aperta la questione della corresponsabilità politica in un sistema che, secondo le Nazioni Unite, espone le persone a detenzioni arbitrarie, torture e violenze.
Il ruolo operativo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) è altrettanto controverso. L’agenzia ha dichiarato di essere obbligata a segnalare le situazioni di pericolo nella zona di ricerca e soccorso libica alle autorità di Tripoli, un’area che si estende quasi fino alle acque italiane. Questo flusso informativo, unito alla sorveglianza aerea europea, consente interventi rapidi delle motovedette libiche e il conseguente ritorno forzato a terra dei migranti. Le ONG parlano di respingimenti delegati.
La Libia resta divisa tra autorità rivali. A Est opera l’LNA di Haftar, a Ovest il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Entrambe le parti, secondo osservatori indipendenti, ricorrono a retate, detenzioni e deportazioni. Nel 2025, Libya Crimes Watch ha segnalato un aumento delle detenzioni arbitrarie e la chiusura di uffici di organizzazioni internazionali. Human Rights Watch ha definito gli abusi sistematici e diffusi, mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha ipotizzato la configurazione di crimini contro l’umanità.
Nel centro di Ganfuda, l’attesa è regolata dai sopralluoghi degli operatori dell’OIM, che propongono il Ritorno Umanitario Volontario. Dal 2017, tra 56.000 e 73.000 persone bloccate in Libia sono state rimpatriate con assistenza internazionale. Per molti, però, questa opzione non è praticabile. Tornare significa rientrare in Paesi segnati da conflitti o instabilità, come il Sudan o il Sahel, o in contesti di possibile persecuzione. In altri casi, le autorità procedono a espulsioni collettive via terra verso Paesi confinanti, come il Niger, lungo piste desertiche ad alto rischio.
La sospensione dell’asilo decisa dalla Grecia nell’estate 2025 ha ridotto gli sbarchi su Creta e Gavdos nelle settimane successive, ma gli analisti avvertono che le rotte tendono a spostarsi, non a scomparire. Prima della stretta, oltre 7.300 persone erano già arrivate sulle isole meridionali greche partendo dalla Libia. La cosiddetta frontiera mobile tra Cirenaica ed Egeo mette in relazione decisioni prese a Bengasi, Atene e Bruxelles, spingendo l’Unione Europea a collaborare con attori che non godono di riconoscimento internazionale. Alcuni eurodeputati hanno chiesto di interrompere ogni forma di sostegno alle forze di sicurezza libiche, incluse la Libyan Coast Guard (LCG) e il Department for Combating Illegal Migration (DCIM). La Commissione europea ha finora sostenuto la necessità di mantenere il dialogo.
Nel corridoio di Ganfuda, Hakima attende. Accanto a lei ci sono donne con neonati, uomini che contano i giorni segnandoli sui muri. Tre giovani yemeniti, Mohamed Mohamed, Mondher Hadi e Fawez Abdallah, raccontano di essere stati fermati mentre cercavano di proseguire verso l’Europa. Un cameriere camerunense, residente a Bengasi da 13 anni, mostra il suo permesso libico e afferma di non aver mai tentato la traversata. Qui, “alcune settimane” è diventata una formula che indica un tempo indefinito. Quando Hakima spiega ciò che teme di più, indica i figli e dice che la sua paura è che crescano pensando che il mondo finisca tra queste pareti.
Fonti utilizzate
UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
Sea Arrivals Dashboard – December 2025
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM)
Libya Crimes Watch
Human Rights Watch
Nazioni Unite – Missione d’inchiesta sulla Libia
Corte dei Conti europea
Corte europea dei diritti dell’uomo
Commissione europea
Frontex – Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007.
Direttore responsabile: Liborio La Mattina.
Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550
Contributi incassati nel 2021: Euro 279.698,37. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70.
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.