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02 Febbraio 2026 - 07:39
IL PRESIDENTE CUBANO MIGUEL DÍAZ-CANEL BERMÚDEZ
All’alba, sul molo di Regla, di fronte alla baia dell’Avana, un odore acre di carburante si mescola alla salsedine. Le file di auto avvolgono il quartiere come una spirale: motori spenti, radioline accese, qualcuno distribuisce caffè. “Tre ore se va bene”, mormora un tassista. A Veracruz, dall’altra parte del Golfo, un rimorchiatore accompagna con lentezza un tanker carico di greggio: destinazione finale, Cuba—o forse no. In mezzo, una firma sulla carta intestata della Casa Bianca e una minaccia da frontrunner commerciale: tariffe aggiuntive su qualunque Paese fornisca petrolio a L’Avana. Un ordine esecutivo che, nelle intenzioni di Donald Trump, deve trasformare il rubinetto energetico dell’isola in una leva geopolitica. E che mette il Messico al centro della pressione americana come non accadeva da anni.
Nel testo pubblicato il 29 gennaio 2026, la Casa Bianca invoca la IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) per dichiarare un’emergenza nazionale legata alle “minacce” poste dal governo cubano. Cuore del provvedimento: la facoltà di imporre “un’aliquota addizionale ad valorem” su beni importati negli Stati Uniti da qualunque Paese che “direttamente o indirettamente” venda o fornisca petrolio a Cuba. La decisione su chi rientri nella lista nera spetta al Segretario al Commercio, d’intesa con il Segretario di Stato, che potrà emanare regolamenti e linee guida per l’applicazione. È uno strumento elastico: colpisce in un punto sensibile—il commercio verso gli USA—senza dover sanzionare direttamente gli scambi col governo cubano.
L’Amministrazione Trump giustifica la misura accusando l’esecutivo dell’Avana di sostenere o ospitare attori ostili agli Stati Uniti e di cooperare con governi avversari. È la cornice narrativa—“minaccia alla sicurezza nazionale”—che consente di attivare lo scudo tariffario. A corollario, una scheda ufficiale della Casa Bianca enfatizza la volontà di “proteggere” la sicurezza e la politica estera americana, sottolineando che l’ordine potrà essere modificato se Cuba o i Paesi interessati “adotteranno passi significativi” in direzione degli obiettivi USA.
Dopo anni di dipendenza dall’oro nero venezuelano, l’isola ha progressivamente spostato l’ago della bussola verso il Messico, soprattutto nel 2025, complice il drastico calo degli invii da Caracas e la crisi strutturale del sistema elettrico cubano. I dati più citati convergono su alcuni ordini di grandezza: tra gennaio e settembre 2025 Pemex avrebbe esportato verso Cuba in media circa 17.200 barili/giorno di greggio e 2.000 barili/giorno di prodotti raffinati, equivalenti a circa 400 milioni di dollari in valore; altre stime alzano il totale annuale oltre i 10 miliardi di pesos (circa 560 milioni di dollari) e segnalano picchi tra 19.600 e 22.000 barili/giorno nella prima metà dell’anno. Le discrepanze riflettono un problema strutturale: la scarsa trasparenza degli invii, spesso canalizzati tramite la controllata Gasolinas del Bienestar.
Una robusta inchiesta di Mexicanos Contra la Corrupción y la Impunidad (MCCI) ha stimato che tra maggio e agosto 2025 siano partite da porti messicani forniture per oltre 3 miliardi di dollari, con almeno 58 spedizioni tracciate tra Coatzacoalcos e Tampico. Numeri che superano di gran lunga quelli comunicati da Pemex nei report agli investitori e alla SEC statunitense, alimentando dubbi e un confronto politico acceso a Città del Messico.

La presidente del Messico
Nelle ore successive all’ordine esecutivo, Claudia Sheinbaum ha definito “sovrana” ogni scelta messicana su vendite o donazioni di petrolio a Cuba e ha ribadito una linea di “solidarietà” storica verso l’isola. Messaggi prudenti, perché intanto crescono i segnali di un momentaneo “stop” alle spedizioni—che la presidenza presenta come decisione autonoma e legata a dinamiche di approvvigionamento—mentre l’AP riferisce di una “pausa” confermata dalla stessa Sheinbaum. In parallelo, altri organi di stampa, citando fonti governative, smentiscono una sospensione strutturale e parlano di forniture che “proseguono”. Un quadro fluido, figlio della pressione incrociata di Washington e del costo politico interno di un taglio netto a L’Avana.
L’ordine esecutivo ha un obiettivo implicito ma trasparente: colpire il canale che, nel 2025, ha reso il Messico primo fornitore di greggio di Cuba, soprattutto dopo il crollo degli invii venezuelani. Secondo stime rese pubbliche in questi giorni, il Messico avrebbe coperto fino al 44% delle importazioni petrolifere cubane l’anno scorso, con il Venezuela al 33%, in calo. La mossa di Washington mira a far saltare l’ultimo ponte ancora solido.
Sul terreno, l’effetto è immediato. Blackout quotidiani di 12 ore e file interminabili ai distributori scandiscono la vita dei cubani; la stima più citata degli analisti di Kpler parla di 15-20 giorni di scorte residue a fine gennaio, mentre nel 2026 sarebbe entrata nel Paese appena una nave con combustibile. Il governo di Miguel Díaz-Canel denuncia un tentativo americano di “soffocare” l’economia; gli ospedali pianificano scorte di emergenza per i generatori; trasporti e servizi essenziali rallentano. Anche in passato, il sistema elettrico cubano era collassato su vaste aree, ma l’intreccio tra scarsità di carburante, infrastrutture obsolete e nuove leve tariffarie statunitensi alza il rischio di un blocco energetico de facto.
Se la bussola geopolitica oscilla, la calcolatrice di Pemex non smette di fare conti. Il colosso pubblico—tra i più indebitati al mondo—è esposto ai mercati finanziari USA, riferisce regolarmente alla SEC e, dal 2022, possiede al 100% la raffineria di Deer Park a Houston. Dettagli non neutri: le ritorsioni tariffarie potrebbero riverberarsi in mille rivoli, dall’export di manufatti messicani alle complesse relazioni industriali e regolatorie di Pemex nel mercato nordamericano.
La nuova stretta arriva su un Paese già esausto: PIL in calo a doppia cifra dall’inizio della pandemia, infrastrutture elettriche fragili, domanda turistica rimbalzata ma non sufficiente, e la ferita ancora aperta dell’esplosione dell’impianto di Matanzas del 2022, che ha aggravato la vulnerabilità degli stoccaggi. Con il Venezuela fuori gioco o fortemente ridimensionato, Russia e Algeria non colmano il gap; il Messico resta decisivo, e proprio per questo è finito nel mirino della strategia USA.
Sul piano umano, le conseguenze sono già visibili. In Cuba, i blackout prolungati tagliano l’energia a ospedali e cliniche, i bus si diradano, la catena del freddo vacilla. Gli appelli delle autorità cubane parlano di “crisi umanitaria” imminente; Città del Messico prova a mantenere l’impegno di “aiuto al popolo cubano” senza esporsi alla scure tariffaria. È un equilibrio instabile che può saltare in qualsiasi momento, se Washington deciderà di applicare le tariffe con mano pesante o se la percezione di un blocco energetico completo diventasse realtà.
In controluce, resta un dato che gli strateghi di tutte le capitali conoscono: nel Nordamerica del 2026, l’energia è di nuovo moneta geopolitica. E nelle prossime settimane, la rotta di una manciata di petroliere tra il Golfo del Messico e la baia dell’Avana potrebbe valere più di qualunque comunicato.
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