Quando una magistrata sceglie di parlare in pubblico, rompendo una consuetudine di riserbo che accompagna l’intera carriera, il gesto assume un peso che va oltre le parole pronunciate. È accaduto il 26 gennaio, a Torino, nella sede della Cgil, dove la procuratrice capo di Ivrea, Gabriella Viglione, è intervenuta in un incontro dedicato alla riforma costituzionale, promosso dal comitato Giusto dire no. Un’apparizione non abituale, che la stessa magistrata ha voluto chiarire fin dall’inizio, marcandone l’eccezionalità.
«Sono una magistrata, faccio il Pubblico Ministero in particolare da quasi quarant’anni e solitamente, come i miei colleghi, non partecipo a eventi pubblici», ha detto, aprendo il suo intervento. Una premessa che non è solo personale, ma istituzionale. In quelle parole c’è il richiamo a un principio cardine della funzione giudiziaria: la distanza dal dibattito politico, la sobrietà, la scelta del silenzio come forma di garanzia. Ed è proprio per questo che la decisione di intervenire ha assunto un significato particolare.
Viglione non ha parlato da militante, né da esponente di una parte politica. Ha parlato da magistrata che avverte la delicatezza di un passaggio che riguarda l’equilibrio dei poteri e l’assetto costituzionale del Paese. La sua presenza a un incontro pubblico non è stata presentata come una deroga al principio di neutralità, ma come un atto di responsabilità, maturato davanti a una riforma che, a suo giudizio, merita un confronto approfondito e consapevole.
La scelta del luogo non è stata neutra. La sede della Cgil di Torino rappresenta uno spazio storicamente dedicato al confronto sociale e civile, e l’iniziativa del comitato Giusto dire no ha offerto una cornice dichiaratamente critica rispetto alla riforma. In questo contesto, la voce di una procuratrice della Repubblica ha assunto un valore ulteriore: non quello dell’adesione a uno schieramento, ma quello dell’apporto di competenza e metodo a un dibattito che rischia spesso di ridursi a slogan.

Nel suo intervento, Viglione ha rivendicato il diritto-dovere di contribuire alla discussione pubblica quando sono in gioco i principi fondamentali dell’ordinamento. Non un’uscita estemporanea, ma una scelta ponderata, motivata dall’esperienza di quasi quattro decenni trascorsi all’interno della giurisdizione. Un’esperienza che, proprio per la sua durata, le consente di osservare le riforme non solo per ciò che promettono, ma per gli effetti che possono produrre nel tempo.
Il significato della sua presa di parola sta anche nel modo in cui è stata costruita. Nessun linguaggio aggressivo, nessuna semplificazione. Piuttosto, l’insistenza sulla necessità di distinguere i piani, di non confondere l’efficienza con l’indebolimento delle garanzie, di non sacrificare l’equilibrio costituzionale sull’altare delle convenienze politiche contingenti. È questo il cuore del suo No: non un rifiuto ideologico, ma una critica fondata sul metodo e sulla visione istituzionale.
In un’epoca in cui il confronto pubblico è spesso polarizzato, la scelta di Viglione ha riportato al centro un’altra idea di dibattito: quello che si nutre di competenza, prudenza e memoria storica. La riforma costituzionale, ha lasciato intendere, non può essere valutata come un semplice intervento tecnico, né come una bandiera identitaria. È un passaggio che incide sulla struttura dei poteri e richiede, proprio per questo, un livello di attenzione più alto.
Il fatto stesso che una procuratrice abbia sentito il bisogno di sottolineare la straordinarietà del proprio intervento è già una notizia. Nel linguaggio delle istituzioni, le eccezioni parlano. E in questo caso parlano di una preoccupazione che attraversa una parte della magistratura, chiamata a interrogarsi non solo sul presente, ma sulle conseguenze future delle scelte che si stanno discutendo.
L’intervento di Gabriella Viglione non chiude il dibattito, ma lo rilancia su un terreno più esigente. Ricorda che il dissenso può essere argomentato senza essere urlato, che la critica può essere rigorosa senza diventare scontro, e che la difesa della Costituzione passa anche dalla qualità delle parole con cui se ne discute. In questo senso, il suo No non è soltanto una posizione, ma un invito a non banalizzare una riforma che tocca le fondamenta dello Stato.