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31 Gennaio 2026 - 19:23
Guerriglia urbana a Torino. Le immagini parlano da sole: strade blindate, cariche, bombe carta, razzi, vetrine a rischio, cittadini chiusi in casa e una città che, ancora una volta, diventa il ring perfetto per lo scontro permanente tra antagonismo e Stato. Ma mentre in strada si corre, si scappa e si fronteggia la polizia, nei palazzi della politica si combatte un’altra battaglia, forse ancora più feroce: quella delle dichiarazioni.
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Ed è Maurizio Marrone, assessore regionale di Fratelli d’Italia, a prendere in mano il megafono più grande. Non usa mezze parole, non cerca distinguo, non concede attenuanti. Per lui non è una manifestazione degenerata, non è una piazza infiltrata, non è nemmeno un problema di ordine pubblico: è una scelta politica precisa. Avs è scesa in piazza con Askatasuna, dice, e dunque ne porta la responsabilità. Il bersaglio finale è Stefano Lo Russo, chiamato a una prova di forza tutta interna alla sua maggioranza: cacciare Avs dalla giunta o, in alternativa, “voltare le spalle ai torinesi”. Un aut aut secco, che trasforma la guerriglia urbana in un regolamento di conti politico dentro Palazzo Civico.

Attorno a Marrone si compatta in poche ore un coro quasi unanime. Cambiano i loghi di partito, ma il lessico resta sorprendentemente simile. Italia Viva con Silvia Fregolent prova a tenere il punto su una distinzione che però, nei fatti, non regge l’urto delle immagini: la violenza non è dissenso. Solidarietà alle forze dell’ordine, Stato che non arretra, ambiguità zero. È la linea del giorno, ripetuta come un rosario laico.
La Lega va oltre e alza il livello dello scontro. Giorgio Maria Bergesio parla di violenza ormai “di routine”, di piazze trasformate sistematicamente in campi di battaglia. Non più emergenza, ma abitudine. Un’ammissione pesante, che però diventa immediatamente strumento politico: loro, assicura, nelle piazze ci vanno per raccogliere firme sul pacchetto sicurezza. Gli altri per distruggere. Punto. Nessuna zona grigia.
Poi arrivano le note più dure, quelle che cancellano definitivamente ogni distinzione. Gianni Berrino di FdI parla apertamente di violenza politica organizzata, di estremismo incompatibile con la democrazia, di odio verso le istituzioni. Non c’è conflitto sociale, non c’è disagio, non c’è protesta: c’è solo un nemico da isolare e reprimere. Stesso copione per Alessandra Binzoni, che punta il dito contro l’Università trasformata in “bivacco” e contro chi, dalle istituzioni, avrebbe addirittura partecipato al corteo. Qui la colpa non è solo di chi lancia le bombe carta, ma anche di chi presta una “patina di pacifismo” a un copione che – sostiene – era già scritto.
Forza Italia non resta a guardare. Roberto Rosso e Marco Fontana parlano senza giri di parole di guerriglia urbana, di scudi, di organizzazione paramilitare. Askatasuna diventa una “centrale logistica della violenza”, un covo da smantellare senza più sociologia, senza più analisi, senza più alibi. La politica, dicono, deve smettere di capire e iniziare a colpire.
Anche Azione si accoda. Daniela Ruffino e Osvaldo Napoli chiedono una condanna netta alla sinistra e accusano Avs di essere lo sponsor politico delle violenze. Napoli arriva a evocare Minneapolis, come se ogni scontro torinese avesse bisogno di un paragone globale per diventare più credibile. Il messaggio è sempre lo stesso: chi sfila, copre; chi copre, è responsabile.
A chiudere il cerchio ci pensa Silvia Sardone, che usa l’espressione più pesante di tutte: terrorismo rosso. Qui il salto è definitivo. Non più violenti, non più antagonisti, non più facinorosi: terroristi. E chi sta loro accanto, anche solo camminando nella stessa piazza, ne condivide le colpe.
In mezzo a questo assalto verbale resta Stefano Lo Russo, quasi assente ma al tempo stesso onnipresente, evocato come colpevole per omissione, per ambiguità, per convivenza politica. La città reale, intanto, scompare. Scompaiono i torinesi che hanno abbassato le saracinesche, gli studenti bloccati, i residenti intrappolati tra blindati e cortei. Restano le parole, sempre più dure, sempre più definitive, sempre più utili a costruire nemici.
Torino, ancora una volta, diventa simbolo. Non tanto di una crisi sociale da affrontare, quanto di una battaglia politica da sfruttare. La guerriglia urbana finisce, le dichiarazioni restano. E come spesso accade, fanno più rumore delle soluzioni. Insomma.
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