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Elefanti e politica: il Botswana rilancia la sfida a Berlino. “Pronti a mandarne 40.000”

Dalla minaccia simbolica alla diplomazia del pachiderma: così il caso elefanti riaccende il confronto tra Gaborone e la nuova Germania di Merz, tra sovrappopolazione, commercio d’avorio e costi sociali della coesistenza.

Elefanti e politica: il Botswana rilancia la sfida a Berlino. “Pronti a mandarne 40.000”

Mokgweetsi Masisi

All’alba, lungo l’A3 che taglia il nord-ovest del Botswana, un branco attraversa la strada vicino a Phuduhudu. Le zampe, pesanti come martelli, schiacciano tubature d’acqua già lesionate: la scena è quasi quotidiana, con contadini che misurano i danni e agenti del parco che riparano come possono. A migliaia di chilometri di distanza, a Berlino, la vicenda prende un’altra forma: la nuova coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz si ritrova al centro di un insolito braccio di ferro diplomatico. Il governo di Gaborone non parla più di 20.000 elefanti “donati” come fece il precedente presidente Mokgweetsi Masisi: oggi la cifra raddoppia a 40.000, parola del ministro dell’Ambiente e del Turismo Wynter Boipuso Mmolotsi. Un’esagerazione retorica? Forse. Ma è il segnale di una tensione reale: chi vive con gli elefanti chiede che l’Europa ascolti, capisca, e decida se e come farsi carico dei costi della convivenza.

Un dossier che ritorna, con numeri più grandi

  1. Il precedente “ultimatum” da 20.000 pachidermi risale alla primavera 2024, quando il governo tedesco – allora con la ministra Steffi Lemke ai Verdi – valutava regole più rigide sull’import di trofei di caccia. L’allora presidente botswano Masisi reagì con toni provocatori: “Allora prendeteli voi, e vivete insieme a loro”. La Germania replicò che nessuna richiesta ufficiale era stata ricevuta e che eventuali strette sarebbero avvenute in sede europea.
  2. A gennaio 2026, la posta si alza: il ministro Mmolotsi, in visita in Germania, parla a Bild di 40.000 esemplari, puntando il dito contro l’opposizione europea all’idea – cara a Botswana, Namibia e Zimbabwe – di riaprire un canale internazionale, certificato, per la vendita di avorio proveniente da stock pubblici. Il riferimento immediato è alla CoP20 della CITES a Samarcanda (Uzbekistan, 24 novembre–5 dicembre 2025), dove i tentativi di riaprire il commercio sono stati respinti.

Che cosa c’è dietro lo scontro

Sovrappopolazione locale, numeri regionali stabili

Il cuore dell’argomento botswano è semplice: “Ne abbiamo troppi qui”. I dati migliori per orientarsi sono quelli del grande censimento aereo KAZA 2022 – il più vasto mai condotto nella macro-regione Kavango–Zambesi. Secondo quella rilevazione, in Botswana vivono circa 131.909 elefanti, ossia il grosso (circa il 58%) del totale KAZA di 227.900 capi. La popolazione complessiva nell’area risulta sostanzialmente stabile, ma è la distribuzione a creare problemi: densità altissime nelle zone agricole e lungo i corridoi d’acqua, dove i conflitti con le comunità aumentano.

Dunque: non una crescita esplosiva a livello regionale, bensì una concentrazione territoriale con impatti sociali ed economici molto concreti. È in questo contesto che Gaborone insiste sul riconoscimento del proprio modello di gestione “attiva” – inclusa la caccia in quota limitata, reintrodotta nel 2019 dopo il bando del 2014 – e sulla necessità di flussi finanziari stabili per compensare chi ci rimette.

elefanti

Il conto (salato) della convivenza

La convivenza costa. Tra 2018 e 2023 il governo botswano ha allocato circa 148 milioni di pula (oltre 10 milioni di dollari) per indennizzi legati ai conflitti uomo–fauna; nello stesso periodo sono stati registrati 46.132 episodi, con gli elefanti che guidano le statistiche per danni, feriti e morti. Le autorità ammettono che la macchina dei rimborsi è lenta e spesso insufficiente, ma rivendicano che per elefanti e leoni si copre fino al 100% del valore dei danni certificati. Il ministro Mmolotsi ha annunciato una revisione dei criteri, riconoscendo che gli importi odierni non sempre riflettono le perdite reali.

Oltre ai rimborsi diretti c’è l’amministrazione del problema: pattugliamenti, logistica, riparazioni, personale. La DWNP (Department of Wildlife and National Parks) spiega che per ogni 1 pula versata ai cittadini, ne spende 3 in costi operativi: nella sola annualità 2023–24, a fronte di 25 milioni di pula pagati, l’esborso complessivo è arrivato vicino ai 100 milioni. Un fardello che un Paese di poco più di 2,5 milioni di abitanti fatica a sostenere, specie in anni di flessione del settore diamanti.

Berlino, Bruxelles e il nodo dei trofei

La Germania rimane tra i principali importatori europei di trofei di caccia, sebbene in numeri relativamente contenuti per quanto riguarda l’elefante: in un anno recente, i permessi per trofei di elefante africano autorizzati dall’agenzia federale competente sono stati nell’ordine di poche decine. L’indirizzo politico di Berlino è tuttavia oscillante: tra l’annuncio di voler “ridurre” le importazioni e la scelta – a oggi – di non varare un bando unilaterale, rinviando il tema alla cornice UE. Nel 2024, proprio questa ambiguità accese la polemica con Masisi; oggi la nuova stagione tedesca con Merz riapre il dossier, ma la partita rimane spiccatamente europea.

In sede CITES, inoltre, il vento è andato nella direzione opposta rispetto ai desideri di Gaborone: alla CoP20 le proposte di riaprire il commercio internazionale di avorio – perfino in forma “una tantum” con moratoria pluriennale – sono state sonoramente bocciate. La posizione UE è coerente con questa linea: massima prudenza, nessuna apertura che possa incentivare il bracconaggio o alimentare mercati grigi. Per il Botswana, che denuncia nei magazzini statali circa 160 tonnellate di avorio di origine legale (prevalentemente da morti naturali) e contesta i costi di custodia, è un duro colpo.

Il cambio di governo a Gaborone e la “diplomazia del pachiderma”

C’è poi un elemento politico nuovo: dopo le elezioni del 2024, l’opposizione guidata da Duma Gideon Boko ha messo fine a quasi sei decenni di dominio del Botswana Democratic Party. Boko è stato insediato l’8 novembre 2024 come sesto presidente della Repubblica e ha nominato Wynter Boipuso Mmolotsi alla guida del ministero dell’Ambiente e del Turismo. Il nuovo esecutivo rivendica una strategia “pragmatica”, fatta di misure anti–bracconaggio, piani per mitigare i conflitti con le comunità e – sul piano internazionale – un pressing per regole “trasparenti e certificate” anche sul fronte dell’avorio. La sortita dei 40.000 elefanti, indirizzata al governo Merz, va letta dentro questo contesto: provocazione, sì, ma per sbloccare un tavolo politico.

Caccia, scienza e comunità: dove si scontrano (e talvolta si incontrano)

La caccia ai trofei è il nervo scoperto del dibattito. Il Botswana l’ha riammessa nel 2019, con quote annuali nell’ordine di alcune centinaia di capi. I sostenitori – tra cui organizzazioni venatorie europee – sostengono che il prelievo selettivo, rigidamente regolato, non influisca sulle dinamiche demografiche e porti risorse alle comunità. I critici ribattono che il prelievo “selettivo” colpisce i grandi maschi anziani, depositari di caratteristiche genetiche e culturali cruciali per le popolazioni, e che i benefici economici per i villaggi siano spesso marginali rispetto ai profitti delle compagnie di safari. La letteratura e i report indipendenti, negli ultimi anni, hanno accumulato casi e numeri a supporto di entrambe le tesi, ma con un trend crescente di dubbi sulla reale ricaduta locale.

In parallelo, il KAZA Elephant Survey ha messo in luce un dato delicato: un carcass ratio intorno al 10% nell’area, con picchi di mortalità (non necessariamente legati al bracconaggio) in alcune zone di confine tra Botswana e Namibia. Un segnale che invita alla cautela: la gestione “attiva” è una cosa, l’erosione dei grandi maschi e l’aumento di mortalità sono un’altra. E le politiche, per essere credibili, hanno bisogno di basi scientifiche aggiornate e trasparenti.

Il punto di caduta possibile

Che cosa può chiedere il Botswana

  1. Riconoscimento del costo-paese della conservazione: più di 130.000 elefanti su un territorio ampio ma con corridoi ecologici ormai prossimi ai campi coltivati comportano rischi, danni e un drenaggio di risorse pubbliche non banale. Gaborone chiede strumenti per trasformare il “peso” in valore: dal turismo a modelli di compensazione finanziati in parte dai mercati che beneficiano dell’immagine “wild” dell’Africa australe.
  2. Un dialogo sulla gestione degli stock di avorio statali – oggi immobilizzati – che tenga insieme tutela e redditività, senza scorciatoie che possano riattivare flussi illegali. Da qui la proposta di un sistema di certificazione sul modello dei diamanti: tracciabilità, aste controllate, quote minime, fondi vincolati a indennizzi e progetti comunitari. La CoP20 ha detto no; ma la discussione, politicamente, resta aperta.

Che cosa può (realisticamente) offrire l’Europa

  1. Non arriveranno 40.000 elefanti in Germania: tecnicamente complesso, ecologicamente incoerente, politicamente impraticabile. Ma l’UE può sostenere corridoi di migrazione transfrontalieri, recinzioni intelligenti, sistemi di allerta precoce, colture “elephant-smart” e soluzioni di deterrenza non letali (come api e capsaicina) già sperimentate con successo da ONG locali.
  2. Sul fronte normativo, Bruxelles e Berlino possono dare certezze: se l’indirizzo comune è di mantenere chiuso il commercio internazionale, allora servono fondi strutturali pluriennali per la coesistenza, in modo da non trasformare le comunità rurali in vittime di un divieto deciso altrove. Non “aiuti” generici, ma strumenti condizionati a target misurabili: calo dei danni, tempi di rimborso ridotti, formazione, lavoro locale nella conservazione.

Perché il caso tedesco pesa più degli altri

La Germania conta: mercato turistico, hub di fiere venatorie come “Jagd & Hund” a Dortmund, influenza nel processo regolatorio europeo. Non a caso il ministro Mmolotsi ha inserito la tappa tedesca nella sua agenda di gennaio 2026, guidando una delegazione ufficiale e lanciando un messaggio politico su misura per il governo Merz. Se Berlino s’impegna su un percorso di cofinanziamento della coesistenza – e su un metodo trasparente per misurare l’efficacia degli interventi – il dialogo con Gaborone può uscire dalla dialettica delle “minacce simboliche” e atterrare su progetti cantierabili.

Il fronte interno: riforme, emergenze e credibilità

Per essere ascoltato, il Botswana deve però dimostrare di voler spendere bene. Il presidente Boko ha già avviato riforme in sanità e finanza pubblica, in un contesto economico appesantito dal ciclo sfavorevole dei diamanti. Sul dossier elefanti, la credibilità passa per tre cantieri: una strategia anti–bracconaggio quinquennale con budget e indicatori pubblici; un piano nazionale per i conflitti uomo–fauna aggiornato e monitorabile; la trasparenza sui conti della caccia e sulla distribuzione dei proventi, voce per voce, fino all’ultimo pula destinato ai villaggi. I segnali, tra nuovi piani e annunci ministeriali, vanno in quella direzione, ma i risultati saranno la vera prova.

Quattro verità da tenere insieme

  1. Gli elefanti non sono “troppi” in assoluto: sono tanti qui, adesso, in paesaggi dove l’uso del suolo umano è cambiato più in fretta delle rotte antiche dei pachidermi. La gestione deve essere locale, ma la responsabilità morale – se si chiudono i mercati e si chiede di conservare – è globale.
  2. Il commercio d’avorio rimane, oggi, una pessima idea: la CoP20 lo ha ribadito, temendo il rischio di “lavaggio” dell’illegale attraverso il legale. La tentazione di monetizzare gli stock è comprensibile per paesi con bilanci stretti, ma l’esperienza insegna che riaprire spiragli può riaccendere i traffici.
  3. La caccia in quota non è la bacchetta magica: può generare entrate, ma va provata – dati alla mano – la ricaduta reale sulle comunità, e va evitata l’erosione dei grandi maschi che guidano i gruppi e portano geni rari. Senza trasparenza sui contratti, il “modello caccia” perde legittimità.
  4. La coesistenza costa, ma funziona: detettori, barriere a basso impatto, micro–assicurazioni, colture meno attrattive, “elephant-friendly value chains” e rimborsi rapidi riducono danni e rabbia sociale. È qui che l’Europa può fare la differenza, più che con divieti annunciati in conferenza stampa.

E adesso?

La “minaccia” dei 40.000 elefanti non avrà seguito materiale, e Berlino lo sa. Ma ridurla a folklore sarebbe un errore. Il Botswana chiede un patto: noi continuiamo a custodire il vostro “capitale naturale”, voi partecipate al costo – e al metodo – della convivenza. La nuova Germania di Merz ha promesso un cambio di passo nei rapporti con l’Africa; Mmolotsi lo ha già messo all’agenda, invitando Merz e i ministri competenti a Gaborone per discutere regole, soldi e responsabilità. Il terreno di compromesso è stretto ma c’è: nessuna apertura all’avorio, sì a un fondo europee–africano per la coesistenza, progetti misurabili e una road map condivisa. È la strada meno spettacolare – niente camion di pachidermi in Brandeburgo – ma l’unica che possa trasformare una schermaglia mediatica in politica pubblica.

Cronologia

  1. 2014 – Il Botswana vieta la caccia ai trofei.
  2. 2019 – Il bando viene revocato; tornano quote annuali limitate.
  3. 2022 – Censimento KAZA: popolazione complessiva stabile, 131.909 elefanti in Botswana.
  4. Aprile 2024 – Il presidente Masisi minaccia di inviare 20.000 elefanti alla Germania, in risposta all’ipotesi di stretta sugli import di trofei.
  5. Novembre 2024Duma Boko diventa presidente; Wynter Mmolotsi è ministro dell’Ambiente e del Turismo.
  6. Novembre–dicembre 2025 – Alla CITES CoP20 viene respinta la riapertura del commercio internazionale d’avorio.
  7. Gennaio 2026Mmolotsi in Germania alza l’asticella: “Pronti a mandare 40.000 elefanti”.

Che cosa osservare nei prossimi mesi

  1. Se il governo Merz accetterà la visita a Gaborone per un tavolo tecnico su fondi di coesistenza, rimborsi e infrastrutture verdi.
  2. L’implementazione della nuova strategia botswana sull’HWC (Human–Wildlife Conflict) e del piano anti–bracconaggio quinquennale, con indicatori pubblici.
  3. I dati 2026–27 su mortalità e distribuzione dei branchi lungo i corridoi KAZA, per capire se gli interventi sul campo – barriere, allerta, agricoltura “elephant–smart” – stanno riducendo incidenti e costi.

In fondo, la domanda è semplice quanto scomoda: chi paga il prezzo – e chi incassa i dividendi – della conservazione? Il Botswana pretende che la risposta sia condivisa. L’Europa, se vuole restare coerente con i propri principi, dovrà rispondere non con slogan, ma con strumenti.

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