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31 Gennaio 2026 - 08:42
Mokgweetsi Masisi
All’alba, lungo l’A3 che taglia il nord-ovest del Botswana, un branco attraversa la strada vicino a Phuduhudu. Le zampe, pesanti come martelli, schiacciano tubature d’acqua già lesionate: la scena è quasi quotidiana, con contadini che misurano i danni e agenti del parco che riparano come possono. A migliaia di chilometri di distanza, a Berlino, la vicenda prende un’altra forma: la nuova coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz si ritrova al centro di un insolito braccio di ferro diplomatico. Il governo di Gaborone non parla più di 20.000 elefanti “donati” come fece il precedente presidente Mokgweetsi Masisi: oggi la cifra raddoppia a 40.000, parola del ministro dell’Ambiente e del Turismo Wynter Boipuso Mmolotsi. Un’esagerazione retorica? Forse. Ma è il segnale di una tensione reale: chi vive con gli elefanti chiede che l’Europa ascolti, capisca, e decida se e come farsi carico dei costi della convivenza.
Il cuore dell’argomento botswano è semplice: “Ne abbiamo troppi qui”. I dati migliori per orientarsi sono quelli del grande censimento aereo KAZA 2022 – il più vasto mai condotto nella macro-regione Kavango–Zambesi. Secondo quella rilevazione, in Botswana vivono circa 131.909 elefanti, ossia il grosso (circa il 58%) del totale KAZA di 227.900 capi. La popolazione complessiva nell’area risulta sostanzialmente stabile, ma è la distribuzione a creare problemi: densità altissime nelle zone agricole e lungo i corridoi d’acqua, dove i conflitti con le comunità aumentano.
Dunque: non una crescita esplosiva a livello regionale, bensì una concentrazione territoriale con impatti sociali ed economici molto concreti. È in questo contesto che Gaborone insiste sul riconoscimento del proprio modello di gestione “attiva” – inclusa la caccia in quota limitata, reintrodotta nel 2019 dopo il bando del 2014 – e sulla necessità di flussi finanziari stabili per compensare chi ci rimette.

La convivenza costa. Tra 2018 e 2023 il governo botswano ha allocato circa 148 milioni di pula (oltre 10 milioni di dollari) per indennizzi legati ai conflitti uomo–fauna; nello stesso periodo sono stati registrati 46.132 episodi, con gli elefanti che guidano le statistiche per danni, feriti e morti. Le autorità ammettono che la macchina dei rimborsi è lenta e spesso insufficiente, ma rivendicano che per elefanti e leoni si copre fino al 100% del valore dei danni certificati. Il ministro Mmolotsi ha annunciato una revisione dei criteri, riconoscendo che gli importi odierni non sempre riflettono le perdite reali.
Oltre ai rimborsi diretti c’è l’amministrazione del problema: pattugliamenti, logistica, riparazioni, personale. La DWNP (Department of Wildlife and National Parks) spiega che per ogni 1 pula versata ai cittadini, ne spende 3 in costi operativi: nella sola annualità 2023–24, a fronte di 25 milioni di pula pagati, l’esborso complessivo è arrivato vicino ai 100 milioni. Un fardello che un Paese di poco più di 2,5 milioni di abitanti fatica a sostenere, specie in anni di flessione del settore diamanti.
La Germania rimane tra i principali importatori europei di trofei di caccia, sebbene in numeri relativamente contenuti per quanto riguarda l’elefante: in un anno recente, i permessi per trofei di elefante africano autorizzati dall’agenzia federale competente sono stati nell’ordine di poche decine. L’indirizzo politico di Berlino è tuttavia oscillante: tra l’annuncio di voler “ridurre” le importazioni e la scelta – a oggi – di non varare un bando unilaterale, rinviando il tema alla cornice UE. Nel 2024, proprio questa ambiguità accese la polemica con Masisi; oggi la nuova stagione tedesca con Merz riapre il dossier, ma la partita rimane spiccatamente europea.
In sede CITES, inoltre, il vento è andato nella direzione opposta rispetto ai desideri di Gaborone: alla CoP20 le proposte di riaprire il commercio internazionale di avorio – perfino in forma “una tantum” con moratoria pluriennale – sono state sonoramente bocciate. La posizione UE è coerente con questa linea: massima prudenza, nessuna apertura che possa incentivare il bracconaggio o alimentare mercati grigi. Per il Botswana, che denuncia nei magazzini statali circa 160 tonnellate di avorio di origine legale (prevalentemente da morti naturali) e contesta i costi di custodia, è un duro colpo.
C’è poi un elemento politico nuovo: dopo le elezioni del 2024, l’opposizione guidata da Duma Gideon Boko ha messo fine a quasi sei decenni di dominio del Botswana Democratic Party. Boko è stato insediato l’8 novembre 2024 come sesto presidente della Repubblica e ha nominato Wynter Boipuso Mmolotsi alla guida del ministero dell’Ambiente e del Turismo. Il nuovo esecutivo rivendica una strategia “pragmatica”, fatta di misure anti–bracconaggio, piani per mitigare i conflitti con le comunità e – sul piano internazionale – un pressing per regole “trasparenti e certificate” anche sul fronte dell’avorio. La sortita dei 40.000 elefanti, indirizzata al governo Merz, va letta dentro questo contesto: provocazione, sì, ma per sbloccare un tavolo politico.
La caccia ai trofei è il nervo scoperto del dibattito. Il Botswana l’ha riammessa nel 2019, con quote annuali nell’ordine di alcune centinaia di capi. I sostenitori – tra cui organizzazioni venatorie europee – sostengono che il prelievo selettivo, rigidamente regolato, non influisca sulle dinamiche demografiche e porti risorse alle comunità. I critici ribattono che il prelievo “selettivo” colpisce i grandi maschi anziani, depositari di caratteristiche genetiche e culturali cruciali per le popolazioni, e che i benefici economici per i villaggi siano spesso marginali rispetto ai profitti delle compagnie di safari. La letteratura e i report indipendenti, negli ultimi anni, hanno accumulato casi e numeri a supporto di entrambe le tesi, ma con un trend crescente di dubbi sulla reale ricaduta locale.
In parallelo, il KAZA Elephant Survey ha messo in luce un dato delicato: un carcass ratio intorno al 10% nell’area, con picchi di mortalità (non necessariamente legati al bracconaggio) in alcune zone di confine tra Botswana e Namibia. Un segnale che invita alla cautela: la gestione “attiva” è una cosa, l’erosione dei grandi maschi e l’aumento di mortalità sono un’altra. E le politiche, per essere credibili, hanno bisogno di basi scientifiche aggiornate e trasparenti.
La Germania conta: mercato turistico, hub di fiere venatorie come “Jagd & Hund” a Dortmund, influenza nel processo regolatorio europeo. Non a caso il ministro Mmolotsi ha inserito la tappa tedesca nella sua agenda di gennaio 2026, guidando una delegazione ufficiale e lanciando un messaggio politico su misura per il governo Merz. Se Berlino s’impegna su un percorso di cofinanziamento della coesistenza – e su un metodo trasparente per misurare l’efficacia degli interventi – il dialogo con Gaborone può uscire dalla dialettica delle “minacce simboliche” e atterrare su progetti cantierabili.
Per essere ascoltato, il Botswana deve però dimostrare di voler spendere bene. Il presidente Boko ha già avviato riforme in sanità e finanza pubblica, in un contesto economico appesantito dal ciclo sfavorevole dei diamanti. Sul dossier elefanti, la credibilità passa per tre cantieri: una strategia anti–bracconaggio quinquennale con budget e indicatori pubblici; un piano nazionale per i conflitti uomo–fauna aggiornato e monitorabile; la trasparenza sui conti della caccia e sulla distribuzione dei proventi, voce per voce, fino all’ultimo pula destinato ai villaggi. I segnali, tra nuovi piani e annunci ministeriali, vanno in quella direzione, ma i risultati saranno la vera prova.
La “minaccia” dei 40.000 elefanti non avrà seguito materiale, e Berlino lo sa. Ma ridurla a folklore sarebbe un errore. Il Botswana chiede un patto: noi continuiamo a custodire il vostro “capitale naturale”, voi partecipate al costo – e al metodo – della convivenza. La nuova Germania di Merz ha promesso un cambio di passo nei rapporti con l’Africa; Mmolotsi lo ha già messo all’agenda, invitando Merz e i ministri competenti a Gaborone per discutere regole, soldi e responsabilità. Il terreno di compromesso è stretto ma c’è: nessuna apertura all’avorio, sì a un fondo europee–africano per la coesistenza, progetti misurabili e una road map condivisa. È la strada meno spettacolare – niente camion di pachidermi in Brandeburgo – ma l’unica che possa trasformare una schermaglia mediatica in politica pubblica.
In fondo, la domanda è semplice quanto scomoda: chi paga il prezzo – e chi incassa i dividendi – della conservazione? Il Botswana pretende che la risposta sia condivisa. L’Europa, se vuole restare coerente con i propri principi, dovrà rispondere non con slogan, ma con strumenti.
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