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31 Gennaio 2026 - 06:46
“Settantunmila” non è un numero: è un elenco di nomi. E ora Israele lo ammette
All’alba, tra i teloni inzuppati di pioggia nel nord della Striscia, una bambina stringe una tazza di plastica mentre il vento le sferza il viso. Accanto, un cartello di fortuna indica la fila per il “pane di oggi”. Il numero scritto con il pennarello è cambiato: ieri erano in 1.200, stamattina sono in 1.450. Mentre gli operatori umanitari cercano di tenere in piedi una distribuzione che la tempesta rende quasi impossibile, a Gerusalemme un alto funzionario della sicurezza israeliana ammette ciò che per mesi si è provato a negare: i morti a Gaza sono più di 70.000. È la prima volta che da Israele arriva un riconoscimento esplicito della sostanziale accuratezza dei dati compilati dal Ministero della Salute di Gaza, dopo due anni di accuse di propaganda. È un cambio di passo che obbliga molti – media, governi, commentatori – a guardarsi allo specchio.
Secondo quanto riportato da diverse testate internazionali, un alto responsabile della difesa israeliana ha confermato in un briefing con i giornalisti che circa 70.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, “escludendo i dispersi sotto le macerie” e i decessi indiretti per fame e malattie. La cifra coincide, di fatto, con il conteggio del Ministero della Salute di Gaza, che parla di oltre 71.600 vittime e di almeno 10.000 persone ancora non ritrovate. Pur precisando che quella non era una comunicazione “ufficiale” dell’IDF, l’esercito non ha smentito nel merito l’ordine di grandezza: un punto di svolta dopo anni in cui le stesse autorità israeliane bollavano quei dati come “non attendibili” perché provenienti da un’istituzione sotto il controllo de facto di Hamas. fonti: The Guardian; Dawn/Reuters; Jewish Telegraphic Agency; NDTV
L’ammissione ha un peso politico e morale preciso. Se, come ha sostenuto lo stesso establishment israeliano, i combattenti uccisi sarebbero circa 22.000, il resto delle vittime – quindi la maggioranza – sono civili. Un dato che collide con precedenti narrazioni ufficiali e che riapre inevitabilmente il dossier sulle proporzioni tra obiettivi militari e danni collaterali, nonché sulla conformità dell’operazione alle norme del diritto internazionale umanitario. fonti: The Guardian
Per mei la discussione pubblica – anche in Italia – ha dipinto i numeri del Ministero della Salute di Gaza come “gonfiati” o “strumentali”. Ma la comunità internazionale e gli osservatori indipendenti hanno spesso concluso il contrario. Diverse organizzazioni – tra cui Nazioni Unite, OMS, Human Rights Watch – hanno spiegato come i dati del Ministero siano il frutto di un sistema di raccolta ospedaliera capillare, con identificazione nominativa e numeri di identità, e che storicamente – dai conflitti del 2008-2009 a quelli successivi – il loro bilancio finale sia risultato “sostanzialmente affidabile”. fonti: AP explainer; The Guardian (analysis); Al Jazeera (UN statements)
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C’è di più. Una ricerca peer‑reviewed pubblicata su The Lancet nel gennaio 2025 ha stimato che tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2024 i decessi per trauma a Gaza siano stati circa 64.260, cioè il 41% in più rispetto al conteggio ufficiale dello stesso Ministero nello stesso periodo. In altre parole: non un’esagerazione, ma un probabile sotto‑conteggio, dovuto al collasso del sistema sanitario, alle interruzioni di rete e all’impossibilità di registrare tutte le vittime durante i bombardamenti più intensi. La stessa pubblicazione e successive note dell’OMS hanno esplicitato che questi calcoli non includono i morti per cause indirette – fame, epidemie, assenza di cure – né i dispersi sotto le macerie. fonti: The Guardian (Lancet study); WHO EMRO
Questi elementi compongono un quadro coerente: la nuova convergenza – seppur “informale” – delle fonti israeliane sul totale dei morti non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo tassello di una realtà documentata da più parti. E chi, per due anni, ha derubricato quei numeri a propaganda dovrebbe oggi almeno riconoscere l’errore.
Il numero 71.000 riguarda le morti direttamente imputabili alla violenza bellica. Ma i dispersi – stimati in almeno 10.000 – e le vittime “indirette” rischiano di far crescere ulteriormente il bilancio reale. Le valutazioni degli analisti demografici parlano di un possibile scarto significativo tra morti registrate e eccesso di mortalità complessivo dovuto al crollo delle infrastrutture, alla mancanza di cure per patologie croniche, alla denutrizione. Le verifiche incrociate su liste nominative, necrologi e registri ospedalieri suggeriscono che l’identificazione sia stata possibile per oltre il 90% delle vittime, ma rimangono aree di opacità dovute ai quartieri rasi al suolo, dove intere famiglie sono scomparse. fonti: Dawn/Reuters; WHO EMRO; UNRWA
Il passaggio cruciale è capire che nessun sistema di raccolta in zona di guerra è perfetto. Ma c’è una differenza tra “imperfetto” e “inattendibile”. Per anni, in modo superficiale, si è preferito la seconda etichetta. Oggi, con il riconoscimento israeliano, la discussione si sposta finalmente dove doveva stare: sul “cosa” fare con questi numeri, non sul “se” crederci.
La guerra attiva si è trasformata in un’emergenza prolungata. L’IPC – la classificazione internazionale sulla sicurezza alimentare usata da FAO, WFP, OMS e UNICEF – ha indicato che la carestia conclamata dell’estate 2025 è stata “spinta indietro” dopo il cessate il fuoco di ottobre 2025, grazie a maggiore accesso umanitario e commerciale. Ma l’intera Striscia resta in condizioni di emergenza alimentare: più di tre quarti della popolazione soffre di fame acuta, e centinaia di migliaia di persone vivono livelli di denutrizione estremi. fonti: UN Geneva (IPC update)
Con l’inverno, il quadro si aggrava. Temporali e inondazioni hanno divelto migliaia di tende, lasciando oltre un milione di persone senza riparo adeguato. Le notti scendono a 8–11°C, troppo per bambini e anziani che dormono su pavimenti bagnati. Almeno sette minori sono morti per ipotermia in questa stagione, secondo UNICEF. Le squadre sostengono uno sforzo “di contenimento”: tende, teloni, coperte, ma anche la rimozione di 1.000 tonnellate di rifiuti al mese per prevenire epidemie. È un argine, non una soluzione. fonti: UNICEF SoP; UN Geneva (Jan 2 update)
Le situational updates di OCHA raccontano un territorio dove l’accesso è migliorato ma rimane precario: strade danneggiate, depositi insufficienti, carenza di materiali essenziali. Decine di migliaia di famiglie hanno ricevuto kit d’emergenza negli ultimi mesi; ma la scala del bisogno è enormemente più grande. fonti: OCHA Situation Updates
Il valico di Rafah – l’unico sbocco verso l’Egitto – è il simbolo della condizione della Striscia. Chiuso dopo la presa del controllo dell’area da parte delle forze israeliane nel maggio 2024, la sua riapertura è stata annunciata più volte nell’ambito della seconda fase del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025. In questi giorni, Israele ha comunicato l’intenzione di consentire il passaggio pedonale, con supervisione dell’Unione Europea e procedure di pre‑clearance israeliana, in coordinamento con Egitto e Autorità Palestinese. Ma la portata del flusso resterà minima: si parla, nelle ipotesi più ottimistiche, di decine o al massimo poche centinaia di persone al giorno – soprattutto rientri e casi medici – e per ora nessun transito merci. È, quindi, un sollievo simbolico e parziale, non la normalizzazione dei movimenti né un corridoio capace di “sfamare Gaza”. fonti: AP (Rafah explainer)
L’incertezza è parte della quotidianità: annunci, rinvii, riaperture limitate. E mentre i governi si misurano su garanzie di sicurezza e meccanismi di controllo, la popolazione continua a vivere un confinamento di fatto: uscire resta quasi impossibile, rientrare è un privilegio per pochi, ricongiungersi un miraggio.
Il riconoscimento israeliano della scala delle perdite a Gaza arriva quando la discussione internazionale sembra oscillare tra l’assuefazione e l’urgenza. Sul tavolo c’è il tema della responsabilità e della trasparenza:
Nel nostro dibattito pubblico abbiamo spesso confuso scetticismo con negazionismo. Lo scetticismo è sano quando chiede prove, confronta fonti, distingue tra propaganda e dato. Il negazionismo è il rifiuto di vedere anche quando le prove ci sono: liste nominative, verifiche indipendenti, studi accademici, convergenze tra organismi internazionali e, oggi, persino un’ammissione – seppur non formalizzata – da parte di chi fino a ieri parlava di “numeri inventati”. Continuare a ripetere che “i dati sono di Hamas e dunque falsi” significa ignorare come lavorano gli ospedali, chi compila i registri, quali protocolli adottano le agenzie ONU, come si fa ricerca scientifica in un contesto di guerra.
Ma c’è un livello ulteriore. Il 71.000 non è un totem statistico da agitare nelle polemiche. È la cifra minima di un disastro umano che continuerà a produrre conseguenze per anni: malnutrizione, traumi psicologici, amputazioni non riabilitate, sistemi idrici al collasso, dispersione scolastica, povertà ereditaria. Nessuna “riapertura” parziale potrà da sola invertire questa rotta senza un impegno strutturale su accessi umanitari prevedibili, ricostruzione trasparente, responsabilità legali e politiche.
In questi giorni, a Bologna centinaia di persone sono state denunciate per una manifestazione, a Cesena si discute se concedere o meno una cittadinanza onoraria a un’esperta ONU di diritti umani, e in tanti – sui social, nei talk show – continuano a dire che “non possiamo fidarci dei numeri”. Eppure la realtà, da Gaza City alle sale stampa di Gerusalemme, ci chiede una cosa semplice: chiamare le cose con il loro nome. Oltre 70.000 morti sono il cuore della storia. Tutto il resto – le cornici, i distinguo, le formule diplomatiche – viene dopo.
Non c’è neutralità possibile tra il negare e il riconoscere. Il riconoscimento, qui, non è solo di Israele verso i dati del Ministero della Salute di Gaza. È il riconoscimento che in una guerra combattuta tra un esercito regolare e una popolazione intrappolata, i conti si fanno con le vite dei civili. E che quelle vite non sono “numeri di Hamas”, ma cittadini, pazienti, studenti, infermieri, commercianti, bambini. Nomi e cognomi, per i quali la storia e la giustizia dovranno trovare parole e risposte.
Finché il vento continuerà a strappare i teloni delle tende e le file per il pane a crescere di centinaia di persone ogni giorno, la notizia non sarà che “i numeri tornano”. La notizia sarà che siamo ancora qui, a contarli.
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