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30 Gennaio 2026 - 08:00
«Undici esecuzioni a Wenzhou»: la Cina colpisce il cuore delle truffe online legate al “clan Ming”
La mattina del 29 gennaio 2026, i corridoi del tribunale intermedio di Wenzhou erano insolitamente silenziosi. Dietro una porta blindata, undici condannati salutavano i parenti per l’ultima volta, come prevede la procedura. Poche ore dopo, la notizia rimbalzava sui media statali: con l’approvazione della Corte Suprema del Popolo, la sentenza capitale era stata eseguita. Tra loro, figure centrali del cosiddetto “Gruppo Criminale della Famiglia Ming”, accusato non solo di truffe online e gestione di casinò clandestini, ma anche di omicidio volontario, lesioni intenzionali e detenzione illegale di lavoratori nei compound della truffa lungo il confine birmano. Secondo le autorità, le loro attività hanno provocato la morte di 14 cittadini cinesi e il ferimento di molte altre persone. L’esecuzione, avvenuta dopo un doppio grado di giudizio e la revisione della Corte Suprema, è l’epilogo di un’indagine che parte da Kokang, nel nord del Myanmar, e arriva al cuore del più aggressivo giro di telecom fraud degli ultimi anni.
Le autorità hanno ricostruito un iter giudiziario scandito da date precise: il 29 settembre 2025, l’Intermediate People’s Court di Wenzhou ha condannato a morte Ming Guoping, Ming Zhenzhen e altri nove imputati. Il 25 novembre 2025, l’Alta Corte del Popolo dello Zhejiang ha respinto in appello le loro impugnazioni, confermando le condanne e trasmettendo gli atti alla Corte Suprema del Popolo per la revisione obbligatoria nei casi capitali. Conclusa la review, la Suprema Corte ha approvato le esecuzioni, eseguite infine il 29 gennaio 2026. I familiari hanno potuto incontrare i condannati prima dell’esecuzione, dettaglio sottolineato dai media statali.
L’esistenza di una catena di comando è parte integrante dell’impianto accusatorio: secondo la narrazione ufficiale, il gruppo era radicato da anni nel distretto autonomo di Kokang, area a forte presenza cinese nel Myanmar settentrionale, dove – sotto la “protezione” armata di milizie locali e funzionari compiacenti – sarebbero stati allestiti compound per truffe digitali e bische online a partire dal 2015. Qui si assoldavano reclute – a volte trafficati con la forza, altre volte attirate da salari apparentemente generosi – per orchestrare frodi di massa: dalle “love scams” ai falsi investimenti in criptovalute, fino al “pig butchering”, lo “ingrassare il maiale” prima di sgozzarlo, come viene chiamato nel gergo criminale il progressivo dissanguamento finanziario delle vittime.
The group — including Ming Guoping, Ming Zhenzhen, Zhou Weichang, Wu Hongming, and Luao Jianzhang — was sentenced to death in September. Their appeal was later rejected, and the Wenzhou Intermediate People’s Court confirmed the executions on Thursday.#RepublicMedia pic.twitter.com/yhW9maLfvt
— RepublicMedia (@Republic__Media) January 29, 2026
Oltre ai presunti capi Ming Guoping e Ming Zhenzhen, i resoconti citano altri membri di spicco come Zhou Weichang, Wu Hongming e Luao Jianzhang. Le accuse, formulate dai tribunali dello Zhejiang, includono omicidio volontario, lesioni intenzionali, detenzione illegale, frode e gestione di case da gioco. È un ventaglio di reati che, nella logica degli inquirenti, fotografa lo standard operativo dei compound: punizioni esemplari per chi disobbediva, isolamento e violenze per spezzare la resistenza, controllo totale sulla manodopera costretta a truffare via chat e chiamate.
La vicenda dei Ming è la finestra più visibile su un fenomeno che ha trasformato una parte del Sud-Est asiatico in hub della criminalità digitale. Tra Myanmar, Cambogia e Laos, negli ultimi anni sono fioriti parchi della truffa dove migliaia di persone – in larghissima parte cinesi, ma non solo – vivono e lavorano sotto coercizione o ricatto, costrette a impersonare finti consulenti finanziari, trader o potenziali partner romantici. La lingua e le pieghe normative dei Paesi ospitanti hanno fatto il resto, riducendo il rischio d’interferenze esterne. Le cifre sono dibattute, ma la letteratura giornalistica e investigativa parla di un’industria da decine di miliardi di dollari l’anno, alimentata da una combinazione di vittime globali e manodopera schiavizzata.
A cambiare l’equilibrio è stata la reazione di Pechino: pressioni diplomatiche e operazioni congiunte con Myanmar e Thailandia hanno portato, negli ultimi due anni, a migliaia di rimpatri e a una serie di arresti eccellenti nelle reti di supporto. Le fonti ufficiali cinesi rivendicano risultati tangibili: solo dal Myanmar sarebbero stati rimpatriati 952 sospetti legati alle frodi di telecomunicazioni, mentre nel 2025 si sarebbero “risolti” 258.000 casi di truffa online sul territorio cinese. Sono numeri che offrono la scala del fenomeno e della risposta statale.
Che il processo si sia celebrato a Wenzhou, nel ricco Zhejiang, non è casuale. La città è una piattaforma di commerciatori e investimenti proiettati fuori dalla Cina da decenni: qui scorrono capitali, pagamenti e reti familiari che il crimine organizzato sa intercettare. Per gli investigatori, parte dei flussi generati in Kokang avrebbe toccato circuiti di riciclaggio legati anche a questa regione. Gli inquirenti hanno quantificato in oltre 10 miliardi di yuan – circa 1,4 miliardi di dollari – l’ammontare dei fondi illeciti riconducibili alle attività del gruppo. È una cifra che, pur riferita a capi d’accusa specifici, dà il senso della scala industriale della truffa.
Non meno significativa è la costruzione legale della vicenda: la pena di morte in Cina richiede la revisione obbligatoria da parte della Corte Suprema del Popolo. L’alta corte ha definito i fatti «chiari», le prove «sufficienti», le imputazioni «accurate» e la pena «appropriata», un linguaggio standardizzato ma che, in questo caso, suona come un messaggio politico: i crimini transnazionali che colpiscono i cittadini cinesi – dentro e fuori dalla Cina – non resteranno impuniti.
La trasparenza dei processi cinesi resta un terreno scivoloso. La cronologia è definita; meno noti sono i verbali d’udienza, le prove e le modalità esatte con cui si sarebbero svolti gli interrogatori o raccolte le testimonianze, specialmente se alcuni arresti sono avvenuti oltre confine, in aree contese del Myanmar. Le fonti indipendenti confermano le esecuzioni e parte dei nomi; i media statali aggiungono dettagli sull’iter procedurale e sulla determinazione politica a stroncare i compound della truffa. È plausibile che – come spesso accade – la narrazione ufficiale cerchi anche un effetto deterrente verso i “capi latitanti” e un segnale rassicurante per l’opinione pubblica cinese stremata dalle frodi digitali.
Detto questo, la cifra al centro del caso – 14 vittime cinesi uccise, oltre a numerosi feriti – compare in modo consistente nelle comunicazioni ufficiali, così come il ruolo della famiglia Ming e la localizzazione dei compound nell’area di Kokang. Altre dimensioni – il totale dei trafficati, i profitti reali, la mappa degli eventuali referenti politici locali – restano più incerte o controverse e variano da fonte a fonte. La prudenza nella lettura è dunque necessaria, anche se la convergenza di diverse testate internazionali conferma l’impianto generale.
Per comprendere la portata del fenomeno, occorre capire la catena del valore delle truffe online:
Il clan Ming – secondo le accuse – avrebbe unito a questo modello la gestione di casinò fisici e digitali, ampliando bacini di denaro e opportunità di lavaggio. Il mix spiega gli importi stimati dagli inquirenti e la decisione di contestare reati gravi oltre la frode in senso stretto.
Negli ultimi due anni, Pechino ha intensificato la cooperazione con i Paesi vicini. In Myanmar, le operazioni delle autorità centrali e l’azione di milizie locali hanno scosso i vecchi equilibri nelle aree di Laukkaing e Kokang, costringendo diversi boss a fuggire o a consegnarsi. In parallelo, la Cina ha aumentato le pressioni su Cambogia e Laos. L’obiettivo è duplice: interrompere il reclutamento e il riciclaggio e rimpatriare chi è già in rete. Il dato dei 952 rimpatriati dal Myanmar – uno tra i numeri più concreti disponibili – s’inserisce in questo contesto.
La vicenda delle undici esecuzioni è quindi una tessera di un mosaico più ampio: la costruzione – dentro e fuori dalla Cina – di un sistema integrato contro la telecom fraud, fatto di squadre investigative transfrontaliere, canali di cooperazione giudiziaria, accordi di rimpatrio e, sul fronte interno, un potenziamento di unità specializzate nella polizia e nella procura. Il messaggio, ancora una volta, è che chi organizza, finanzia o protegge le truffe non troverà rifugio nelle “zone grigie” dei confini.
La pena di morte come strumento di deterrenza divide gli osservatori. Da un lato, l’impatto simbolico è potente: undici esecuzioni, nomi e ruoli esposti, un bottino illecito superiore a 10 miliardi di yuan, 14 morti e innumerevoli feriti. Dall’altro, la storia delle truffe online insegna che le reti criminali sono adattive: cambiano piattaforme, giurisdizioni, intermediari finanziari. La domanda è se la repressione, da sola, possa contenere un’industria che si alimenta di vulnerabilità digitali, disuguaglianze e domanda globale di investimenti facili. Su questo, le fonti indipendenti invitano alla cautela: senza prevenzione, cooperazione regionale e tutela delle vittime di tratta, il fenomeno rischia di rigenerarsi.
Un punto, tuttavia, è chiaro: le autorità cinesi stanno provando a colpire l’arco completo del ciclo criminale, dal reclutamento alla monetizzazione. Gli arresti in Thailandia, gli smantellamenti in Myanmar, i sequestri di server e gli accordi sullo scambio di dati finanziari raccontano una strategia che non si limita alla frontiera nazionale. In questo scenario, la sentenza di Wenzhou è un precedente che potrebbe orientare altri processi: l’uso combinato di imputazioni per omicidio, lesioni, sequestro e frode eleva l’esposizione penale dei capi e rende più complicato “scaricare” le responsabilità sui soli esecutori.
Sul piano interno, il processo ai Ming è già diventato un case study per i media statali: il racconto di uno Stato che protegge i propri cittadini, ripara un’ingiustizia e richiama all’ordine regioni di frontiera dove proliferano milizie e economia grigia. La Corte Suprema del Popolo enfatizza la “gravità estrema” dei crimini e la necessità di punizioni “appropriate”. È un linguaggio che parla ai timori di una popolazione esposta a frodi digitali di massa e, allo stesso tempo, segnala ai Paesi vicini che la cooperazione contro i compound non è opzionale. Insieme ai numeri su rimpatri e casi risolti, il governo costruisce così un frame di efficacia e controllo. Resta da capire quanto questo frame resisterà alle prossime, inevitabili, mutazioni del crimine.
Al centro, non andrebbe dimenticato, ci sono le vittime: i 14 omicidi attribuiti al gruppo, i feriti, ma anche le migliaia di persone truffate a distanza, dentro e fuori la Cina. Nei racconti provenienti dai compound, molti lavoratori ridotti in schiavitù raccontano di torture, punizioni corporali, vendite da un campo all’altro per saldare debiti inestinguibili. Alcuni vengono liberati nei raid; altri, semplicemente, scompaiono. Alla domanda se le undici esecuzioni possano portare giustizia, la risposta dipende da ciò che accadrà dopo: risarcimenti, programmi di reinserimento, cooperazione giudiziaria per perseguire i complici ancora a piede libero e, soprattutto, prevenzione.
La storia giudiziaria è chiusa; quella criminale, probabilmente, no. La Famiglia Ming è stata decapitata, ma i mercati della truffa sono dinamici: si spostano di giurisdizione, cambiano tecnologie, aprono nuove rotte di reclutamento. La lezione di Wenzhou è duplice: da un lato, la giustizia penale può colpire duramente i vertici; dall’altro, serve una rete più fitta di cooperazione internazionale, compliance tecnologica e educazione digitale. La pena di morte manda un messaggio immediato; ma la scommessa, per lo Stato e per la società, è costruire anticorpi duraturi. E quella, a differenza di una sentenza, non si firma in un giorno.
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