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30 Gennaio 2026 - 08:45
In Russia nel 2025 341 minorenni sono finiti nel registro dei “terroristi ed estremisti”
La scena è di quelle che stonano con l’idea dell’adolescenza: una sera di inizio maggio, uno zaino con tre bottiglie riempite di miscela incendiaria, il sopralluogo attorno a un edificio amministrativo, poi l’arresto. Il protagonista ha 14 anni. A Tver, nel cuore della Russia europea, quel ragazzo è stato processato da un tribunale militare e condannato a 7 anni di reclusione in una colonia minorile per “partecipazione a organizzazione terroristica” e “tentato atto di terrorismo”, reati contestati per un presunto piano di incendiare un ufficio di leva. Secondo FSB e Comitato Investigativo russi, il minore sarebbe stato adescato via Telegram da un “curatore ucraino” legato a un’“organizzazione terroristica vietata” in Russia; tra il 7 e l’8 maggio 2025 avrebbe fatto ricognizioni e preparato tre molotov. Il procedimento si è svolto davanti al Secondo Tribunale Militare Distrettuale Occidentale, a porte chiuse, come di prassi in questo tipo di capi d’imputazione.
L’episodio non è un unicum. Dati elaborati da media indipendenti russi indicano che, dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, sono almeno 158 i minori condannati per reati di “terrorismo” o “sabotaggio” in Russia e nella Crimea occupata. Solo nella prima metà del 2025 sarebbero stati 29; nel 2024 erano 41. Le accuse riguardano spesso incendi a uffici di mobilitazione o infrastrutture ferroviarie, con adolescenti che affermano di essere stati spinti o pagati per compiere incendi dolosi.
Anche le liste statali si allungano: secondo l’analisi del media d’inchiesta Vyorstka, nel 2025 la Russia ha aggiunto 341 minorenni al registro nazionale dei “terroristi ed estremisti” gestito da Rosfinmonitoring, più del doppio rispetto al 2024 (161) e quasi sei volte il 2023 (51). Il più giovane risultava 14enne.
La tendenza è confermata da rapporti di ONG e osservatori: nei soli mesi iniziali del 2024, almeno 93 minori erano stati inseriti negli elenchi; in parallelo crescevano i procedimenti penali che coinvolgono ragazzi fra i 14 e i 17 anni, spesso con capi d’imputazione che spaziano dal “terrorismo” alla “giustificazione del terrorismo”, dal “sabotaggio” alla “tradimento”.
La stretta sui minorenni è resa possibile da un impianto normativo che, già dagli anni precedenti, ha abbassato a 14 anni la soglia di responsabilità penale per una serie di reati, fra cui quelli di matrice “terroristica”; inoltre, dal 2023, il codice penale russo ha introdotto fattispecie specifiche legate al sabotaggio e all’“assistenza al sabotaggio”. Ciò ha aperto ai tribunali la strada per imputazioni multiple e processi a porte chiuse davanti a istanze militari, come accaduto nel caso di Tver.
Non si tratta solo di una questione di codici. La Russia ha esteso anche gli strumenti amministrativi: l’inclusione nelle liste Rosfinmonitoring comporta congelamento di conti, interdizioni e stigmatizzazione permanente, spesso prima di un verdetto definitivo. Nel 2025 il criterio si è ampliato fino a includere nuove fattispecie (come il sabotaggio) e reati di opinione, con un flusso di inserimenti che, secondo alcune stime, ha superato le 4.000 persone in un anno, di cui centinaia minorenni.
Tornando al caso che ha fatto discutere, la sequenza è riportata da media russi di orientamento diverso. La procura regionale e il Comitato Investigativo sostengono che il ragazzo di Vyšniy Voločëk abbia fabbricato tre bottiglie incendiarie, compiuto un sopralluogo e tentato l’incendio dell’edificio dell’ufficio di leva l’8 maggio 2025, vigilia del Giorno della Vittoria. L’azione sarebbe stata “interrotta” da FSB e investigatori prima che le fiamme divampassero. Il 28 gennaio 2026, il tribunale militare lo ha ritenuto colpevole in base agli articoli 205.5 (partecipazione ad attività di organizzazione terroristica) e 205 (atto di terrorismo) in combinato con il “tentativo” (articolo 30), infliggendo 7 anni in colonia minorile.
Le autorità sostengono che l’incarico fosse arrivato da un “curatore ucraino” contattato su Telegram, che avrebbe fornito istruzioni e obiettivi. Il nome dell’organizzazione vietata non è stato reso pubblico nelle comunicazioni ufficiali, prassi frequente nelle note dell’FSB e del Comitato Investigativo. Alcuni media hanno diffuso un video dell’FSB con immagini del fermo: secondo questa versione, il minore avrebbe raccontato di una “lavoretto” trovato in chat, collegato alla consegna di una borsa e poi alla preparazione del fuoco. Resta impossibile verificarne in modo indipendente l’autenticità integrale e il contesto dell’interrogatorio.

Il verdetto è stato pronunciato da un tribunale militare. In Russia, i capi d’imputazione di “terrorismo” e “sabotaggio” vengono spesso giudicati in questa sede, con udienze non pubbliche. Ciò riduce drasticamente la trasparenza: gli atti non sono consultabili e il contraddittorio rimane confinato alle parti e al giudice. Nel caso di Tver, fonti giornalistiche indicano la celebrazione del processo davanti al tribunale militare di Tver e riferiscono di un procedimento a porte chiuse.
Questa opacità non è un dettaglio: l’aumento dei procedimenti contro minorenni per reati gravi legati alla sicurezza dello Stato avviene in parallelo a una sistematica restrizione dello spazio informativo. Le decisioni giudiziarie sono spesso comunicate con brevi note degli organi d’inchiesta e dell’FSB, mentre l’accesso indipendente a fascicoli e prove è pressoché nullo.
Nel caso del ragazzo di Tver, il cuore dell’accusa è il presunto reclutamento via Telegram da parte di una “struttura ucraina”. È un leitmotiv ricorrente nella narrazione ufficiale russa degli ultimi due anni: il capo del Comitato Investigativo Aleksandr Bastyrkin ha più volte denunciato tentativi di “arruolare” adolescenti russi per atti di sabotaggio all’interno del Paese. A monte, il quadro è quello di un conflitto ibrido in cui la messaggistica cifrata e i social vengono presentati come canali di ingaggio.
Specularmente, dall’altro lato della linea del fronte, le autorità ucraine descrivono un fenomeno analogo: la SBU sostiene che la Russia arruoli minorenni ucraini come “informatori” o “sabotatori”, spesso con promesse di denaro o pressioni, mascherando gli incarichi da “missioni-gioco” per renderli appetibili agli adolescenti. È un racconto che riflette la natura ibrida della guerra, ma che rende soprattutto evidente quanto i minori siano esposti a dinamiche di manipolazione e rischio in un ecosistema digitale senza confini.
Le statistiche non mostrano però un’unica Russia. A latere, si moltiplicano anche i casi di reati di opinione e la sistematica estensione dell’etichetta di “terrorismo” ed “estremismo”, fino a organismi e figure dell’opposizione all’estero. Il registro Rosfinmonitoring è diventato un strumento di pressione che impatta la vita di migliaia di persone, molte delle quali senza una condanna definitiva.
Il ricorso ai tribunali militari per vicende che coinvolgono edifici del Ministero della Difesa, uffici di mobilitazione o infrastrutture ritenute “sensibili” non è episodico. Questi fori giudicano i reati contro lo Stato e, nell’attuale contesto, molti fascicoli su “terrorismo” o “sabotaggio” finiscono lì, con protocolli di segretezza che rendono difficile la verifica indipendente. Nel caso del quattordicenne di Tver, sono state proprio fonti ufficiali e canali dell’FSB a scandire le poche informazioni pubbliche: l’accusa di aver “agito su indicazione ucraina”, i “tre cocktail Molotov”, il “fermo preventivo”. E il dispositivo: 7 anni in colonia minorile.
I numeri, i capi d’imputazione, le sentenze. In controluce, resta una domanda: cosa accade a un minore che entra nel circuito antiterrorismo russo? L’inserimento nelle liste Rosfinmonitoring comporta blocchi finanziari per lui e per la famiglia, controlli, interdizioni. Il processo a porte chiuse preclude percorsi di giustizia riparativa e di rieducazione trasparenti. Le ONG segnalano che la risposta dello Stato, per come oggi è configurata, predilige l’opzione punitiva su quella preventiva e su interventi mirati a contesti familiari e scolastici. Nel 2025, alcune organizzazioni hanno denunciato un aumento di torture e maltrattamenti nei centri di detenzione, anche a danno di detenuti molto giovani, e l’uso estensivo della legislazione su “tradimento” ed “estremismo” per reprimere dissenso e attivismo.
Il caso di Tver richiama dinamiche ormai note: una chat, un nickname, promesse di compenso, la costruzione di una “missione” a tappe. A 14 anni, le barriere critiche sono fragili; il richiamo del denaro o dell’appartenenza a un gruppo può superare la percezione del rischio penale. Nel racconto giudiziario, tutto converge sulla responsabilità individuale; ma a latere si intravede un fenomeno più ampio, fatto di reti informali, intermediari e account usa-e-getta. Le forze di sicurezza, da entrambe le parti del fronte, parlano di un reclutamento seriale che punta su vulnerabilità sociali ed economiche.
La versione delle autorità russe insiste su due elementi-chiave: il mandante ucraino e la minaccia interna veicolata dai social. Mentre l’FSB chiama i cittadini a segnalare ogni tentativo di reclutamento, ciò che filtra dagli atti è il perimetro ristretto del dibattimento. La chiusura delle udienze, l’assenza di documentazione accessibile, la genericità nel nominare le organizzazioni vietate: tutto contribuisce a costruire un racconto monocorde. In parallelo, media indipendenti e ONG ricordano che il confine tra dissenso, disobbedienza civile e terrorismo è diventato in Russia mobile, e che il sistema giuridico-amministrativo—incluse le liste Rosfinmonitoring—si è trasformato in una macchina di dissuasione che colpisce anche minori.
Alla fine, restano alcune certezze e molte zone grigie. È certo che:
Restano meno chiare, invece, la piena ricostruzione dei fatti e la robustezza probatoria in un contesto in cui il contraddittorio pubblico è assente e le versioni ufficiali dominano il discorso. Qui si gioca una questione più ampia: il bilanciamento tra sicurezza e diritti in tempo di guerra, soprattutto quando ad essere trascinati nel mirino sono i minorenni.
La sentenza contro il quattordicenne della regione di Tver va letta come un segnale politico-giudiziario. Non riguarda solo chi ha impugnato tre bottiglie incendiarie: riguarda l’intero perimetro di ciò che oggi, in Russia, può essere rubricato come “terrorismo” e “estremismo”, e il modo in cui lo Stato sceglie di intercettare e punire anche le forme embrionali di devianza, incluse quelle che passano per chat e app. È una soglia abbassata—14 anni—che definisce il futuro di centinaia di giovani, tra misure amministrative e pene pluriennali: un’architettura repressiva che tocca scuola, famiglia, lavoro, e che potrebbe produrre, nel medio periodo, marginalità e radicalizzazione secondaria.
La prima riga di questa storia è una data: 8 maggio 2025. L’ultima, per quel ragazzo, è un numero: 7. In mezzo, c’è una Russia che ha fatto del tribunale militare il luogo ordinario in cui far passare la propria guerra interna. E una generazione che cresce con la consapevolezza che un messaggio su Telegram può cambiare una vita—non sempre per scelta, quasi mai con ritorno.
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