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Donne artiste, una lunga battaglia per essere viste

Dai conventi alle avanguardie: secoli di esclusioni, resistenza e affermazione femminile nella storia dell’arte raccontati nella conferenza Unitrè di Cuorgnè

Donne artiste: visibilità, ostacoli e affermazione.

Mercoledì 28 gennaio, nella Sala Conferenze Trinità di via Milite Ignoto, si è tenuto l’incontro Unitrè di Cuorgnè dal titolo “Arte al femminile: figure di donne pittrici nel corso dei secoli”, presentato dalla docente Giovanna Bernard. Una conferenza che non si è limitata a elencare nomi e opere, ma ha ricostruito un lungo percorso storico fatto di silenzi imposti, porte chiuse, ostacoli strutturali e, allo stesso tempo, di straordinaria tenacia e resistenza.

Fin dalle prime battute, la docente ha chiarito il punto centrale: la storia delle donne nell’arte è una storia segnata dall’esclusione. Per secoli alle donne è stato negato l’accesso alla formazione artistica, alle botteghe, alle accademie e, soprattutto, al riconoscimento pubblico. Quando riuscivano a creare, lo facevano spesso in contesti marginali, lontani dai luoghi ufficiali della cultura, come i conventi. Spazi chiusi, protetti e sorvegliati, dove l’arte era ammessa solo perché considerata funzionale alla devozione religiosa e all’insegnamento morale, mai come strumento di affermazione personale o professionale.

È proprio all’interno dei monasteri che emergono le prime figure di pittrici. Claricia, Teresa Diez e Plautilla Nellidimostrano non solo una notevole competenza tecnica, ma anche una sorprendente consapevolezza del proprio ruolo. Un dettaglio, in apparenza semplice, diventa rivoluzionario: la firma sulle opere. In un’epoca in cui alle donne non era riconosciuto il diritto all’autorialità, firmare un dipinto significava affermare la propria esistenza artistica, rivendicare un nome e una responsabilità creativa. Non un gesto di vanità, ma una presa di posizione netta in un sistema che le voleva invisibili.

Uscite dai conventi, le difficoltà non diminuiscono. Anzi, spesso si fanno ancora più evidenti. Molte artiste possono avvicinarsi alla pittura solo grazie al contesto familiare, apprendendo l’arte dal padre o da parenti maschi, come accade a Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana. Altre, come Elisabetta Sirani, riescono addirittura a dirigere botteghe, formare allieve e ottenere riconoscimenti ufficiali. Eppure, anche davanti al successo, la loro legittimità resta fragile, costantemente messa in discussione, subordinata a giudizi morali e sospetti che raramente colpiscono gli uomini.

Uno dei passaggi più intensi della conferenza è stato dedicato ad Artemisia Gentileschi, figura centrale e drammatica della storia dell’arte. La violenza subita e il processo che ne seguì non sono solo una vicenda personale, ma lo specchio di una società che colpevolizza la vittima e mette sotto accusa il corpo e la parola della donna. Artemisia, però, non si limita a sopravvivere: trasforma il trauma in un linguaggio pittorico potente e universale. Nelle sue tele le eroine bibliche e mitologiche non sono figure passive, ma donne determinate, consapevoli, capaci di agire e di ribaltare i rapporti di forza.

Accanto alla pittura di storia, la docente ha ricordato come anche i cosiddetti “generi minori” siano stati terreno di sperimentazione e affermazione per molte artiste. Fede Galizia e Giovanna Garzoni elevano la natura morta a livelli di altissima raffinatezza tecnica e simbolica, dimostrando che non esistono generi minori, ma solo sguardi capaci o meno di coglierne la profondità.

Con l’Ottocento cambiano i linguaggi, ma non le esclusioni. Berthe Morisot e Mary Cassatt partecipano attivamente alla nascita dell’Impressionismo, pur restando escluse dalle accademie ufficiali. Il loro contributo è decisivo: portano nell’arte moderna uno sguardo nuovo sulla vita quotidiana, sull’intimità domestica, sulle relazioni, offrendo una visione alternativa rispetto a quella dominante.

Nel Novecento il corpo femminile smette di essere soltanto oggetto di rappresentazione e diventa pienamente soggetto dell’opera. Frida Kahlo trasforma il dolore fisico ed emotivo in immagini iconiche, simboliche e profondamente politiche. Nella contemporaneità, Marina Abramović utilizza il corpo come strumento artistico estremo, interrogando il pubblico sui limiti della fiducia, della violenza e della responsabilità individuale e collettiva.

La storia delle donne nell’arte, come ha sottolineato Giovanna Bernard, non è una storia parallela o marginale. È una parte essenziale della storia dell’arte stessa. Ogni opera, ogni firma, ogni gesto creativo racconta una battaglia per il diritto di esserci, di essere viste e riconosciute. Ripercorrere queste vicende significa rimettere in discussione il canone tradizionale e riconoscere che l’arte delle donne non è un’eccezione da aggiungere a margine, ma una necessità senza la quale la storia dell’arte resta incompleta.

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