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Cronaca

Frane e terremoti cancellano interi paesi: l’Italia delle città fantasma cresce anno dopo anno

Da Cerzeto ad Apice, territori abbandonati tra dissesto annunciato e ricostruzioni mancate

Villaggio abbandonato dopo frana

Villaggio abbandonato dopo frana (repertorio)

In Italia le frane e i terremoti non sono emergenze episodiche, ma ferite strutturali che da decenni ridisegnano la geografia dei centri abitati. Il caso della frana di Niscemi, nel cuore della Sicilia, che rischia di far scomparire intere porzioni di territorio, è solo l’ultimo segnale di una fragilità diffusa e ormai cronica. Dal Sud al Centro del Paese, sono numerosi i comuni che hanno dovuto arrendersi alla forza della natura, abbandonando case, strade, piazze e intere comunità.

Si allarga il fronte della frana a Niscemi, trasferite 300 famiglie (foto Ansa)

Uno degli esempi più drammatici è Cavallerizzo di Cerzeto, in Calabria. Nel 2005 una frana devastante distrusse completamente il centro abitato, costringendo tutti i residenti a trasferirsi in un nuovo insediamento. Un paese cancellato in poche ore, lasciando dietro di sé solo muri spaccati e memorie interrotte. Stessa sorte, seppur con dinamiche diverse, è toccata a San Fratello, in provincia di Messina, dove nel 2010 lo scivolamento del suolo verso valle ha compromesso gravemente numerosi edifici, rendendo inagibili ampie aree del centro abitato.

Il simbolo più noto di città fantasma resta però Apice, nel Beneventano. La parte antica del paese è deserta da oltre quarant’anni, dopo il terremoto del 1980. Già nel 1962 un sisma aveva imposto un’ordinanza di sgombero, ma molti abitanti avevano resistito, restando nelle loro case. Il colpo finale arrivò con il terremoto dell’Irpinia, che rese inevitabile l’abbandono definitivo del borgo storico, oggi sospeso nel tempo.

Non tutte le storie, però, finiscono con l’abbandono. Esistono anche esempi di rinascita, dove la distruzione è diventata occasione di trasformazione. È il caso di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, un borgo fragile per definizione, minacciato dall’erosione ma capace di reinventarsi puntando sul turismo, fino a diventare uno dei luoghi più visitati del Lazio. Ancora più emblematico è il percorso di Gibellina, nel Trapanese, rasa al suolo dal terremoto del Belice del 1968 e ricostruita altrove come un grande laboratorio di arte contemporanea. Pittori, architetti, designer e scultori hanno contribuito a darle una nuova identità, tanto che nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’arte contemporanea.

In molti casi, però, le calamità non sono state improvvise. A Pomarico, in Basilicata, nel 2019 una frana annunciata ha colpito un territorio già noto per la sua instabilità. Le dinamiche che portano a questi crolli si ripetono in diverse aree del Paese, soprattutto lungo l’Appennino. «Diversi fenomeni franosi attivi sono causati da condizioni geologiche simili soprattutto nell’Appennino, per esempio in Emilia Romagna e in Molise», spiega Giuseppe Esposito, dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Alla base di molte frane c’è la stessa struttura del sottosuolo. «Tutte queste frane sono state causate dalla stessa dinamica, generata dalle particolari caratteristiche del suolo, con depositi sabbiosi che poggiano su depositi argillosi», osserva il geologo. «Le diverse caratteristiche dei due strati si riflettono nel diverso comportamento dell’acqua». La sabbia, permeabile, consente all’acqua di infiltrarsi, mentre l’argilla, impermeabile, la trattiene, favorendo l’accumulo e innescando quello che viene definito «scivolamento retrogressivo», un movimento del terreno che avanza verso monte, proprio dove spesso sorgono i centri abitati.

È in questo equilibrio instabile tra geologia, storia e insediamenti umani che si gioca il futuro di molti paesi italiani. Tra borghi abbandonati e rinascite simboliche, la sfida resta aperta: convivere con un territorio fragile senza continuare a pagare il prezzo più alto in termini di comunità spezzate.

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