Cerca

Attualità

Oggi le comiche su ASA, in consiglio regionale

Farsa in Consiglio regionale: dall'emendamento presentato come soluzione al no improvviso di Cirio, Asa resta senza una misura concreta e i Comuni del Canavese aspettano lo stanziamento promesso

Oggi le comiche su ASA, in consiglio regionale

Sergio Bartoli, Alessandro Giglio Vigna e Paola Antonetto

Oggi le comiche... su ASA. La scena, questa mattina in Consiglio regionale, è stata degna di una farsa studiata nei dettagli, di quelle che iniziano con toni solenni e finiscono a colpi di comunicati stampa. Si apre con il presidente dell’Aula, Davide Nicco, che parla di emendamento, lo difende, lo presenta come l’atto giusto e necessario per chiudere una vicenda che da oltre vent’anni pesa come un macigno sui bilanci di 52 Comuni del Canavese. L’appello è chiaro, quasi accorato: responsabilità istituzionale, senso del territorio, capacità di guardare oltre gli schieramenti.

«Con un intervento regionale limitato possiamo chiudere definitivamente una vicenda che si trascina da oltre vent’anni e restituire stabilità amministrativa a decine di comunità», ribadisce Nicco, invitando tutti a votare l’emendamento e a mettere finalmente un punto fermo su una partita che vale complessivamente decine di milioni di euro.

Poi, però, entra in scena il presidente della Regione Alberto Cirio. Poche parole, ma sufficienti a ribaltare completamente l’impianto della mattinata: no all’emendamento, serve un disegno di legge. Fine della discussione. Il percorso indicato fino a pochi minuti prima viene archiviato senza troppi complimenti. Sipario. 

Il cambio di rotta è repentino e, per certi versi, surreale. L’emendamento, fino a un attimo prima descritto come la soluzione giusta e responsabile, diventa improvvisamente una “scorciatoia pericolosa”. E la parola d’ordine diventa una sola: disegno di legge. Strumento certamente più solido, per carità, ma che apre tempi più lunghi e rimanda ancora una volta la soluzione concreta del problema.

Nel frattempo, il Consiglio regionale – sempre presieduto da Davide Nicco – approva a maggioranza la Legge di stabilità regionale 2026, il Disegno di legge 111, presentato dall’assessore al Bilancio Andrea Tronzano. Un provvedimento corposo, tecnico, che rifinanzia interventi previsti dalle leggi vigenti, ridistribuisce le spese pluriennali, revoca vecchie autorizzazioni e ne introduce di nuove per il triennio 2026-2028, chiarendo anche una norma del 2025 sulle maggiori entrate. Tutto in ordine, tutto nei binari della contabilità pubblica. Ma ASA resta fuori.

Per il Consorzio, infatti, non arriva un euro, non arriva una soluzione definitiva. Arriva un ordine del giorno, primo firmatario Carlo Riva Vercellotti (Fratelli d’Italia), che impegna la Giunta a predisporre un disegno di legge per stanziare un milione di euro a sostegno dei Comuni del Canavese coinvolti nel contenzioso. Un impegno politico, certo, ma ancora tutto da tradurre in atti concreti.

Ed è a questo punto che parte la grande gara all’intestazione della vittoria "di Pirro".

La Lega, con Fabrizio Ricca, parla senza mezzi termini di soluzione definitiva.

«Oggi speriamo di poter scrivere la parola fine sulla vicenda legata al Consorzio Asa», afferma il capogruppo leghista, rivendicando la scelta di non procedere con un emendamento al bilancio.

«Per motivi tecnici e politici non poteva essere risolta in questo modo e avrebbe potuto costituire un pericoloso precedente». Meglio, dunque, un ordine del giorno che apra la strada a una legge vera e propria, con uno stanziamento regionale da un milione di euro “qualora questo intervento risulti decisivo alla transazione del contenzioso”.

Sulla stessa linea Alessandro Giglio Vigna, che da deputato e commissario provinciale della Lega del Canavese sottolinea come la questione ASA sia seguita da anni dal partito.

«Evidentemente reputiamo positivo per le amministrazioni dell’Alto Canavese e per i nostri cittadini un intervento da parte della Regione Piemonte», scrive, chiedendo però “celerità” nell’iter.

ASA

Un dettaglio non secondario, visto che finora di rapido c’è stato solo il cambio di versione.

Anche Paola Antonetto (Fratelli d’Italia) rivendica il risultato e ringrazia apertamente Cirio e Tronzano.

«Sono soddisfatta che dal mio question time sul tema Asa si sia arrivati a definire un percorso finalmente chiaro», afferma, parlando di una gestione precedente “un po’ confusa” e indicando nel disegno di legge il vero punto di svolta.

A fare da garante della correttezza istituzionale arriva poi Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente), che mette in guardia dalle “scorciatoie comunicative”.

«La credibilità della politica si misura sulla capacità di costruire soluzioni definitive, fondate su atti chiari e coperture normative», dichiara, ricordando come, dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione del 14 marzo 2024, l’esposizione potenziale per i Comuni sia diventata ancora più pesante, con rischi concreti per i bilanci e per i cittadini.

Tutti soddisfatti, dunque. Tutti vincitori. Tutti pronti a dirsi d’accordo, dopo ore passate a non esserlo. Peccato che, al netto dei comunicati e delle dichiarazioni, la situazione sia rimasta esattamente dov’era al mattino: nessuna legge approvata, nessun milione stanziato, solo la promessa di farlo in futuro.

I Comuni del Canavese continuano ad aspettare. I sindaci restano appesi a una decisione che si trascina da vent’anni. E mentre in Aula ci si scambia pacche sulle spalle e attestati di merito, fuori dal Palazzo la sensazione è quella di aver assistito all’ennesima prova generale.

Insomma, più che la parola fine sulla vicenda ASA, oggi è andato in scena l'ennesimo capito di una "tragedia".

Con molte firme in calce, molti sorrisi nelle foto e una certezza sola: non è ancora finita.

Una brutta storia

In Canavese c’è una vicenda che non appartiene al passato, anche se tutti vorrebbero archiviarla come tale. È una storia che nasce nei primi anni Duemila, esplode ufficialmente nel 2013 e da allora non smette di proiettare la sua ombrasui bilanci comunali e sulle tasche dei cittadini. È la storia di ASA, Azienda Servizi Ambiente, un consorzio pubblico che avrebbe dovuto semplificare la gestione dei servizi e che invece ha lasciato in eredità uno dei più grandi e longevi contenziosi amministrativi del territorio.

ASA non era una scatola vuota. Era un colosso pubblico che metteva insieme oltre cinquanta comuni del Canavese, comprese Unioni e Comunità montane. Gestiva raccolta e smaltimento dei rifiuti, lavori pubblici, infrastrutture, servizi ambientali. Aveva centinaia di dipendenti, appalti milionari, una presenza capillare sul territorio. Proprio per questo, per anni, nessuno ha davvero avuto il coraggio – o la forza politica – di fermare una gestione che diventava sempre più pesante, più costosa, più fuori controllo.

Quando nel 2013 ASA viene dichiarata fallita, emerge tutta la dimensione del disastro. Le prime stime parlano di oltre 70 milioni di euro di esposizione complessiva. Una cifra enorme, che nel tempo verrà ricalcolata, ridotta, riorganizzata, ma che continuerà a oscillare comunque attorno a numeri spaventosi: 36–37 milioni di debito residuo è la cifra che ritorna più spesso negli atti e nelle sentenze successive. Non sono numeri astratti. Sono soldi che, se richiesti, non possono che provenire da una sola fonte: i bilanci comunali.

È qui che inizia il vero incubo. Perché il fallimento di ASA non si chiude con la procedura fallimentare, ma si trasforma in una battaglia legale contro i comuni soci. La curatela sostiene che ASA non fosse una semplice società partecipata, ma un consorzio, e che quindi i comuni non possano chiamarsi fuori: devono rispondere dei debiti. I comuni ribattono che esiste una norma chiara che vieta agli enti pubblici di ripianare perdite di organismi partecipati, proprio per evitare che gestioni dissennate ricadano sui cittadini.

Il primo punto di svolta arriva con il lodo arbitrale, passato alla storia come “Lodo ASA”. Gli arbitri danno ragione alla curatela: i comuni devono pagare. È un terremoto. Per molti municipi del Canavese – da Rivarolo Canavese a Cuorgnè, da Valperga a Favria, da Feletto a Ozegna, da Oglianico a decine di piccoli comuni e Unioni montane – significa trovarsi improvvisamente esposti a cifre che possono azzerare anni di programmazione. In quelle settimane si parla apertamente di rischio default, di dissesto, di servizi da tagliare.

I comuni reagiscono e impugnano il lodo. E per un periodo sembra che la giustizia amministrativa restituisca un minimo di equilibrio. La Corte d’Appello di Torinoannulla il lodo arbitrale, ritenendo che la normativa che vieta agli enti pubblici di ripianare le perdite valga anche in questo caso. È una sentenza che viene letta come una liberazione: finalmente qualcuno dice che non è accettabile far pagare oggi ai cittadini errori e scelte gestionali del passato.

Ma la storia di ASA, come tutte le storie sbagliate, non si chiude quando dovrebbe.

Nel 2024 arriva la sentenza della Corte di Cassazione, ed è qui che tutto si riapre. La Suprema Corte ribalta l’impostazione della Corte d’Appello e stabilisce un principio che cambia completamente il quadro: il divieto di ripianare le perdite non si applica automaticamente ai consorzi come ASA. In altre parole, il fatto che ASA fosse un consorzio e non una società partecipata rende possibile – almeno in teoria – chiamare i comuni a rispondere dei debiti. Non è una condanna definitiva, ma è qualcosa di peggio: un rinvio, un ritorno alla Corte d’Appello di Torino per rifare tutto, con nuovi criteri.

Ed è così che, a oltre dieci anni dal fallimento, i comuni del Canavese si ritrovano di nuovo appesi a una sentenza. Di nuovo costretti a spiegare perché nei bilanci c’è una voce che non si riesce a cancellare. Di nuovo con la consapevolezza che, se il verdetto finale dovesse essere sfavorevole, il conto sarà pesantissimo.

Negli ultimi mesi, per evitare il peggio, prende forma l’ipotesi di una transazione. Una cifra molto più bassa rispetto al debito originario: circa 8 milioni di euro complessivi. Un accordo che dovrebbe coinvolgere tutti i comuni soci, con il contributo – ancora tutto da definire – di altri livelli istituzionali. È presentata come l’unica via d’uscita possibile, il modo per chiudere una volta per tutte una vicenda che logora amministratori e cittadini. Ma anche questa strada è fragile, contestata, politicamente delicata. Perché anche otto milioni, alla fine, non li paga ASA. Li pagano i territori.

Ed è questo il nodo che rende ASA una storia ancora viva, ancora scomoda. Non è una faccenda da tribunali lontani. È una questione che riguarda strade non asfaltate, scuole che aspettano manutenzione, servizi sociali sotto pressione, tasse che possono aumentare. È una vicenda che dimostra come, quando un sistema pubblico fallisce senza che nessuno paghi subito, il prezzo venga solo rimandato. E quando arriva, arriva sempre a chi non ha firmato contratti, non ha gestito appalti, non ha deciso nulla.

ASA oggi è questo: un fantasma amministrativo che continua a bussare alle porte dei municipi del Canavese. Un debito che non si vede ma che pesa. Una storia che nessuno vuole più raccontare, ma che prima o poi qualcuno dovrà chiudere. Perché i bilanci possono aspettare. I cittadini no.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori