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28 Gennaio 2026 - 14:27
A destra l'assessore regionale Federico Riboldi
Mentre il CUP regionale continua a bloccarsi, a lasciare i cittadini davanti a schermi immobili e centralini muti, dalla Giunta piemontese arriva l’ennesimo annuncio salvifico, di quelli che dovrebbero far dimenticare settimane di disservizi con una manciata di parole altisonanti. Questa volta il nome del miracolo è lungo e suona futuristico: “nuovo CUP di nuova generazione, integrato con l’intelligenza artificiale”. A raccontarlo, con toni entusiastici e rassicuranti, è l’assessore alla Sanità Federico Riboldi, che in Consiglio regionale parla di superamento di un sistema obsoleto e di salto tecnologico senza precedenti. Peccato che, nel frattempo, il sistema vecchio – quello che oggi dovrebbe garantire l’accesso a visite ed esami – continui imperterrito a non funzionare.
La Regione rivendica di aver fatto una “scelta chiara”: niente rattoppi, niente soluzioni tampone, niente pezze a colori su un sistema che fa acqua. Solo un CUP completamente nuovo, moderno, addirittura primo in Italia a integrare strumenti di intelligenza artificiale. Una narrazione futuristica che però si schianta contro una realtà molto più prosaica e molto meno smart: cittadini che non riescono a prenotare, settimane di blocchi del portale Salute Piemonte, appuntamenti saltati, ore perse davanti a un computer o a uno smartphone, e risposte che oscillano tra il vago e il nulla. Altro che “anticipare il cambiamento”: qui si rincorre l’emergenza, e pure a passo lento, sperando che l’ennesimo annuncio faccia passare la rabbia.
Sul piano procedurale, Riboldi snocciola date e atti amministrativi come fossero una garanzia di buon governo. La gara bandita da Azienda Zero si è conclusa il 26 settembre 2025, il TAR non ha disposto sospensive, l’aggiudicazione resta valida ed efficace. Tutto formalmente corretto, per carità. Ma mentre la Regione si rifugia dietro cronoprogrammi e udienze, il nuovo CUP resta un progetto sulla carta, con un’entrata a regime prevista tra un anno e una fase di transizione che – guarda caso – manterrà in vita l’attuale infrastruttura fino al 31 dicembre 2026. Tradotto, senza troppi tecnicismi: per altri mesi, forse anni, i piemontesi dovranno continuare a usare un sistema che la stessa Giunta definisce superato, inadeguato e pieno di limiti strutturali. Un paradosso che la politica regionale sembra accettare con una certa serenità.

A riportare il dibattito con i piedi ben piantati per terra ci pensa Daniele Valle, vicepresidente della Commissione Sanità e consigliere regionale del PD. Dopo settimane di disservizi, Valle parla senza giri di parole di una situazione invariata e di spiegazioni insufficienti. L’alibi dell’aumento delle richieste legato all’influenza? Debole, dice Valle, perché un’ondata influenzale – peraltro in fase calante – non può giustificare un blocco così grave e prolungato di un servizio essenziale. Qui il problema è strutturale, non stagionale, e la Giunta continua a far finta di non vederlo, rifugiandosi in giustificazioni che reggono giusto il tempo di un comunicato stampa.
Il punto politico è tutto lì, ed è difficile da aggirare: nessun chiarimento puntuale sulle cause reali del disservizio, nessun tempo certo per il ripristino della piena funzionalità, nessuna assunzione di responsabilità. Nel frattempo, il nuovo CUP – sbandierato da mesi come soluzione definitiva – resta fermo, nonostante le promesse di andare avanti anche in presenza del ricorso. Annunci e rinvii, li chiama Valle, che chiede un’informativa urgente in Commissione Sanità e l’audizione dei responsabili del servizio. Perché, prima dell’intelligenza artificiale, servirebbe almeno un minimo di chiarezza politica. E magari anche un po’ di onestà.
Ancora più dura la critica che arriva da Rifondazione Comunista. Il segretario regionale Alberto Deambrogio smonta pezzo per pezzo la narrazione tecnologica dell’assessore. Puntare tutto sul nuovo CUP per risolvere il dramma delle liste d’attesa, dice Deambrogio, è una mania riduzionistica: come se bastasse un software, per quanto “mirabolante”, a cancellare problemi che sono prima di tutto politici, organizzativi e strutturali. Anche qui, l’influenza tirata in ballo per giustificare i malfunzionamenti del vecchio sistema appare per quello che è: una scusa poco credibile, buona per prendere tempo.
Il nodo vero, infatti, non è l’algoritmo, ma il governo della sanità pubblica. Le difficoltà croniche nel mettere in comune le agende delle aziende sanitarie, le rigidità di potere, la carenza strutturale di personale, i tetti alla spesa che strangolano il pubblico mentre il privato viene lasciato libero di espandersi. Questioni antiche, note a chiunque frequenti il sistema sanitario piemontese, che nessuna intelligenza artificiale può risolvere da sola. E che rischiano di restare esattamente dove sono anche con il CUP del futuro, quello “di nuova generazione”.
Deambrogio allarga lo sguardo e mette il dito nella piaga, quella vera: mentre si promettono sistemi innovativi e piattaforme avveniristiche, un lavoratore che deve operarsi di cataratta nel pubblico aspetta oltre un anno; nel privato entra subito, a patto di poterselo permettere. Se non può, si indebita. È questa la sanità che la Regione considera accettabile? È questo il modello di equità che dovrebbe garantire il servizio pubblico? È questa la “destra sociale” che Riboldi rivendica a parole?
Insomma, tra annunci futuristici e realtà quotidiana, il divario resta enorme. Il nuovo CUP viene raccontato come la panacea di tutti i mali, ma intanto i mali restano lì, ben visibili, e colpiscono sempre gli stessi: i cittadini che hanno bisogno di cure oggi, non nel 2027 e nemmeno nel prossimo cronoprogramma. L’intelligenza artificiale potrà anche arrivare, ma senza scelte politiche serie, personale sufficiente e una gestione trasparente, rischia di essere solo l’ennesima promessa buona per i comunicati. E per chi aspetta una visita, una promessa non è una cura.
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