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28 Gennaio 2026 - 12:08
Stambecchi monitorati con GPS e fototrappole: Italia e Francia insieme per la tutela alpina
Ecco il punto: i dati sulla biodiversità alpina esistono da decenni, ma spesso restano chiusi nei cassetti, sparsi in archivi diversi, difficili da consultare, poco usati. E quando i dati non circolano, la tutela si indebolisce. Da qui nasce Cross-DBIO, un progetto europeo che mette insieme Parco Nazionale del Gran Paradiso e Parc National de la Vanoise: due aree protette confinanti, gemellate, legate da una storia comune, che ora scelgono di fare un salto ulteriore. Non solo cooperazione “di principio”, ma un’infrastruttura concreta: una piattaforma digitale condivisa per conservare, valorizzare e usare meglio le informazioni scientifiche raccolte su flora e fauna.
Cross-DBIO significa “Cross-border DataBase for Biodiversity”: un nome tecnico, quasi freddo, per una questione tutt’altro che astratta. Perché in montagna, dove i confini amministrativi non coincidono con quelli della natura, la biodiversità non si difende a compartimenti stagni. Gli animali si spostano, gli habitat cambiano, le pressioni aumentano: clima, turismo, frammentazione del territorio, disturbo umano. E se ogni ente lavora con il proprio sistema, con le proprie banche dati, con i propri formati, il rischio è sempre lo stesso: perdere tempo, perdere informazioni, perdere efficacia.
Il cuore operativo del progetto è semplice e ambizioso: costruire un database comune e una piattaforma digitale “innovativa e condivisa”, accessibile sia ai professionisti sia al pubblico. Un luogo unico dove far confluire e rendere finalmente fruibili dati che oggi sono “poco accessibili e poco sfruttati”. Tradotto: un patrimonio scientifico enorme che, finché resta disperso, vale meno di quanto potrebbe. E in un’epoca in cui la biodiversità arretra, valere meno è un lusso che non ci si può permettere.
Il progetto durerà tre anni e guarda a un obiettivo molto pratico: migliorare il monitoraggio delle specie, con attenzione particolare a un simbolo assoluto delle Alpi, lo stambecco alpino. Non è una scelta casuale. Lo stambecco è un indicatore, un emblema, un animale che racconta il rapporto tra uomo e montagna. È anche una specie su cui, da tempo, si raccolgono dati in modo capillare: osservazioni, censimenti, tracciamenti. Cross-DBIO vuole mettere ordine e potenza in questa mole di informazioni, integrando in particolare i dati provenienti dai collari GPS. Tecnologia che, quando funziona bene e viene interpretata con strumenti adeguati, permette di capire spostamenti, aree di frequentazione, corridoi ecologici, dinamiche stagionali. E quindi anche di prendere decisioni più intelligenti: protezioni mirate, riduzione dei disturbi, gestione più efficace.
La parte più interessante, però, è quella che sposta il progetto dalla semplice “digitalizzazione” a qualcosa di più evoluto: l’uso di modelli matematici e statistici avanzati per analizzare i dati delle fototrappole e arrivare a un obiettivo delicato e affascinante: riconoscere individualmente gli esemplari. Qui entra in gioco la frontiera della ricerca applicata: trasformare migliaia di immagini raccolte in anni di monitoraggio in informazioni utili, leggibili, confrontabili. Non è solo un lavoro di archiviazione, ma di interpretazione. E interpretare significa capire davvero che cosa sta accadendo sul territorio.
In questo passaggio compare anche l’elemento che oggi fa brillare gli occhi a molti bandi e progetti: l’intelligenza artificiale. Cross-DBIO prevede lo sviluppo di nuovi strumenti tecnologici per la ricerca e la gestione della biodiversità anche attraverso sistemi di IA. E qui conviene essere chiari: l’IA non è una bacchetta magica, ma può diventare una leva potente se usata bene. Soprattutto quando i dati sono tanti e l’occhio umano, da solo, non basta più. Le fototrappole producono quantità enormi di materiale: immagini notturne, sequenze, falsi positivi, passaggi rapidi. Automatizzare parte dell’analisi significa liberare tempo e risorse per il lavoro scientifico vero: verificare, interpretare, decidere.
Il valore politico e culturale di Cross-DBIO sta nella parola “insieme”. Perché qui non si parla solo di due parchi che “collaborano”, formula che spesso nei comunicati vale quanto un saluto di circostanza. Qui si parla di condivisione strutturale: dati, strumenti, competenze. In un momento storico in cui la montagna viene spesso raccontata come cartolina o come parco giochi, la scelta di investire su un’infrastruttura scientifica comune è un segnale controcorrente. Vuol dire riconoscere che la biodiversità non si tutela con le buone intenzioni, ma con la capacità di misurare, capire, intervenire. Vuol dire anche fare i conti con la complessità: un ecosistema alpino non è una fotografia, è un equilibrio che cambia, e che oggi cambia più in fretta.
Tra i benefici attesi ci sono elementi molto concreti: gestione ottimizzata dei dati, accesso facilitato per la ricerca transfrontaliera, valorizzazione attraverso portali online, sviluppo di competenze tecniche innovative. Tradotto in termini meno burocratici: meno tempo sprecato, più collaborazione reale, più trasparenza, più capacità di leggere i segnali che arrivano dalla natura prima che diventino emergenza. Perché spesso ci si accorge di un problema quando è già esploso: una specie in calo, un habitat degradato, un comportamento alterato. Se i dati sono frammentati, l’allarme suona tardi. Se i dati sono integrati, l’allarme può suonare in tempo.
Cross-DBIO è finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Interreg VI-A France-Italia Alcotra 2021-2027 e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR). Il budget complessivo è di 647.804 euro, con 296.887,50 euro destinati al Parco Nazionale del Gran Paradiso. La conclusione è prevista per agosto 2028. Anche qui, al di là delle cifre, la domanda è sempre la stessa: che cosa resterà dopo? La risposta, se il progetto manterrà le promesse, dovrebbe essere un’eredità solida: una piattaforma che continua a funzionare, un database aggiornabile, un metodo di lavoro condiviso. Non l’ennesimo contenitore creato per un bando e abbandonato a fine rendicontazione.
Il confine tra Italia e Francia, in questa storia, è quasi un dettaglio geografico. Perché la biodiversità alpina non riconosce linee sulla mappa. Riconosce temperature, neve, pascoli, silenzi, disturbi, corridoi. Riconosce la presenza o l’assenza di una tutela vera. E se due parchi storicamente legati decidono di unire dati e strumenti, stanno dicendo una cosa semplice: la conservazione non si improvvisa. Si costruisce. Anche con un database. Anche con un algoritmo. Ma soprattutto con una scelta di responsabilità: mettere in comune ciò che si sa, per proteggere ciò che rischia di sparire.
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