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Mediaset attacca Fabrizio Corona: "Lucra attraverso l’insulto. La libertà di espressione non è libertà di diffamare"

Dopo l’ultima puntata di “Falsissimo”, il Biscione parla di “falsità gravissime” e annuncia tutele in ogni sede

Mediaset attacca Fabrizio Corona: "Lucra attraverso l’insulto. La libertà di espressione non è libertà di diffamare"

Mediaset attacca Fabrizio Corona: "Lucra attraverso l’insulto. La libertà di espressione non è libertà di diffamare"

Mediaset alza il muro contro Fabrizio Corona. Lo fa con una nota secca, diffusa nella serata di lunedì, che arriva da Cologno Monzese come una risposta politica prima ancora che legale: «La libertà di espressione non sarà mai libertà di diffamazione, né di gogna mediatica». È il punto fermo con cui l’azienda replica alle accuse lanciate da Corona nell’ultima puntata di “Falsissimo”, il format online che da settimane macina visualizzazioni costruendo una narrazione aggressiva, personalissima e ad alto rendimento virale. Nel mirino, questa volta, finiscono Alfonso Signorini, la famiglia Berlusconi e alcuni dei volti simbolo del gruppo, da Maria De Filippi a Gerry Scotti, fino a Silvia Toffanin. Ma lo scontro non è più solo mediatico: sullo sfondo c’è un provvedimento del Tribunale civile di Milano che impone a Corona uno stop immediato e ridisegna il perimetro entro cui si muove il suo racconto.

Il passaggio chiave arriva il 26 gennaio, quando il giudice Roberto Pertile accoglie il ricorso d’urgenza presentato dai legali di Signorini e blocca la pubblicazione della nuova puntata di “Falsissimo”, ordinando anche la rimozione dei contenuti già diffusi e la consegna dei supporti contenenti il materiale contestato. Nell’ordinanza si legge che le accuse mosse da Corona sono prive di un adeguato «conforto di prove» e appaiono orientate più a solleticare la «morbosa curiosità del pubblico» che a informare. Un giudizio che incide direttamente sull’argomento più invocato dal diretto interessato: il diritto di cronaca.

Ventiquattr’ore prima, il 21 gennaio, Mediaset aveva già depositato una denuncia in Procura a Milano per diffamazione e minacce, chiedendo alla Direzione distrettuale antimafia di valutare una misura di prevenzione che limitasse l’uso dei social e del telefono da parte di Corona per impedire la reiterazione delle condotte ritenute lesive. Una richiesta rara, che fotografa il peso attribuito oggi all’ecosistema digitale come moltiplicatore di danno reputazionale. La risposta di Corona, affidata ai suoi canali, aveva alzato ulteriormente il livello dello scontro: «Ormai è guerra».

È dentro questa sequenza che si colloca la nota di Mediaset del 27 gennaio, definita da fonti aziendali una presa di posizione «non negoziabile». Il gruppo parla apertamente di «reiterazione di falsità gravissime», di un metodo che «normalizza odio e violenza verbale» e di un danno che non colpisce solo singole persone, ma una società quotata, i suoi professionisti e le loro famiglie. Non è un dettaglio lessicale: citare Marina e Pier Silvio Berlusconi, insieme ai volti più riconoscibili della tv generalista, significa toccare asset reputazionali che incidono su ascolti, contratti pubblicitari e valore azionario. È anche per questo che la replica assume toni istituzionali ma duri, e rivendica la tutela «in ogni sede».

Dopo l’ordinanza, Corona ha annunciato di essersi «adeguato», rimuovendo i contenuti su Signorini e spostando l’attenzione su quello che definisce il «sistema Mediaset». Una mossa che mantiene alta l’esposizione restando, almeno formalmente, fuori dal perimetro vietato dal giudice. Resta da capire se i nuovi contenuti verranno a loro volta contestati, estendendo lo scontro in sede civile o penale.

Intanto, i legali di Signorini hanno chiesto anche alle principali piattaforme – YouTube, Facebook, Instagram, TikTok e Google – la rimozione dei video e il blocco della loro diffusione. Il nodo è sempre lo stesso: le big tech non sono editori, ma quando la propagazione di contenuti contestati diventa sistematica, il confine tra hosting passivo e responsabilità attiva si assottiglia. Il caso Corona riaccende il dibattito su tempi e obblighi di intervento, soprattutto in presenza di un provvedimento giudiziario.

Il punto giuridico, al netto delle tifoserie, è chiaro. Perché un contenuto rientri nel diritto di cronaca devono coesistere verità, interesse pubblico e continenza espressiva. L’ordinanza milanese contesta proprio l’assenza di riscontri documentali e l’eccesso di morbosità. E quando entrano in gioco chat, immagini e dati personali, la soglia di legittimità si alza ulteriormente.

Sul tavolo restano ora più piani aperti. In sede civile, il procedimento potrebbe sfociare in una causa di merito con valutazione delle prove e dell’eventuale risarcimento. In sede penale, la Procura dovrà decidere se e come procedere sulle ipotesi di diffamazione e minacce. Sul piano mediatico, infine, la diffusione integrale del comunicato Mediaset da parte di molte testate segnala la volontà di fissare una cornice: distinguere tra informazione e intrattenimento virale, tra critica e gogna.

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