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Ucciso sul carro mentre tornava a casa. Cent’anni fa l’omicidio del lavandaio di Settimo

La sera dell’8 marzo 1926 Damiano Paolo Ceppi viene freddato a colpi di rivoltella sullo stradale di Settimo, davanti alla moglie e alle figlie. Una rapina in aperta campagna, la lunga indagine, la confessione del complice e il riconoscimento dell’assassino dalla voce. A cento anni di distanza, una pagina nera che continua a interrogare la città

Ucciso sul carro mentre tornava a casa. Cent’anni fa l’omicidio del lavandaio di Settimo

Ucciso sul carro mentre tornava a casa. Cent’anni fa l’omicidio del lavandaio di Settimo

8 marzo 1926. È già buio quando Damiano Paolo Ceppi, 44 anni, lavandaio di Settimo, lascia Torino per tornare a casa. Sul carro ha stipato la biancheria raccolta durante la giornata di lavoro, quella delle famiglie clienti che da anni si affidano a lui. Accanto, sul sedile, c’è la moglie. Poco più indietro, sul carro, viaggiano anche le due figlie, giovanissime. È un rientro consueto, ripetuto infinite volte: stesso percorso, stesso ritmo lento, stessa fiducia.

Il percorso che fa corre lungo i binari del tram elettrico di Settimo, ma quella sera non c’è alcuna lampada a rischiararlo. La notte è oscurissima. I campi attorno sono neri e silenziosi, lo stradone appare come una striscia di grigio cupo che si perde nella campagna. L’unica luce è quella della lanterna che ciondola sotto il carro, una chiazza rossogiallastra che oscilla sul terreno e accompagna il passo regolare del cavallo.

Ceppi e la sua famiglia non si preoccupano del buio. Da molti anni percorrono quella strada solitaria senza che sia mai accaduto nulla di grave. Hanno famigliarizzato con i fossi, con i campi. Nessun pensiero inquieto attraversa le loro menti. Anzi, nel buio, si mettono tranquillamente a mangiare pane e salame, cullati dal dondolio del pesante veicolo. Il cavallo conosce perfettamente la strada e le briglie, nelle mani del lavandaio, sono tenute quasi pro forma. La frugalissima cena è quasi finita e Damiano Paolo Ceppi sta appunto sbucciando un’arancia quando, d’un tratto, l’animale si arresta.

In quel momento si trovano a Settimo, all’altezza dell’ottavo chilometro, appena oltre la Cascina Venturina.

Prima che Ceppi riesca a dare uno strattone alle briglie per far riprendere il passo al cavallo, un’ombra si profila a fianco del carro. Aguzzando lo sguardo, la moglie e le figlie riescono a scorgere un’altra figura: è più avanti, tiene il cavallo per la cavezza. È per quello che l’animale si è fermato.

L’uomo accanto al carro pronuncia una frase che sembra innocua, quasi banale, e che invece segna l’inizio della tragedia: «Datemi un fiammifero». Ceppi risponde che glieli darà, ma chiede intanto di scendere. La richiesta è inutile. Lo sconosciuto mette un piede su un raggio della ruota e si rizza sul carro. È in quel momento che il linguaggio cambia, che il tono si fa secco, minaccioso, definitivo: «Ma che fiammiferi! Fuori il portafogli!».

Il lavandaio comprende immediatamente con che razza di gente ha a che fare. Il tono risoluto e aggressivo dello sconosciuto non lascia spazio a illusioni. Per l’emozione, le parole che vorrebbe dire gli muoiono sulle labbra. Tuttavia, nel tentativo di dimostrare che è disposto a subire il sopruso e soprattutto per proteggere la moglie e le figlie, lascia le guide e infila una mano all’interno del panciotto per trarne il portafogli e consegnarlo al grassatore.

Forse quell’atto viene male interpretato. Forse l’uomo crede che stia cercando un’arma. Forse lo irrita la lentezza del gesto. Sta di fatto che il silenzio della scena viene rotto all’improvviso da un lampo e da una forte detonazione. Le tre donne lanciano un grido. Il cavallo si impenna, spaventato, ma viene trattenuto con forza e scalpita senza avanzare di un passo.

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Cascine Venturina

Cascine Venturina

tratto di strada

Tratto di strada dov'è avvenuto l'omicidio

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Colpito al petto, Damiano Paolo Ceppi si rovescia sui sacchi di biancheria e mormora: «Oh Dio! Muoio!». Sono le sue ultime parole. Il malandrino, con una rapida mossa, gli strappa il portafogli – che si suppone contenga tra le duemila e le tremila lire – e, puntando la rivoltella contro le donne, urla: «Zitte, voialtre! Altrimenti vi ammazzo tutte!».

Poi scende d’un balzo dal carro e attraversa di corsa lo stradale, seguito dall’altro sconosciuto che ha già abbandonato la briglia del cavallo. I due vengono visti per un attimo arrampicarsi sull’argine che delimita la ferrovia; le loro ombre si stagliano contro il cielo notturno, poi scompaiono nelle boscaglie vicine. Tutto è accaduto in pochi istanti. Una scena lunga a raccontare, ma rapidissima nel suo svolgimento.

Le donne, spaventate e singhiozzanti, si stringono attorno all’infelicissimo Ceppi, lo chiamano, lo scuotono, ma invano. Credendolo ferito e svenuto, la moglie, con una prontezza di spirito straordinaria nonostante il terrore del momento, afferra le briglie, frusta il cavallo e lo costringe a un trotto serrato. Il carro, che rotola pesantemente lungo la strada, si ferma soltanto davanti alla porta del dottor Chiaretta, a Settimo.

Le figlie, terrorizzate, suonano affannosamente. Il medico si alza, scende e, prima ancora di rimuovere il ferito, si fa portare un lume per esaminare le condizioni del lavandaio direttamente sul carro. Alla prima occhiata comprende che ogni intervento è inutile: Damiano Paolo Ceppi, colpito da un proiettile al sesto spazio intercostale sinistro, è morto quasi subito per una lesione al cuore.

La scena di dolore che segue è impossibile da descrivere. La moglie e le figlie non vogliono, non riescono ad arrendersi all’ineluttabile. Fino all’ultimo sperano di poter salvare il loro caro. Il medico avverte immediatamente i carabinieri della locale stazione. La moglie e le figlie rendono, a stento, la loro prima deposizione. Ma che cosa possono dire di preciso? Assalite nella notte, hanno potuto distinguere una sola figura: quella dell’assassino. Lo descrivono di media statura, con un pastrano scuro abbottonato fino al collo, un cappello scuro, un volto bruno, due baffetti piccoli “all’americana” e un accento spiccatamente forestiero. L’indicazione più importante è proprio questa: l’assassino non è piemontese e dimostra circa trent’anni.

Il delitto suscita un’enorme impressione a Settimo e in città. La Polizia reagisce con decisione. Vengono disposti servizi speciali di squadriglie, agenti e carabinieri a piedi e in bicicletta, incaricati di un rastrellamento accurato di tutti gli elementi sospetti della zona. Nei paesi limitrofi la vigilanza viene intensificata. Il questore impartisce istruzioni particolari ai commissariati di Madonna di Campagna e della Barriera di Milano, affinché nulla venga lasciato di intentato per arrivare alla cattura dei colpevoli.

È proprio al commissario di Madonna di Campagna, il cav. Mieucci, che spetta il merito e la fortuna di scoprire gli assassini. Funzionario attivo e intelligente, non perde mai di vista, neppure a distanza di tempo, il delitto di Settimo. Ogni individuo sospetto che passa dal suo ufficio viene valutato anche alla luce di quella notte di marzo.

La svolta arriva il 10 luglio 1926. In una locanda di via Vittoria 27, l’“Albergo degli Amici”, viene scoperto un furto. Gli operai che vi alloggiano si accorgono della scomparsa di vari oggetti: pantaloni, scarpe, un mandolino, persino un braccialetto appartenente a una donna. I sospetti cadono su un cliente che ha dormito lì e che al mattino è scomparso. Viene visto con un fagottino mentre si dirige verso il centro per prendere il treno. Due agenti, Pariullo e Caronia, lo intercettano a Porta Nuova e lo arrestano mentre, con un biglietto di terza classe, gira nei vagoni di seconda nel tentativo di eludere controlli.

L’arrestato è Michele Grassano, di Giuseppe, 49 anni, domiciliato a Mandrogne, in provincia di Alessandria. Sta per partire per Alessandria. Condotto in sezione con il fagotto – nel quale viene rinvenuta e sequestrata l’intera refurtiva – viene interrogato dal cav. Mieucci, che nota subito il suo contegno titubante, smarrito, contraddittorio. Bugie, esitazioni, la paura evidente di salvarsi a ogni costo. È allora che al commissario balena un sospetto preciso: Grassano potrebbe avere sulla coscienza un delitto ben più grave.

L’accusa è diretta, improvvisa: «Confessa! Sei tu che hai ucciso il lavandaio di Settimo!». Grassano impallidisce, abbassa lo sguardo. Mieucci sa bene che l’uccisore materiale non può essere lui, perché è di statura minuta, mentre l’assassino salito sul carro era alto e snello. Ma è certo che qualcosa si nasconda dietro quel silenzio. Rinnova l’accusa con maggiore energia. Grassano si dibatte, tenta di resistere, poi cede. E confessa.

Da qui prende forma una ricostruzione impressionante per precisione. Grassano racconta di essere giunto a Torino nel dicembre precedente, di aver alloggiato all’“Antico Sole” di via Lanzo, di aver cercato lavoro, di essersi adattato a spazzare la neve. Racconta del ritorno a casa per Natale, del rientro in città il 5 gennaio, del lavoro alle Acciaierie Fiat, dei pasti in una trattoria di corso Vercelli. È lì che conosce un giovane alto, presentatogli dal cugino Severino Grassano. Diventano amici. Dopo pochi giorni l’altro gli propone di “mettere paura ai passanti” per farsi consegnare denaro mostrando la rivoltella. Grassano inizialmente rifiuta, poi cede.

Seguono le rapine: a Venaria, ad Altessano, nei pressi dei ponti, a ciclisti, a operai, a coppie su carretti. Piccole somme, divise a metà. Tutto avviene nel mese di febbraio. Poi una pausa, per timore delle indagini. Ai primi di marzo, il ritorno in città. Poi la sera dell’8 marzo, l’appuntamento in Barriera di Milano, l’attesa lungo lo stradale di Settimo, il lavandaio, il colpo che va male.

La confessione combacia con ogni dettaglio: il punto esatto del delitto, indicato al chilometro 8,800; la direzione della fuga; la distanza della ferrovia; persino le orme trovate sul terreno, che risultano essere di due uomini che camminano uno dietro l’altro. Combaciano le assenze dall’osteria, i soldi portati alla madre, le somme residue. Combacia anche la testimonianza di un altro lavandaio di Settimo, Giovanni Coriasco, che quella sera vede un giovane avvicinarsi al carro dal ciglio della strada.

A quel punto Grassano fa il nome del complice: Valerio Fedel, fu Angelo, 52 anni, nato a Terzo di Grado, in provincia di Gorizia. I funzionari Perini e Morelli, con la guardia Amabile, lo identificano e lo arrestano. Fedel nega ogni responsabilità, ma viene messo a confronto con la vedova e le figlie di Damiano Paolo Ceppi. Le donne non possono riconoscerne il volto, ma riconoscono la statura, la corporatura e soprattutto la voce. Quando Fedel pronuncia la frase «Ci ha un fiammifero, per favore?», la riconoscono senza esitazione.

La cronaca ne traccia un ritratto severo: ex soldato austriaco, prigioniero in Russia durante la Grande guerra, vagabondo per l’Europa, lavoratore alla Viscosa e alle Acciaierie Fiat, già condannato per lesioni e contrabbando. Un uomo scaltro, prepotente, che in trattoria arriva a dire: «Per me uccidere un uomo è cosa da nulla». Nella sua stanza viene trovato un pastrano scuro, come quello descritto dalle donne, e berretti da ciclista, tipici dei rapinatori.

Ma la giustizia, allora come oggi, non è rapida. Passano altri mesi, poi anni. Il processo segue il suo corso. Le udienze si susseguono. I fatti vengono ricostruiti, le responsabilità pesate. Il delitto del lavandaio diventa materia giudiziaria, esaminata nei dettagli, parola per parola.

Il 7 febbraio 1928 arriva il verdetto. La Stampa lo riassume con un titolo asciutto ma definitivo: “Verdetto affermativo per i due imputati”. La Corte riconosce entrambi colpevoli dell’uccisione di Damiano Paolo Ceppi.

Le pene sono severe e differenziate: 23 anni di reclusione per Fedel, 4 anni e 6 mesi per Grassano, in base al ruolo svolto nella rapina e nell’omicidio.

Così si chiude, almeno sul piano giudiziario, una vicenda iniziata in una sera di campagna, lungo una strada che allora non aveva nulla dell’area commerciale che conosciamo oggi.

A cento anni esatti di distanza, resta una storia che parla di lavoro, violenza, strade isolate e giustizia lenta ma inevitabile. Un uomo che torna a casa dal lavoro, una strada buia, una rapina che diventa omicidio, un’indagine paziente che ricompone ogni dettaglio. Una pagina nera della storia di Settimo ....

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