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La Voce degli animali
27 Gennaio 2026 - 14:11
Succede a Ivrea.
E succede in un luogo dove il silenzio pesa, dove le parole spesso non servono, dove si entra con il cuore in mano e si esce un po’ più stanchi. Per scelta o per sorte, lei abitava lì: al Cimitero di Ivrea.
Aveva molti nomi, come accade a chi è amato davvero. Per alcuni era Nerina, per altri Micetta, per tutti era la micina del Cimitero. Per noi era Ivy. Un nome scelto con cura, perché Ivy significa edera: simbolo di fedeltà, di resistenza, di rinascita. E non poteva esserci nome più giusto.
Ivy viveva tra i viali e le tombe. Non disturbava, non chiedeva, non invadava. Accompagnava. Camminava accanto alle persone come se sapesse esattamente dove stavano andando e perché. Si fermava accanto ad alcune lapidi, si sedeva composta, e restava lì. Presente. Discreta. A fare compagnia a chi piangeva, a chi parlava sottovoce, a chi cercava un ultimo saluto.
Molti dicevano che era uno dei motivi per cui varcare quel cancello faceva un po’ meno paura. Perché con la grazia che solo i gatti possiedono, Ivy riusciva a rendere più leggero anche il dolore.
Ha vissuto lì per una decina d’anni. Dieci anni di passi lenti, di stagioni che cambiano, di fiori freschi e fiori secchi, di lacrime e di ricordi. Dieci anni a vegliare, senza mai chiedere nulla in cambio.
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Poi, alla soglia del 2026, qualcosa è cambiato. Ci è stato segnalato che Ivy sembrava soffrire il freddo. Mangia poco, quasi nulla. È più stanca. Così si decide di portarla dal veterinario, con quella speranza che si ha sempre, anche quando si ha paura di sapere la verità.
La diagnosi arriva come una pietra: leucemia e gravi problemi renali. Non c’erano alternative. Bisognava toglierla dal freddo, portarla al caldo, darle cure, cibo speciale, tentare tutto il possibile. Ivy entra così in gattile.
Ma anche lì, una cosa non cambia: l’amore.
Il sabato il gattile si riempie. C’è chi viene solo per salutarla, chi per accarezzarla, chi per portarle medicine, chi per sussurrarle parole dolci. Ivy, con la sua regalità felina, accoglie tutti allo stesso modo: fusa profonde, testatine lente, occhi che sembrano capire tutto. Non chiede, ringrazia.
Poi ieri. Ieri Ivy perde l’appetito. Poi le forze. Il suo corpo, così piccolo, decide che è tempo. E allora bisogna fare la cosa più difficile: lasciarla andare. Con la stessa leggerezza con cui era entrata nella vita di tutti.
Ma Ivy non è sola.
C’è chi non accetta che se ne vada senza una casa vera, senza un “posto” che non sia un corridoio, una stanza, una coperta qualunque. Cristian e Anca — due ragazzi che non hanno mai smesso di venire a trovarla — fanno la domanda che cambia il finale: la vogliono con loro. La vogliono a casa. Non per salvarla — perché a volte non si può — ma per amarla fino all’ultimo respiro, per farle sentire che non è più “la micina del Cimitero”, non è più una presenza di passaggio: è famiglia.
La adottano ufficialmente. La portano via. Con loro.
Ivy, edera.
L’edera è simbolo di rigenerazione, di legami che non si spezzano, di vita che continua anche quando sembra finita. È il promemoria che tutto è connesso, che nulla passa davvero invano.
Un essere così piccolo ha trovato un posto nel mondo e nel cuore di chi l’ha incontrata proprio lì, nel luogo in cui si passa da una vita terrena a qualcos’altro, chissà dove.
E così, alla fine, Ivy è andata davvero a casa.
A casa di Cristian e Anca.
E quando dici “per sempre”, non stai parlando di quanto dura una vita: stai parlando di quanto può durare un amore.
Una storia tratta da libro di Eporedianimali
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