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27 Gennaio 2026 - 06:18
Carabinieri italiani in ginocchio in Cisgiordania
Due carabinieri italiani vengono fatti inginocchiare in Cisgiordania. In ginocchio. Sotto la minaccia di un’arma automatica.
E' avvenuto il 25 gennaio 2026, nei pressi di Ramallah. Non erano clandestini. Non erano infiltrati. Non erano combattenti.
Erano in missione ufficiale, con passaporti diplomatici, tesserini ben visibili, auto con targa diplomatica. Disarmati. Riconoscibili. Istituzionali. Stavano svolgendo un sopralluogo preparatorio per una missione degli ambasciatori dell’Unione Europea nei territori palestinesi. Diplomazia, non guerra. Carta, non kalashnikov.
E invece si ritrovano inermi, umiliati, trattati come sospetti, costretti a inginocchiarsi da un uomo armato.
Un uomo solo, sì. Ma non un pazzo isolato.
Un colono israeliano. Uno di quelli cresciuti e allevati dentro l’idea che lì può fare quello che vuole. Decidere chi passa, chi resta, chi parla, chi sta in piedi e chi no.
Il tutto in un’area che non era nemmeno una zona militare, come confermato dalle stesse autorità israeliane dopo l’accaduto. Ma intanto il messaggio è passato: io comando, tu obbedisci. Anche se sei italiano. Anche se sei un carabiniere. Anche se rappresenti uno Stato sovrano.
Fermiamoci un attimo. Due rappresentanti dello Stato italiano, messi in ginocchio. Non metaforicamente. Fisicamente.
E questo succede sotto il governo di Benjamin Netanyahu, che da anni alimenta, protegge e copre l’estremismo dei coloni, trasformandoli in guardiani armati dell’arroganza, con una sorta di delega informale alla violenza. Una violenza che non colpisce più solo i palestinesi, ma chiunque osi trovarsi nel posto “sbagliato”.
Questa non è una “tensione”. Non è un “incidente”. È un sistema.
Un sistema in cui la legge non è uguale per tutti. In cui i coloni possono minacciare, bloccare, intimidire, sequestrare senza pagare dazio. Perché sanno di avere le spalle coperte. Politicamente. Militarmente. Ideologicamente.
Quando poi scoppia il caso, parte il rituale: la Farnesina convoca l’ambasciatore, si parla di “forte disappunto”, si deposita una nota verbale, si esprime “rammarico”.
Tutto molto composto. Tutto molto educato. Peccato che nel frattempo due carabinieri siano stati messi in ginocchio.
E allora la domanda è semplice, brutale, inevitabile: fino a dove può arrivare ancora questo sistema senza che qualcuno dica basta davvero?
Perché oggi è toccato a due carabinieri. Domani può toccare a un medico. A un funzionario europeo. A un giornalista, anzi no, con loro succede tutti i giorni O a nessuno, perché nessuno avrà più il coraggio di andarci.
Il problema non è solo il colono armato. Il problema è chi gli ha detto che poteva farlo. Chi gli ha fatto credere che quel territorio fosse suo, che la violenza fosse legittima, che l’umiliazione fosse una forma di controllo accettabile.
Il governo Netanyahu continua a recitare la parte della vittima assediata, mentre produce ogni giorno violenza strutturale nei territori occupati. Chiede comprensione, solidarietà, silenzio. Ma intanto tolera e incoraggia comportamenti che violano apertamente il diritto internazionale.
Per questo l’Italia, se vuole ancora chiamarsi Stato, deve smetterla di abbassare la testa. Perché inginocchiarsi non è solo una posizione del corpo. È una posizione politica.
E questa volta, in ginocchio, non c’erano solo due carabinieri. C’era la dignità di uno Stato. C’era un limite che è stato superato.
Insomma: chi governa oggi Israele sta portando il Paese fuori dal diritto e dentro l’arbitrio.
E continuare a far finta di niente, per quieto vivere o per calcolo geopolitico, significa una cosa sola: diventare complici. Anche quando a essere umiliata è una divisa italiana.
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