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27 Gennaio 2026 - 08:30
“Il mare non sente ragioni”: naufragi, vento a forza 9 e otto barche scomparse tra Sfax e Lampedusa
È stato avvistato come un puntino scuro in un mare color piombo, aggrappato a un relitto, quando le onde si alzavano come muri e il vento fischiava a forza 9. Lo ha raccolto la motonave mercantile Star, lo ha portato a Malta, ancora vivo. Lui è la sola testimonianza diretta di una barca partita da Sfax con circa cinquanta persone: racconta che erano in 51, che hanno navigato per quasi un giorno intero finché lo scafo si è rovesciato e la tempesta ha inghiottito tutti gli altri. Il suo ricovero a Malta è oggi l’unico frammento di una storia che ne trascina molte altre: secondo i dispacci di allerta SAR diffusi alle “tutte le navi in area”, nei giorni del ciclone Harry sono scomparse lungo la rotta verso Lampedusa almeno otto imbarcazioni, per un totale stimato di circa 380 persone, tra cui donne e bambini.
Il primo tassello l’ha fornito il giovane superstite, tratto a bordo dalla nave mercantile Star e poi trasferito a Malta per cure urgenti. Le autorità maltesi hanno confermato il recupero in mare da parte di un cargo “al largo della Tunisia”, spiegando che le condizioni meteo non consentivano il trasferimento su Lampedusa. Il naufrago avrebbe riferito la morte di “circa 50” compagni di viaggio.
Al menos 50 fallecidos y 380 desaparecidos en el Mediterráneo
— RegeneraciónMx (@RegeneracionMx) January 26, 2026
Mediterráneo: 8 embarcaciones que zarparon de Sfax, Túnez; zozobraron en el Canal de Sicilia. Olas hasta de 10 metros debido al ciclón Harry #RegeneracionMxhttps://t.co/pzGhpwgT2l
Un secondo tassello è arrivato dai dispacci SAR diramati via Inmarsat dal centro di coordinamento ITMRCC della Guardia costiera italiana, che raggruppano otto casi relativi a imbarcazioni partite dalla costa tunisina, in particolare da Sfax, tra il 14 e il 21 gennaio 2026. Il giornalista di Radio Radicale, Sergio Scandura, ha reso pubblici i dettagli numerici dei casi: tra 36 e 54 persone per barca, per un totale vicino a 380 migranti di cui non si hanno notizie.
Dietro quelle cifre, la geografia spietata del Mediterraneo centrale: barche di ferro o gommoni lanciati sulla rotta più breve, e dunque più battuta, tra Sfax e Lampedusa, proprio mentre il ciclone Harry trasformava il canale di Sicilia in un corridoio d’acqua torbida, spruzzi e mare vivo. Nelle stesse ore, Malta innalzava l’allerta meteo al livello più alto, con un avviso rosso per venti di burrasca e mare molto agitato.
Il punto non è solo l’eccezionalità del vento: con onde così alte, scafi bassi sull’acqua e sovraccarichi diventano instabili, si ingavonano, si spezzano. I tempi di intervento si allungano, i mezzi leggeri non escono, gli aerei faticano a mantenere quota e rotta ideale per pattugliare. È la combinazione perfetta perché un SOS resti sospeso nel vuoto.
In questi scenari il ruolo delle reti civili di emergenza come Alarm Phone è cruciale: rispondono alle chiamate, tracciano posizioni provvisorie, sollecitano i centri di coordinamento. Ma quando il maltempo spezza i collegamenti, resta un mosaico di coordinate e silenzi, difficile da ricomporre a posteriori. Alarm Phone aveva segnalato già da giorni l’assenza di contatti con tre imbarcazioni partite dalla Tunisia; non è chiaro se coincidano con alcuni degli otto casi elencati nei dispacci SAR, ma il quadro punta nella stessa direzione.
Mentre si perdeva traccia delle otto imbarcazioni, soltanto un barchino è riuscito a entrare in acque italiane ed è stato intercettato al largo di Lampedusa con 61 persone a bordo. Tra loro una donna guineiana ha riferito di aver perso in mare le due figlie gemelle di un anno e mezzo durante la traversata. È uno dei racconti più duri circolati in quei giorni, specchio della brutalità del mare in burrasca su scafi precari.
I dispacci SAR – ritrasmessi più volte sulla rete Inmarsat – indicano partenze fra il 14 e il 21 gennaio 2026 dalla zona di Sfax. La somma dei passeggeri stimati raggiunge quota circa 380 persone. Nel dettaglio:
Nei giorni in cui Harry sferzava il Mediterraneo, le navi ONG operative erano poche. Tra queste la nave tedesca Sea‑Watch 5, che in quelle ore ha riferito di aver tratto in salvo 18 persone, inclusi due bambini piccoli, in area SAR libica: un dato che non modifica il bilancio drammatico delle barche disperse, ma mostra quanto la presenza civile in mare resti un fattore che fa la differenza tra la vita e la morte.
Gli avvisi del Met Office di Malta non sono un “bollettino locale”: per gran parte delle barche che puntano Lampedusa la rotta passa a nord di Sfax e lambisce il canale maltese, dove i venti di levante/scirocco trasformano il mare in un tavolo rovesciato. Il 19 gennaio è stato emesso un avviso rosso per raffiche fino a forza 9; il 20 l’allerta è stata declassata ma il mare è rimasto molto agitato. Gozo Channel ha sospeso i collegamenti, il Civil Protection Department ha gestito centinaia di interventi per alberi caduti, strutture pericolanti, onde dirompenti sulle marine. È in quel mare reale – fotografato dai bollettini e dalle cronache – che si perde il filo di otto scafi leggeri.
Il Mediterraneo centrale resta la rotta migratoria più letale d’Europa. Nel 2024 le vittime in tutto il Mediterraneo sono state almeno 2.452, su un totale globale record di 8.938 morti lungo le frontiere, secondo il progetto Missing Migrants dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM): il numero reale, avverte l’agenzia, è quasi certamente più alto. Il 2025 ha mostrato un calo delle vittime rispetto all’anno precedente ma tutt’altro che rassicurante; il 2026 si è aperto con nuovi naufragi e dispersioni su più tratti di mare. Nel solo canale di Sicilia, nelle prime settimane dell’anno, si contano già diversi episodi gravi, e adesso queste otto imbarcazioni mancate all’appello. Le ultime stime strutturali ricordano inoltre che, nell’ultimo decennio, i morti e dispersi nel Mediterraneo hanno superato quota 24.000.
Il fatto che tutti gli otto casi SAR elencati nei dispacci riguardino partenze da Sfax apre domande su come gli accordi tra Italia, Tunisia e Unione europea stiano incidendo realmente sulle partenze, sulle intercettazioni e, soprattutto, sulla sicurezza delle persone in mare. Non è questa la sede per una sentenza definitiva, ma il dato – otto partenze in pochi giorni, durante un evento meteo estremo – segnala un paradosso: l’“effetto deterrente” delle politiche di esternalizzazione non ferma i viaggi quando a terra non ci sono alternative. Semplicemente, li rende più rischiosi.
Nei giorni del naufragio e delle otto barche scomparse, a Marsaskala e Sliema le onde saltavano le barriere e invadevano le strade; a Gozo i traghetti si fermavano; a Valletta il vento spingeva oltre i 100 km/h. È dentro quella fotografia che bisogna collocare i 51 di cui è tornata solo una voce, e i circa 380 che non rispondono più. Il mare non sente ragioni, ma noi – a terra – sì: e le ragioni qui sono la trasparenza sulle ricerche, il coordinamento dei soccorsi, l’accesso a porti sicuri e il monitoraggio continuo delle rotte, specie quando la meteorologia annuncia l’eccezione.
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