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Azione, dal centrosinistra al centrodestra. In molti scapperanno?

Tra Milano e Roma, Carlo Calenda flirta con Forza Italia, prepara il terreno per il Campidoglio e lascia dietro di sé malumori e fughe. In Piemonte il caso Bartoli racconta più di mille parole: Azione non sceglie un campo, si infiltra. E la politica diventa trattativa permanente.

Azione, dal centrosinistra al centrodestra: questione di convenienza

Azione, dal centrosinistra al centrodestra: questione di convenienza

C’è un partito che non tradisce mai. Non perché sia fedele, ma perché non promette fedeltà. Si chiama Azione e pratica una forma di politica antica, rispettabile, diffusa e molto redditizia: stare dove c’è domanda. Non importa chi paga il conto, conta solo che il tavolo sia apparecchiato.

Al Teatro Manzoni di Milano, tra velluti e sorrisi calibrati, Carlo Calenda non è un ospite: è un professionista in trasferta. Entra, saluta, si accomoda in prima fila. Non si nasconde. Non scappa. Si rende disponibile. Politicamente, s’intende. Ma con una naturalezza che non passa inosservata.

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Calenda, Moratti e Tajani

ruffino

Ruffino Calenda

Mario

Mario Bovino Osvaldo Napoli Carlo Calenda Sergio Bartoli

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Calenda Bartoli Napoli

Intorno a lui il rituale è perfetto. Letizia Moratti fa da mediatrice, Antonio Tajani da padrone di casa, Paolo Berlusconi da certificatore. “Calenda è un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”. Non è una frase di cortesia: è una chiamata. E Calenda risponde con il linguaggio che conosce meglio: quello dell’ambiguità elegante.

Ricambia con il non-detto. Valuteremo. Dipende dai candidati. Scelte di merito. Parole che non chiudono, non legano, non impegnano. Parole utili quando si vuole restare trattabili.

Ma mentre Milano applaude, sotto il palco c’è chi inizia a guardarsi intorno. Perché Azione, soprattutto nei territori, non è fatta solo di dirigenti e parlamentari. È fatta di amministratori locali, militanti, iscritti che si erano riconosciuti in un partito di centrosinistra riformista, europeista, alternativo alla destra e al populismo. Gente che oggi si chiede: "ma noi dove siamo finiti?

Il malcontento non è rumoroso, ma è diffuso. In Piemonte è palpabile. Non esplode, ma serpeggia. Ed è facile prevedere che, se la traiettoria verrà confermata, il fuggi fuggi sarà inevitabile. Verso il Pd, per chi vuole restare nel campo progressista. Verso Italia Viva, per chi pensa che tanto vale stare con Renzi, se il gioco è quello. Perché a molti può andar bene cambiare linea. Ma non senza dirlo. Non senza spiegare.

E mentre la base si interroga, la dirigenza mostra di avere già deciso. Il dialogo con Forza Italia non nasce oggi. Milano è solo la messa in scena. Dietro ci sono prove, precedenti, modelli già applicati. La Basilicata, per esempio. Chiamata “esperimento”, ma replicata con troppa disinvoltura per essere casuale.

Dal Piemonte arrivano le prove materiali. In platea e nei corridoi del Manzoni si muovono Sergio Bartoli, Daniela Ruffino, Osvaldo Napoli. Non comparse. Garanti politici. Bartoli soprattutto. Eletto in Consiglio regionale come indipendente nella lista di Alberto Cirio, quindi nel centrodestra, il giorno dopo l’ingresso in aula, aveva la tessera di Azione in tasca

Bartoli non è un incidente. È la prova del metodo. Da sempre vicino a Ruffino, non arriva da Marte. È l’uomo che dimostra che c'era un accordo tra Cirio e Ruffino, tra Azione e Forza Italia.

E allora la domanda non è più se Calenda stia andando a destra. La domanda è un’altra: questa è ancora politica o è solo convenienza organizzata? È legittimo cambiare alleanze, certo. Ma quando tutto diventa trattabile, quando ogni elezione è “un caso a parte”, quando l’unico criterio è la possibilità di vincere o di contare, resta qualcosa di riconoscibile?

Milano è il test. Roma è il premio. Il Campidoglio è l’obiettivo vero. E l’idea che Carlo Calenda possa correre per fare il sindaco con l’appoggio di tutto il centrodestra non è più fantapolitica. È uno scenario che prende forma. Forza Italia pronta, i moderati allineati, i territori già rodati. Con Azione a fare da sigillo centrista.

A quel punto nessuno parlerà di tradimenti. Si parlerà di responsabilità. Di riformismo. Di pragmatismo. Ma intanto, lungo la strada, qualcuno resterà indietro. Quelli che pensavano di stare a sinistra. Quelli che credevano in un progetto politico, non in una contrattazione permanente.

Perché il problema non è cambiare strada. Il problema è farlo senza guardare chi ti stava seguendo.

E quando la politica diventa solo convenienza, c’è sempre qualcuno che paga il conto.

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