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Ombre su Torino
27 Gennaio 2026 - 08:57
Due colpi alle spalle in un centro massaggi: il delitto di via Calvi, tra sesso registrato, ricatti e bugie
Nella Torino del 1975, un impiego da operaio alla FIAT, se non invidiato o ambito, è quantomeno il vecchio caro posto fisso. La crisi degli anni successivi ancora è lontana e la fabbrica viene considerata, da lavoratori autoctoni e immigrati, un luogo in cui entrare giovani ed uscire in pensione.
Questi pensieri, probabilmente, non hanno fatto capolino nella testa di un signore che si chiama Emanuele Maringola. 55 anni, sposato, una figlia e un appartamento in corso Grosseto, è in quell’anno che decide di mollare la catena di montaggio di Mirafiori per rilevare lo studio da massaggiatore del fratellastro, in via Calvi 39.
Si specializza nella manipolazione dei muscoli ma anche in pratiche di medicina estetica, fornendo consulenze fitness e consigli dietologici. Gli affari vanno a gonfie vele e, data la grande mole di clienti, nel 1978 decide di assumere una segretaria e collaboratrice, Corradina Di Pietro. Il loro incontro è quasi casuale. La donna ha 29 anni e fa la venditrice di prodotti di bellezza ma in quel periodo, a parte per interesse economico, si trova spesso da Maringola col desiderio di perdere qualche chilo. Dopo qualche seduta, l’uomo le chiede di venire a lavorare con lui e lei accetta di buon grado.
Il loro rapporto professionale si interrompe bruscamente la sera del primo marzo 1979. Sono circa le 19,30 e la Di Pietro si trova nel bagno dello studio quando sente qualcuno suonare all’entrata. Ad aprire va Maringola e, alcuni secondi dopo aver sentito la porta chiudersi, la ragazza sente due detonazioni e il tonfo di un corpo che cade rovinosamente a terra. Corre verso l’ingresso e vede il suo titolare in una pozza di sangue, immobile, con lo sguardo sbarrato: è morto sul colpo.
Presa dal panico, esce sulle scale mettendosi ad urlare con tutto il fiato che ha nei polmoni, attirando i vicini un attimo prima di cadere svenuta. Interrogata dalla polizia, riferisce che si trovava in un’altra stanza al momento dell’omicidio e, soprattutto, di non avere nessuna indicazione utile per riconoscere l’assassino. Non l’ha visto, quando è arrivata da Emanuele non c’era già più nessuno.
Il problema è che sono tutte bugie. Il giorno dopo Corradina confessa: ad ammazzare il suo datore di lavoro è stato suo marito, una guardia giurata di 36 anni di nome Antonino Noto.
Questi, dichiaratosi immediatamente colpevole, dà una spiegazione banale ma efficace al suo gesto: la gelosia. Il massaggiatore aveva iniziato a importunare la consorte, lei glielo aveva riferito e lui si era presentato per dissuaderlo. La discussione era degenerata in una lite, in un confronto fisico e, infine, in quel tragico epilogo. A corroborare le sue parole, l’assassino fa anche ritrovare la pistola, una Lebel calibro 9 che aveva gettato in un giardino in via Taranto.
Questa nuova versione sembra poter far chiudere il caso in 24 ore, ma questo non accade. Gli inquirenti avevano sentito puzza di bruciato già dopo l’ispezione del luogo del delitto, ancor prima delle dichiarazioni della coppia.
L’ufficio del signor Maringola, infatti, è diviso in due stanze. Nella prima c’è la scrivania, un vogatore, una cyclette, molle e altri strumenti professionali; nell’altra, più piccola e chiusa a chiave, molti oggetti curiosi. Vengono trovati registratori, giradischi da bobina, proiettori e alcune borse di pelle contenenti dei sex toys che, allora, potevano essere acquistati esclusivamente nel nord Europa.
Si scava quindi nel privato della vittima e si scopre che, al netto di una vita pubblica irreprensibile, qualche ombra c’è. L’ex operaio ha la mania di trafficare merce più o meno di valore, lambendo il mondo della ricettazione e del contrabbando, motivo per il quale aveva subito anche una denuncia. Quanto recuperato nel suo studio, tuttavia, è lì per un altro motivo. La spiegazione sta in un diario che viene rinvenuto a casa del morto. Qui lo stesso ha annotato i suoi cambi d’umore dovuti al fatto che la sua amante, Corradina Di Pietro, ha iniziato a non disdegnare le attenzioni dei clienti che si sottoponevano ai suoi massaggi.
La nebbia sul caso si dipana dopo un’indagine conoscitiva sui coniugi che, nell’agosto ’79, viene affidata a due celebri psichiatri. I risultati parlano di un marito, il Noto, geloso ma che chiudeva un occhio. Uno a cui piaceva giocare pesante alla roulette e che, vedendo la moglie tornare a casa con regali e soldi extra, non aveva fatto troppe domande. Lei, Corradina, trascurata dal consorte, aveva accettato le lusinghe di Maringola. Faceva sesso col titolare ma, per arrotondare, si concedeva anche ad avventori in cerca di “massaggi particolari”.
Il fatto è che il suo capo (che secondo la donna la obbligava a prostituirsi) è possessivo e, con l’attrezzatura a sua disposizione ritrovata dalla polizia, si era messo a registrare le sedute più piccanti. Il vero movente dell’omicidio non è la gelosia ma il tentativo di evitare lo scandalo. Maringola voleva la Di Pietro tutta per sé e, quando questa, qualche giorno prima dell’omicidio, gli ha detto che avrebbe voluto cambiare vita, lui l’ha ricattata con quei nastri scabrosi. La sera dell’assassinio, Noto si è presentato armato per minacciarlo e farsi consegnare le bobine. Da lì l’alterco e il delitto.
Ritenuti colpevoli in concorso, Corradina Di Pietro e Antonino Noto vengono condannati definitivamente nel febbraio 1983, 14 anni a lui e 12 a lei.
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