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Gran Paradiso sul podio d’Europa: guardaparco primi e terzi alle “Olimpiadi”

A Kranjska Gora primo e terzo posto assoluti, più il trionfo nella classifica femminile

Gran Paradiso sul podio d’Europa: guardaparco primi e terzi alle “Olimpiadi”

Gran Paradiso sul podio d’Europa: guardaparco primi e terzi alle “Olimpiadi”

I guardaparco del Parco Nazionale del Gran Paradiso sono tornati dalla Slovenia con una risposta che pesa più di un comunicato: primo e terzo posto assoluti alle “Olimpiadi dei guardaparco”, il Trofeo Danilo Re, e oro anche nella classifica femminile. Tradotto: mentre in Italia si discute spesso di parchi come cartoline buone per la propaganda, loro dimostrano che dietro un’area protetta c’è gente addestrata, compatta, preparata. E che la parola “servizio” non è una formula da cerimonia.

Dal 22 al 25 gennaio 2026, a Kranjska Gora, nel Parco Nazionale del Triglav, si è corsa la 30ª edizione della competizione internazionale che mette insieme guardaparco di mezza Europa: 42 squadre provenienti da Italia, Svizzera, Austria, Slovenia, Slovacchia, Germania e Francia. Non una gita tra colleghi, ma prove che richiedono resistenza, tecnica e sangue freddo: scialpinismo, slalom gigante, sci di fondo e tiro con la carabina. Discipline che raccontano bene una verità spesso dimenticata: il guardaparco non fa solo “presenza sul territorio”, fa prevenzione, controllo, intervento. E deve saperlo fare in condizioni che raramente sono comode o “instagrammabili”.

A prendersi il gradino più alto del podio assoluto è stata la squadra composta da Alberto Peracino, Etienne Jordaney, Pierre-Ives Oddone e Stefano Drigo. Dietro di loro, al secondo posto, le Aree Protette Alpi Marittime. E poi ancora Gran Paradiso, con il terzo posto della seconda squadra formata da Alberto Rabellino, Nicolò Maule, Davide Gasparini e Daniele Valfrè. Due squadre nei primi tre posti su quarantadue: non è fortuna, è struttura.

Ma il dato che forse merita più attenzione è quello della squadra femminile: Stéphanie Bethaz, Claudia Linty, Chiara Caminada e Alice Naudin hanno vinto la classifica dedicata e si sono piazzate settime assolute. Un risultato che sposta il discorso oltre la retorica, perché qui non si parla di “quote” o di slogan, ma di prestazioni reali dentro una competizione dove il cronometro non fa sconti a nessuno.

Anche le classifiche individuali raccontano un dominio diffuso, non concentrato su un singolo atleta. Nella prova di salita, Pierre-Ives Oddone e Davide Gasparini hanno chiuso primo e secondo assoluti, mentre Stéphanie Bethaz è stata prima tra le donne e quinta assoluta. In slalom gigante, Stefano Drigo ha conquistato il secondo posto assoluto e Claudia Linty il secondo posto femminile. Nello sci di fondo, doppietta Gran Paradiso con Nicolò Maule e Alberto Peracino primo e secondo assoluti, e ancora un colpo netto tra le donne con Chiara Caminada prima femminile e quinta assoluta.

Il Trofeo Danilo Re, però, non è solo sport. Porta il nome di Danilo Re, guardaparco del Parco Regionale dell’Alta Valle Pesio, morto in servizio nel 1995. E questo dettaglio dovrebbe bastare a frenare ogni tentazione celebrativa. Dietro la festa e la fratellanza dichiarata dagli organizzatori, resta un punto fermo: chi fa questo mestiere mette in conto rischio, fatica, responsabilità. Ogni giorno, non solo quando ci sono le telecamere.

Non a caso, accanto alle gare, c’è stato anche un seminario tecnico dedicato a un tema che oggi brucia ovunque: la gestione della frequentazione nelle aree protette e gli strumenti a disposizione dei guardaparco per governarla. Perché i parchi non sono più soltanto luoghi da proteggere, sono anche luoghi da regolare: turismo crescente, sport outdoor, conflitti tra interessi, pressioni sulle specie e sugli habitat. È lì che il lavoro del guardaparco diventa frontiera quotidiana. E non basta “amare la natura”: bisogna saperla difendere, con competenza e regole chiare.

Alla fine, la notizia è semplice e netta: il Gran Paradiso ha vinto. Ma il significato è più largo. In un Paese dove spesso si pretendono miracoli da chi lavora sul territorio e poi lo si lascia senza strumenti, questo risultato ricorda una cosa scomoda: la qualità non nasce per caso. Si costruisce. E quando c’è, si vede.

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