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26 Gennaio 2026 - 11:53
Monica Canalis
Proroga che non arriva, promesse che evaporano. Le Case della Salute di Cumiana, Vigone, Pianezza e Beinasco-Borgaretto sono ufficialmente scadute il 31 dicembre 2025. Scadute, come uno yogurt dimenticato in fondo al frigo. Con una differenza sostanziale: qui non si parla di alimenti, ma di servizi sanitari essenziali e di lavoratori oggi senza copertura giuridica e finanziaria.
Il 26 gennaio 2026, a quasi un mese dalla scadenza, la situazione è surreale. L’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi sembra avere un rapporto piuttosto elastico con il calendario. Il 9 dicembre, insieme al direttore generale dell’Asl To3 Angelo La Valle, aveva rassicurato sindaci e amministratori: la proroga sarebbe stata imminente. Tranquilli tutti, insomma. Peccato che, a distanza di settimane, della delibera della Giunta regionale non ci sia alcuna traccia.
A ricordarlo, nero su bianco, è la consigliera regionale del Partito Democratico Monica Canalis, che non usa giri di parole. “Ci eravamo illusi?” chiede, con una domanda che suona più come un’accusa. Perché ad oggi non esiste alcun atto formale che proroghi le Case della Salute e le accompagni verso la loro trasformazione in Case della Comunità spoke, nonostante siano da quasi vent’anni un modello di medicina territoriale avanzata.
Durante l’incontro del 9 dicembre in sede Asl To3, La Valle aveva annunciato verbalmente una proroga fino al 28 febbraio, aprendo alla riconversione delle strutture secondo il modello suggerito dai sindaci e dalla stessa Canalis. Tutto molto bello. Tutto molto rassicurante. Tutto rigorosamente a voce. Peccato che l’atto aziendale che garantiva copertura giuridica e finanziaria sia scaduto il 31 dicembre, lasciando personale e cooperative appesi al nulla.
E qui il paradosso diventa politico prima ancora che amministrativo. Le quattro Case della Salute dell’Asl To3 sono considerate la più virtuosa esperienza di medicina territoriale del Piemonte: servizi di prossimità, lavoro in equipe tra medici, infermieri e segreterie, più tempo dedicato all’attività clinica e meno burocrazia. In pratica, Case della Comunità ante litteram, realizzate con vent’anni di anticipo rispetto al decreto ministeriale 77/2022 che oggi tutti citano come la grande rivoluzione.
Un modello nato grazie alla lungimiranza dei medici, alla disponibilità dei comuni, alla collaborazione dell’Asl e ai finanziamenti regionali. Un modello che oggi rischia di essere smontato non da una riforma, ma dall’inerzia. Nel frattempo, le cooperative che impiegano gli operatori e i liberi professionisti che lavorano nelle strutture guardano con crescente preoccupazione agli annunci pre-natalizi della Giunta Cirio, che rischiano di trasformarsi nell’ennesima promessa mancata.
La richiesta è semplice e tutt’altro che ideologica: un atto formale, subito. Una delibera che proroghi la scadenza del 31 dicembre e avvii seriamente la riconversione in Case della Comunità spoke, riconoscendo ciò che queste strutture sono sempre state: un prototipo riuscito, non un problema da archiviare.
Perché giocare con le date significa giocare con le garanzie dei lavoratori e con i servizi ai cittadini. E perché, come ricorda Canalis, le nuove AFT offrono meno servizi rispetto alle Case della Salute. Altro che progresso.
Insomma, se questo è il modo di “traghettare” la sanità territoriale piemontese verso il futuro, viene da chiedersi se qualcuno, in assessorato, non abbia perso la bussola. O, più semplicemente, il calendario.
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